Pier Vittorio Tondelli (1955 – 1991) ha scritto pagine di intelligente freschezza su Alfredo Panzini, quasi mai valorizzate dalla critica panziniana. Quelle che seguono sono tratte da Cabine! Cabine! Immagini letterarie di Riccione e della riviera adriatica, in Riccione e la riviera vent’anni dopo, a cura di Fulvio Panzeri, Guaraldi 2005.
Scrittori romagnoli
[…] A questo punto ci siamo già addentrati in uno degli aspetti più appassionanti della ricerca, e cioè la tradizione letteraria emiliano-romagnola. Per me, ha avuto l’effetto di una vera e propria scoperta. Nomi di autori come Alfredo Oriani (1852-1909), Antonio Beltramelli (1879-1930), Alfredo Panzini (1863-1939), Marino Moretti (1885-1979), Dante Arfelli (1921-1995) e lo stesso Antonio Baldini (1889-1962), sinceramente non mi dicevano molto, a parte reminiscenze scolastiche o approcci casuali. Eppure la loro lettura si è rivelata interessante e feconda.
[…] Per Il padrone sono me! (1922) di Panzini, addirittura inaspettati risvolti di contaminazione dello stile aulico con echi gergali e costruzioni tipiche del parlato: un giovane Holden sulla riviera, furbo e sarcastico. […]
Navigazioni in bicicletta
Un aspetto che colpisce nelle rappresentazioni marine degli autori di cui abbiamo finora parlato – si tratti di imprese guerresche, di battaglie, come di naufragi o di battute di pesca – è l’uso abbondante di immagini terrestri, se non addirittura contadine. Attraverso l’uso di metafore e similitudini, il mare Adriatico pare un prolungamento della campagna romagnola. C’è una continuità fra la terra e l’acqua, rintracciabile non solamente in espressioni di uso comune, ma in sensazioni e immagini ben più interessanti: “Ora il mare, aperto davanti a me, mi pare una strada la quale conduca in giro per tutto il mondo” (Panzini). È, in sostanza, la stessa continuità che abbiamo rintracciato nel banchetto descritto da Beltramelli. In quale altra regione potrebbero servire i cappelletti (con tutto quello che comporta il loro ripieno) prima di un luccio o di un’aragosta? Se questo è vero, probabilmente funziona, linguisticamente, anche il contrario.
Così è nata la sezione, forse più curiosa, forse più divertente, della nostra ricerca. Dapprima una semplice intuizione critica ed espositiva. Poi, lavorando, cercando, risistemando, stimolando altre riflessioni, una specie di vera e propria metafisica delle navigazioni in bicicletta.
Prendiamo le mosse dal Panzini della Lanterna di Diogene (1907), straordinario viaggio in bicicletta da Milano a Bellaria: “L’undici di luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente, dall’alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di Porta Romana. La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori su l’Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata supponiamo che sia non lungi dall’antico pineto di Cervia e che, per l’aere puro, abbia il nome di Bellaria”.
L’itinerario di Panzini segue la dorsale della via Emilia con una curiosa deviazione verso le località turistiche dell’appenino modenese e una sorta di appendice a Comacchio. È un viaggio non solo di ricordi letterari – si va da Omero e Virgilio a Dante e Petrarca, all’Ariosto, al Manzoni, a Carducci, a Pascoli, ai cui luoghi è dedicato un intero capitolo – ma anche un piccolo viaggio interiore che finisce, come ogni viaggio paradigmatico, con la morte; in questo caso con una doppia morte: quella della stagione che si avvia ai freddi invernali e quella dell’autore che immagina il proprio corteo funebre al Cimitero Monumentale di Milano. La sensibilità decadente produce in Panzini strane commistioni: ci sono le bellissime pagine in cui l’autore visita il cimitero in cui Giovanni Pascoli pensò, per i propri morti, le Myricae e ci sono le battute grossolane, l’ironia pesante, il dialetto dei contadini.
Strane davvero queste navigazioni in bicicletta di Panzini. È come se il suo viaggio, fra zampetti di Modena, salsicce e anguille di Comacchio, andasse alla deriva della sensibilità emiliano-romagnola nei due aspetti che abbiamo già individuato: la sensualità dell’esistenza (fatta soprattutto di cibi) e il senso panico della morte e della dissoluzione, che arriverà fino alla “componente memorialistico-mortuaria” (Brevini) delle poesie di Tolmino Baldassarri, o alle zone d’ombra, fra nevrosi e malinconia, dei componimenti di Raffaello Baldini a proposito dei quali non ho altre definizioni che la parola “blues”.
Eppure in Panzini non avverti mai l’inconciliabile angoscia della tragedia. E questo, credo, perché il senso della natura, dell’attaccamento alla terra, del volgere delle stagioni è radicato e fortissimo: “Tutto ciò come si ripete malinconicamente! Come la legge delle cose domina, e non riuscirai no, a sterilizzarla”.
Circa trent’anni dopo il vagabondaggio panziniano, nell’estate del 1941, Giovannino Guareschi ripete, a suo modo, l’impresa. Diverse sono le sue motivazioni, leggermente differente l’itinerario che, una volta raggiunto l’Adriatico, prevede il rientro a Milano attraverso la linea Ferrara, Verona, laghi di Garda, d’Iseo, di Lecco, Maggiore e d’Orta: milleduecento chilometri che daranno vita a una serie di cronache pubblicate sul «Corriere della Sera» sotto il titolo Un giretto in bicicletta. […]
Panzini, Guareschi e infine il giovane Lassandari percorrono le stesse strade a distanza di vari decenni l’uno dall’altro. Addirittura, fra il primo e l’ultimo, passano ottant’anni. Ma il modo di pedalare, di affrontare gli ostacoli, di trovarsi controvento, di faticare, di dialogare con la natura è identico. Viaggiare in bicicletta è soprattutto un modo di pensare. Di ricordare e di osservare. Forse, per quanto ci riguarda, è anche un modo di navigare.
Pier Vittorio Tondelli
Pier Vittorio Tondelli