Studi, articoli, convegni

Quando Panzini impugnò la sciabola contro un giornalista satirico

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“Bello, sano, forte, le donne se lo mangiavano con gli occhi, con gran disperazione della sua fidanzata, Clelia Gabrielli”. Molto si è scritto su Panzini e le donne, ma questa cronaca di Nevio Matteini pubblicata sul Resto del Carlino del 24 agosto 1954, ne delinea tratti inediti. Panzini casanova, dongiovanni o come volete chiamarlo, accusa in questo ruolo una punzecchiatura su di un settimanale bolognese, pubblicata il 10 agosto 1889. Con tanto di vignetta. Anche se l’autore si firmò con uno pseudonimo, Cufriz, Panzini non ebbe difficoltà ad identificarlo. Ne seguì una rissa, nel bel mezzo di una affollata passeggiata domenicale sulla spiaggia di Rimini, e poi un duello d’onore a tutti gli effetti. A suon di sciabola. Leggermente feriti entrambi, ma Panzini ne uscì un po’ peggio.

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Si ringrazia la Dott.ssa Laura Rossi, Direttrice della Biblioteca di Stato della Repubblica di San Marino, che custodisce la raccolta degli articoli di Nevio Matteini.

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La Piê per il 150° di Panzini

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In occasione del 150° dalla nascita di Alfredo Panzini, La Piê, fondata nel 1920 da Aldo Spallicci e che sotto la direzione di Antonio Castronovo continua a pubblicare articoli di storia, poesie, racconti, insieme a notizie di attualità, recensioni letterarie, fotografie e illustrazioni, ha realizzato uno speciale su Panzini.
Contiene articoli di Fulvio Gridelli (Il dualismo del professor Panzini e Panzini e due lettori d’eccezione) di Mariangela Lando (Le aurore nella scrittura di Panzini e I quadri vespertini ne La lanterna di Diogene).
Un’unica precisazione si rende necessaria: a differenza di quanto si legge nella introduzione, il Premio Giornalistico Nazionale Alfredo Panzini non è stato organizzato dal Comune di Bellaria (che invece ha sostenuto insieme ad altri l’iniziativa) ma dall’Accademia Panziniana.

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Panzini scrittore “americano”

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Per andare da Bellaria nella Serenissima bisogna entrare nello spirito del Camel Trophy. In realtà non guasterebbe nemmeno l’equipaggiamento da Transamazzonica visto che la maledettissima via Romea costringe a zigzagare Tir e buche nell’asfalto che sembra- no crateri. Due ore e quaranta minuti di calvario per giungere a Venezia. Ma merita il sacrificio se si parla di Alfredo Panzini per una volta senza i paraocchi deformanti coi quali la Repubblica delle Lettere ha catalogato lo scrittore con la bicicletta: “minore” e antimoderno, o, addirittura, “scrittore di punta del regime” e come tale non più di moda. In realtà Panzini fu fascista a modo suo e spesso e volentieri sparse qua e là nelle sue opere deflagranti stonature rispetto al registro dell’ortodossia in camicia nera. Non sarà un caso se l’antifascista e senatore repubblicano Aldo Spallicci già mezzo secolo fa lo discolpò da collusioni: «Il fascismo con tutte le parate militari, dietro le quali c’era il vuoto, non poteva avere le simpatie di un uomo che amava tanto la semplicità e la realtà delle cose».
L’occasione per la riscoperta veneziana dell’autore della Lanterna di Diogene è fornita dall’Accademia Panziniana bellariese, custode della modernità antimoderna di Alfredo (promotrice anche di un premio giornalistico nazionale sul tema del viaggio in bicicletta a lui intitolato, che coinvolge fra gli altri in giuria Sergio Zavoli, Aldo Cazzullo e Mauro Mazza), e da alcuni docenti del Foscarini e dell’università Ca’ Foscari. Perché Venezia? Perché qui, appunto, studiò il giovane Panzini, al Convitto Foscarini, dal 1875 al 1882, lasciando di quel periodo nei suoi quaderni (due anni fa donati dalla Fondazione Carim alla stessa Accademia) tracce corpose di applicazione feconda e di studio matto e disperatissimo sui classici ma anche di dolorosa lontananza dalla spiaggia di Rimini. E al Foscarini si è svolto il 13 e 14 marzo 2013 il convegno “Panzini scrittore europeo” in occasione di un anniversario che, fra l’altro, unisce Panzini e D’Annunzio: il centocinquantesimo della nascita. Coevi ma antitetici, tanto che il primo fu definito “l’anti-d’Annunzio”. Panzini definì il Vate «specialista in isquilli». Geniale. Ma al Foscarini si è parlato solo di Panzini, non di D’Annunzio, aprendo però squarci nuovi e addirittura inediti. Mary Ann McDonald Carolan, docente di letteratura moderna alla Fairfield University (Connecticut), ha detto che «Panzini fu riconosciuto in America come uno dei più importanti scrittori della sua generazione».
Dal 1928 al ’33 – ha spiegato – si sono susseguite negli States traduzioni di novelle e altri scritti di Panzini, ma già prima le antologie scolastiche avevano reso ragione della caratura dello scrittore di Bellaria. Su Panzini si è formato Carlo Golino, pescarese ma trapiantato in America dove ha insegnato a lungo diventando pure rettore della Massachusetts University, a Boston. Si scopre così che Golino scrisse la sua dissertazione per il dottorato in italianistica alla California University, Berkley, nel 1948, proprio su Panzini. Ha fatto tesoro del lessicografo bellariese anche
Charles Southward Singleton, docente ad Harvard, che Montale definì «l’americano che ci spiegò Dante». Sempre da oltreoceano viene fuori che Panzini fu molto e ben recensito sul New York Times (anche per la penna del mitico Henry Furst), che di lui si occupò anche Vanity Fair, e che alla fine degli anni Venti Panzini era considerato dagli americani il «miglior scrittore di prose italiane», un «talento acuto nell’osservazione di uomini e cose». Per gli statunitensi, il romanzo Io cerco moglie è «il libro più comico dopo il Decamerone».
Sconti ne fece sempre pochi Panzini, e con quei suoi occhi azzurri come il cielo passò ai raggi X anche le virtù e i vizi del romagnolo, il «più allegro e generoso del mondo (a non toccarlo negli interessi), ma rissoso, clamoroso, sensuale e pochissimo spirituale». Un «popolo simpatico il romagnolo, se non soffrisse della malattia dell’entusiasmo verbale che, a pensarci bene, è una forma anch’esso di sensualità». Ma unico e irripetibile: «Rimanete fedeli alla Romagna, è l’unica terra in cui si conserva quel poco di buono che è rimasto nel mondo».

Claudio Monti

(Questo articolo è stato pubblicato sulla terza pagina de La Voce di Romagna in data 20.3.2013)

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Nuova Antologia: Augusto Campana sul rapporto fra Panzini e Baldini

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La Nuova Antologia, numero gennaio-marzo 2013, vol. 610°, fasciolo 2265, ha pubblicato un importante studio di Ennio Grassi e Manuela Ricci seguito dalla trascrizione del dattiloscritto con tutte le integrazioni manoscritte, comprese quelle lasciate in sospeso con una lineetta e che alludevano a precisazioni che sarebbero state fatte a braccio.
Il dattiloscritto ha per titolo “Augusto Campana: nota a un ‘inedito’ sul rapporto fra Alfredo Panzini e Antonio Baldini”. E’ il risultato della ricerca che Campana condusse per oltre un decennio sul rapporto fra Antonio Baldini e Alfredo Panzini.
Il documento originale di Campana è conservato tra le carte dello studioso che si trovano nella Biblioteca Gambalunga di Rimini.

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