Sibilla Aleramo

Il suo Ricordo di Panzini («L’Unità», 12 aprile 1949) rimane un affresco vitale. Nel decimo anniversario della morte dello scrittore romagnolo, fu Antonio Baldini a chiedere a Sibilla Aleramo di “ricordare Panzini”, per scongiurare il rischio che sul foglio del partito comunista «si parli affrettatamente – senza cognizione di causa dello scrittore», finendo per rimanere imprigionati in cliché che pure verranno poco dopo violentemente scagliati da quello stesso giornale, scaricando su Panzini l’accusa di «borghese reazionario» e altro ancora. Come farà, pochi giorni dopo il commento di Sibilla Aleramo, Carlo Muscetta sempre su «L’Unità» (9 giugno 1949): Alfredo Panzini o il gesuitismo in letteratura. Ma Sibilla ha conosciuto bene Panzini, tra loro l’amicizia (“Soprattutto quando lo conobbi, e poi oltre un decennio, la nostra amicizia fu cosa assai cara ad ambedue“), la stima, e forse la complicità, sono state intense e sincere, come testimoniano le lettere vergate dall’una all’altro e viceversa. Ecco perché, pur scrivendo su «L’Unità», Sibilla Aleramo non si incammina sul versante della “critica gramsciana” ma offre una propria, sofferta, testimonianza.

Dieci anni orsono Alfredo Panzini moriva e gli amici rimasti chiedono a me di commemorare la data, sia pur brevemente, su questo giornale che egli, se fosse ancor vivo, forse non leggerebbe. Non leggerebbe? Chissà. Una delle note dominanti del suo spirito era la curiosità. Con quel sorriso che voleva essere tra umoristico e ironico e tuttavia non perveniva a nascondere una natura di fondamentale ingenuità, egli si avvicinava, pieno di delicatezza e insieme fanciullescamente avido, a ogni idea, a ogni avvenimento, a tutti gli aspetti delle cose e delle genti, mai sazio, se ben sempre, e presto, deluso. La delusione derivava da una sua incapacità congenita ad approfondire, ad insistere nell’esame. Gli riusciva impossibile di appassionarsi durevolmente a checchessia, e quindi ad impegnarsi con tutto se stesso, a darsi intero ad una convinzione e ad una causa. Deficienza di fede. E forse era anche la sua timidezza, una specie di pavidità, che lo fermava, che trasformava via via in scetticismo quello che inizialmente avrebbe voluto essere entusiasmo.

Certo, di rado ho incontrato persona più contraddittoria e sconcertante, pur essendo nello stesso tempo così provvista di fascino: un fascino che perdurava di là dalle delusioni ch’egli a sua volta comunicava altrui. Soprattutto quando lo conobbi, e poi oltre un decennio, la nostra amicizia fu cosa assai cara ad ambedue. Era, Panzini, verso il 1905, un uomo ancor giovane, non ancor raggiunto dalla fama, i bei tratti del volto illuminati da occhi azzurri vivacissimi. Cerimonioso, un poco professorale nell’abito e nel forbito eloquio. Ma la sua umanità, la sua sensibilità, diciam pure la sua nativa bontà, trapelavano subito, a sua insaputa. Quella bontà egli mi attestò non so quante volte, con cuore fraterno, e ne ho ritrovata l’eco nel pacco di sue lettere che ho ieri riaperto. Dalle quali lettere si sprigiona, non soltanto per virtù di tempo, una malinconia costante, che sommerge ogni atteggiamento ironico, ogni battuta intenzionalmente caustica o critica, e resta dominatrice: forte malinconia, mai amara, che era il contrassegno segreto di Alfredo Panzini, il suo più vero e alto titolo di nobiltà. Nei suoi libri, che i giovani oggi poco leggono, e ch’io stessa non rileggo da anni (emerge nella mia memoria un volumetto di novelle, de’ suoi primi, Le fiabe della virtù, non so se più degno degli altri di sopravvivere ma forse più rivelatore dell’animo suo intimo), nei suoi libri qua e là, lui riluttante, appare il suo destino d’uomo accorato e, insomma, d’uomo infelice: d’una infelicità che non attingeva l’eroico pathos leopardiano, ma pur era terribilmente senza scampo. Nonostante l’ingegno vivido, ch’egli era ben consapevole di possedere, e la vasta cultura, e l’eccezionale resistenza al lavoro, e la famiglia, e gli agi conquistati, e gli onori negli ultimi anni, Panzini non fu mai contento di esistere, non fu tra coloro che amano la vita, non dico nel presente che sarebbe irrisorio, ma in vista d’un futuro da creare in terra, per un’umanità migliore. Non ebbe quella fede nell’avvenire, che consente di superare con sereno coraggio difficoltà e dolori, e ch’egli in me compativa volta a volta o commiserava, chiamandomi affettuosamente illusa, e perdurandogli il mesto sorriso nei luminosi occhi azzurri.

Sibilla Aleramo

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