Vita e opere

Senigallia, Rimini, Venezia

Alfredo Panzini nasce nelle Marche, a Senigallia, il 31 dicembre 1863 alle ore 7 e un quarto. Figlio di Emilio, medico, e di Filomena Santini, che abitano a S. Lorenzo in Strada nel riminese, inizia gli studi al liceo classico di Rimini ma dopo il primo anno, poco più che undicenne, i genitori decidono di trasferirlo al Convitto Nazionale “Marco Foscarini” di Venezia, dove anche grazie all’aiuto del segretario di prefettura di Rimini e alla severa preparazione ricevuta dall’abate Luciano Locatelli, sostiene l’esame da privatista e ottiene uno dei sette posti gratuiti. Qui rimane dal 1875 al 1882 conseguendo negli studi ottimi risultati, soprattutto in italiano, storia e filosofia. 

Non fu facile per Panzini mantenere la gratuità nella frequenza del Foscarini, che veniva assicurata solo agli allievi che ottenevano ogni anno una media di voti non inferiore a otto decimi. 

Il «regio domicilio coatto» di Venezia evocato nella Lanterna di Diogene sarà ricordato anche in altre opere successive (stupende le pagine della Sventurata Irminda al riguardo), ma la “palestra” del Foscarini sarà determinante, da più punti di vista, nella maturazione di Panzini.

Grazie alla «licenza d’onore» (istituita nel 1881), accordata agli studenti che avessero ottenuto una valutazione non inferiore ai sette decimi in ogni materia scolastica, Panzini evitò l’esame finale.

Tra tutti gli insegnanti del Foscarini quello che esercitò maggiore attrattiva sul giovane romagnolo fu Giorgio Politeo, docente di storia e filosofia, che ritroveremo, ad esempio, nelle Memorie di scuola che Panzini scriverà sulla «Nuova Antologia» nel 1907 o nei «Diari» vergati proprio negli anni veneziani.

A Bologna

Altra tappa centrale sarà l’Università di Bologna, dal 1882 al 1886, quando conseguì la laurea in Lettere col massimo dei voti e la lode, e dove avrà come maestri (“anche di vita” dirà lui stesso) Giosuè Carducci, Francesco Acri e Giovanni Battista Gandino. La tesi di laurea sarà quel Saggio critico sulla poesia maccheronica (1887) che darà alle stampe a Castellammare di Stabia, sua prima sede di insegnamento, testo che figura al primo posto nella bibliografia delle opere di Panzini.

Il fascino esercitato da queste figure di grandissimo valore, e in particolare dal Carducci, lo si coglie in una serie di scritti ma in particolare in uno, L’evoluzione di Giosuè Carducci (1894).

Quale sia l’effettivo debito carducciano che ritroveremo nello scrittore della Casa Rossa, è tema ampiamente dibattuto ma mai concluso e che certamente meriterebbe nuove e più complete valutazioni, ma di certo l’ascendente che il Vate esercitò su di lui fu enorme. È sufficiente prendere in mano un contenuto breve, composto per la rivista «Pègaso» nel 1929 (Giosuè Carducci e il Petrarca) per coglierlo: “Cominciava la lezione con la filologia. Ma poi a un certo punto la filologia scappava via, entravano le Muse e l’uomo era divino. La sua voce profonda era tutta filtrata d’oro e di emozione, tragica talvolta. Gli angoli della bocca gli si piegavano in giù amaramente con un non so che di doloroso. Un senso religioso coglieva noi giovani, un rumore non si udiva. La Storia pulsava contro di lui, e credo che nessuno più di lui abbia avuto così animato e onnipresente il senso della storia che diventa diventata vita”. E ancora: “Quando poi leggeva quel gran poeta d’amore, che è il Petrarca, era indimenticabile: egli ne scopriva tali bellezze e tali dolcezze che anche oggi certi versi ritornano sulle mie labbra”. E dai giganti della sua formazione – come Politeo, Acri, Gandino e Carducci – Panzini assorbì la missione del “dŏcēre”: “Fare bene scuola, vuol dire amare i giovani, la giustizia. Quello che invecchia sono le scartoffie!” (Giosuè Carducci e il Petrarca).

Professore per quasi mezzo secolo

Con la laurea in tasca Panzini non perse tempo e, anche spinto da necessità economiche, cominciò la sua lunga carriera di professore, partendo appunto da una terza ginnasio di Castellammare di Stabia, anno scolastico 1886-87 (La cagna nera, splendido romanzo di questo periodo, si svolge proprio in questo contesto), passando per la Romagna (Imola), e poi per circa tre decenni tra Milano e Roma.

Nella capitale lombarda salì in cattedra in più istituti, compreso il Circolo Filologico dove tenne lezioni serali, e dal 1897 anche al Politecnico, occasione che lo portò a chiedere e ottenere, nel 1910, dal ministero della Pubblica Istruzione la libera docenza universitaria in letteratura italiana.

Andò in pensione dall’insegnamento nel 1928 con un diploma di benemerenza.

Le opere

Sembra un paradosso ma ad oggi manca una bibliografia completa delle opere di Panzini e della critica, e spesso circolano al riguardo informazioni da matita rossa. L’unica abbastanza sistematica, quella pubblicata da Raffaele Pedicini e che chiude la sua monografia (Alfredo Panzini, Roma, Arethusa 1956), è ampiamente lacunosa e contiene non pochi errori, ciò nonostante è stata abbondantemente copiata fino ai giorni nostri. E il motivo è semplice: dagli anni ’60-70, la ricerca non ha fatto passi significativi. Il primo lavoro critico sul Panzini giornalista, per citare solo un esempio, ha visto da poco la luce e raccoglie tutti gli articoli comparsi su «Il Resto del Carlino», collaborazione che Pedicini aveva circoscritto tra il 1908 e il 1928 per un totale di 53 “pezzi”. L’approfondimento compiuto da Claudio Monti nel volume Alfredo Panzini: fantasmi e persone. Un intellettuale controcorrente nel secolo della terza pagina (con prefazione di Alessandro Scarsella, Milano, Biblion 2023) non solo ha rinvenuto 90 articoli (anziché 53) sul quotidiano bolognese, ma anche una diversa datazione della collaborazione di Panzini: 1912-1924.

Quella che segue non è quindi una esaustiva bibliografia, che attende di essere scritta, ma solo un percorso tra i “fondamentali”.

Si diceva che il Saggio critico sulla poesia maccheronica apre la bibliografia delle opere, tallonato dai volumi di antologie latine (da Agnolo Firenzuola alle Bucoliche di Virgilio e, nello stesso solco, qualche anno dopo anche le Elegie scelte di Ovidio e di Tibullo e gli Idilli di Teocrito), per giungere al primo romanzo, Il libro dei morti (1893), il già ricordato L’evoluzione di Giosuè Carducci (1894)Gli ingenui (1896) – che raccoglie La cagna neraNoraDa Novi a Pavia e Per un ribelle – poi Moglie nuova (1899), Piccole storie del mondo grande (1901), Lepida et Tristia (1901-2), Trionfi di donna (1903). Passa così da case editrici minori e a volte da pubblicazioni mandate in stampa pagandole di tasca propria, a editori come Treves, Hoepli e, di lì a breve, a Mondadori.

Nel 1905 fa la sua comparsa il Dizionario moderno, un mastodontico capolavoro di originalità linguistica (e che ancora oggi rappresenta una vera e propria summa del costume, della politica, della società e della storia dell’Italia e in parte anche dell’Europa) che Giuseppe Prezzolini confidava di leggere con lo stesso interesse col quale si dedicava ai romanzi di Panzini. Metterà in vendita altre sei edizioni, l’ultima nel 1935, e poi l’ottava, a cura di Bruno Migliorini e Alfredo Schiaffini, nel 1942, contenente anche i forestierismi banditi dall’Accademia d’Italia e un’appendice di nuove voci, che sarà poi ampliata nelle ristampe del 1950 e 1963.

Del 1907 è l’opera che richiama l’attenzione dei critici come mai era avvenuto fino a quel momento: La lanterna di Diogene. È Emilio Cecchi a recensirla sulla «Voce» di Prezzolini, alla quale seguirà a ruota quella di Renato Serra e di molti altri. 

Nel 1909 la prima fatica di taglio storico, Il 1859. Da Plombières a Villafranca, seguita da un altro “manuale” scolastico, La nostra patria. Sarà Giuseppe Antonio Borgese a incorniciare un altro capolavoro panziniano, Le fiabe della virtù (1911), e indicando “le bellezze del libro” così si esprimeva su «La Stampa»: “Il Panzini, per conto suo, per istinto d’artista, per grazia di Dio, senza dottrine estetiche e senza esperimenti critici è riuscito a fare quel che noi critici vogliamo della letteratura italiana e quel che anche il pubblico vorrebbe: un’arte di sentimento moderno e di forma schiettamente classica e nostra. Egli è romagnolo; mi dicono che sia stato scolaro, e prediletto, di Carducci. È possibile che il senso della prosa italica gli sia venuto per quel tramite; ma come rinnovato e alleggerito di ogni gravame accademico! È il nostro classicismo, ma dopo un tuffo in una fontana di gioventù”.

Arrivarono, nel 1912, il Manualetto di rettorica, la raccolta di novelle Che cos’è l’amore?, nel 1913 le Semplici nozioni di grammatica italiana, l’anno dopo SantippeDonne, Madonne e bimbi Il romanzo della guerra nell’anno 1914. La prima guerra mondiale segna nel profondo Panzini e la sua riflessione è quella dell’umanista alle prese con il più drammatico degli eventi: va in frantumi quella che Emilio Gentile ha definito “l’epoca della mondialità europea” e della pretesa egemonia di una civiltà “guidata dalla ragione e dalla conoscenza”. Panzini matura una convinzione, e cioè che l’idea di umanità figlia della tradizione ellenistico-romana, fosse entrata in una crisi irreversibile: “La parola latina humànitas è morta. Il volto che la Germania discopre, è disumano. È la distruzione di tutto ciò che non è teutonico”, così nel Diario sentimentale della guerra che verrà pubblicato agli inizi degli anni Venti. E in questo anticipa, con lo stile diaristico che lo caratterizza e che procede per frammenti, una meditazione che i più acuti pensatori svilupperanno sullo stesso filone, come farà Paul Valéry nella Crise de l’esprit: “Nous autres, civilisations, nous savons maintenant que nous sommes mortelles”.

Gran parte della produzione di Panzini può dirsi “influenzata” dalla guerra, ma nel 1916 compone sul tema un altro romanzo di eccellente caratura che sarà apprezzato anche da Eugenio Montale: La Madonna di mamà.

Appariranno in rapida successione dal 1918 al 1923, Matteo Maria Boiardo, le Novelle d’ambo i sessi, il Viaggio di un povero letteratoIl libro di lettura delle scuole popolari, Io cerco moglie, Il mondo è rotondo, Il diavolo nella mia libreriaDante nel VI centenario: per la gioventù e per il popolo, una edizione per i tipi de «La Voce» della Cagna nera, per finire con Il melogranoSignorine, Il padrone sono me! e il Diario sentimentale.

Gli altri titoli da ricordare sono La vera istoria dei Tre Colori e Le più belle pagine di Matteo Mattia Boiardo (1924), La pulcella senza pulcellaggio (1925), Le Damigelle (1926), I tre Re con Gelsomino buffone del Re (1927), Le opere e i giorni di Esiodo (1928), I giorni del sole e del grano (1929), Il libro dei morti e dei vivi, la traduzione della Vita di Bohème di Murger, La penultima moda: 1850-1930 (1930), Il Conte di Cavour e Romagna (1931), La sventurata Irminda!, Piccola guida alla grammatica italiana  e Guida della grammatica italiana con un prontuario delle incertezze(1932)per finire con (1933) Rose d’ogni mese, La bella storia d’Orlando innamorato e poi furioso, Il nuovo volto d’Italia (con 141 fotografie di Axel von Graefe). Nel 1934 Legione DecimaRomanzo fra l’anno XII dell’età fascista e l’anno 58 a.C. e Novelline divertenti per bambini intelligenti; Viaggio con la giovane ebrea e Pagine dell’alba (1935), Il ritorno di Bertoldo (1936), Il bacio di Lesbia (1937).

Saranno pubblicati postumi, Sei romanzi fra due secoli (1939) – Panzini prima di morire riuscì a compiere la revisione di quattro (La lanterna di Diogene, Viaggio di un povero letterato, La pulcella senza pulcellaggio, La Madonna di Mamma) dei sei romanzi (Il mondo è rotondo e Il padrone sono me!) qui raccolti – Romanzi d’ambo i sessi (1941), La valigetta misteriosa e altri racconti (1942), Per amore di Biancofiore. Ricordi di poeti e di poesia, a cura di Manara Valgimigli e Casa Leopardi, a cura di Pietro Pancrazi (1948), La cicuta, i gigli e le rose, a cura di Marino Moretti (1950), La mia storia, il mio mondo. Pagine scelte a cura e con introduzione e commento di Piero Nardi (1951), gli Scritti scelti (1958), L’aquilone (1964), Il cuore del passero e altre novelle a cura di Pedicini (1966), le Opere scelte a cura di Goffredo Bellonci (1970).

Negli anni Venti e Trenta Panzini raggiunge l’apice del successo. Nel marzo del 1929 viene nominato accademico d’Italia per la classe delle Lettere insieme a Massimo Bontempelli, Salvatore Di Giacomo, Carlo Formichi, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello, Ettore Romagnoli e Alfredo Trombetti.

Muore a Roma il 10 aprile 1939 e, dopo una cerimonia strettamente privata voluta dallo stesso Panzini e reclamata, nero su bianco, in uno scritto rivolto ai familiari, verrà tumulato a Canonica di Santarcangelo, dove nel 1954 lo raggiungerà la moglie Clelia.

Le ultime volontà di Panzini furono all’insegna di quella sobrietà, umiltà e riservatezza che caratterizzarono tutta la sua esistenza spesa in un intenso lavoro e senza mai risparmiarsi: “…poca terra sopra, campo comune, cassa da povero non inchiodata. Accertamento sicuro della fine avvenuta. Ogni onore di carattere ufficiale mi sarebbe di scherno”. A vegliare la sua salma, proveniente dalla Capitale e “benedetta” da papa Pacelli, non gerarchi, scrittori e accademici, ma i suoi contadini, che condivisero con lui l’essenziale di una vita che amò ispirare alle Opere i giorni di Esiodo: “Perché questo poeta mi piace? Mi piace quella sua continua presenza del mistero in tutte le cose, quella sua sicurezza nell’affermare che bisogna amare la giustizia e non essere tormentatori di sé e tormentatori degli altri. Mi piace perché chiama gli uomini sempre con l’attributo di mortali, o anche cherotrofoi, parola che noi non abbiamo, e vorrebbe dire “animali nutriti per la morte”. Mi piace quella religione per l’agricoltura, anzi l’agricoltura considerata come una religione… Mi piace quella vita, oh, non idillica, ma elementare dell’uomo nudo sulla terra…”.

Eppure Antonio Gramsci, che coniando l’etichetta di “brescianesimo” determinò tuttavia una parte rilevante della critica a partire dalla fine degli anni Quaranta del Novecento e fino a tempi assai ravvicinati, fissò nei suoi Quaderni del carcere la famosa definizione di “Panzini negriero”. Ma, ebbe a commentare Pietro Pancrazi, Gramsci “dette alcuni giudizi molto sicuri sui letterati del suo tempo, ed altri li sbagliò; lo sbaglio più grave gli accadde per Panzini”.

E che di Panzini ci sia ancora tanto da conoscere è una certezza. È stato insegnante, scrittore, traduttore, critico, linguista, elzevirista, estensore di didascalie per il cinema, epigrafista e giornalista iscritto all’Albo.

claudioVita e opere