Giovanni Papini

9 gennaio 1916. Sulla terza pagina de «Il Resto del Carlino» (alla quale collabora anche Panzini), Giovanni Papini scrive un pezzo dal titolo Di pensiero in pensier… Prende spunto dall’osservazione di un albero, di una colonna di marmo e “un gran palo di ghisa per reggere i fili del tranvai”, in piazza Sant’Ambrogio a Milano, “come le figure di una lezione”: “la forza vegetale, primitiva; l’arte vecchia; l’industria scientifica d’oggi: la preistoria, l’antichità, il moderno”. E poi, come scolpito all’interno di un articolo che parla anche d’altro, introduce la sua prima interpretazione di Alfredo Panzini, che si conclude con la celebre definizione: “Panzini sembra uno spirito semplice, può parere monotono, perfino. Ma leggetelo bene e con l’attenzione che merita la sciolta eleganza dell’arte sua delicata e sentirete che ariate di freddo e che infilate di pensieri difficili. È uno spirito di contrappunto che vive sulle variazioni e con pochi temi riesce a lavorare la realtà fino al punto di soffrire e di far soffrire”.

Ecco il passaggio dedicato a Panzini:

“Ora io penso che lì vicino a Sant’Ambrogio deve abitare Alfredo Panzini e non posso rattener la voglia di ricordarmi chi non ho mai visto.

È impossibile non pensare a Panzini. Non s’apre giornale o rivista o illustrazione che non si trovi il suo nome e tutto quel che si legge di lui porta scritto qualche familiare connotato dell’anima sua malcontenta. La vecchia Nuova Antologia che da tanto tempo non leggo l’ho dovuta riprendere in mano per leggere il suo Viaggio circolare in I° classe ch’è uscito in gennaio e febbraio dell’anno da poco finito. Nessuno ha parlato di quel libro perché non è venuto fuori come libro e parrebbe una degnazione senza scopo far la recensione d’un pezzo di rivista. Eppure quelle settanta pagine dell’Antologia sono fra le più belle che Panzini abbia scritto e scriverà. Continuazione ideale della Lanterna di Diogene questo viaggio è ancora più fine e più felice – e pensare che la Lanterna è forse il volume più caro, più buono, più panziniano. Ma qui l’arrivo a Vicenza, l’incontro colle donne a Bologna, l’apparizione della nera vecchia presso il Duomo di Pisa, il sogno della mamma, l’apostrofe alla casa di Bellaria son di quelle pagine che i conoscitori si leggono e rileggono con tanta beatitudine di gusto che la stessa gelosia si vela e si scorda. Quando si pensa che mezzo milione di compatrioti di Panzini legge e ammira le Preghiere dell’Avvento dell’inesorabile D’Annunzio e appena tre o quattrocento avranno letto – e come? – il Viaggio circolare vien fatto di rallegrarsi e inorgoglirsi d’esser tra i pochi, che hanno la miglior parte.

In Panzini c’è stato un mutamento grave. Nella Lanterna c’era ancora l’uomo che s’affidava a qualcosa, che aveva sotto i piedi e gli occhi qualcosa di certo, una soddisfazione, una speranza. Qui è finito ogni cosa. Quello scetticismo savio ha lavorato sotto sotto e s’è mangiato quelle po’ di radiche rimaste nella terra di tutti. Qui non c’è più fede e neppur la possibilità d’una contentezza passeggera. La donna ha perso l’ultimo sorriso, il migliore dei trucchi; anche la casa fedele vicino al mare non ha più fondamento né incanto. È cascato ogni cosa, senza fragore di crisi ma con la naturalezza del pensiero che si rilavora sé stesso ogni giorno. Si sente quest’uomo solo in mezzo alla gente che dura fatica a divertirlo senza volere; amaro senza neppure la consolazione d’un desiderio e che pure conserva quella decenza, quella nobiltà, quell’apparente dolcezza briosa dell’artista esperto che non vuol dare agli estranei il diritto di compiangerlo.

Panzini sembra uno spirito semplice, può parere monotono, perfino. Ma leggetelo bene e con l’attenzione che merita la sciolta eleganza dell’arte sua delicata e sentirete che ariate di freddo e che infilate di pensieri difficili. È uno spirito di contrappunto che vive sulle variazioni e con pochi temi riesce a lavorare la realtà fino al punto di soffrire e di far soffrire. Paragonatelo al suo maestro, al Carducci delle lavandaie di Desenzano e sentirete la differenza incredibile tra gli artisti del 1880 e quelli del 1915″.

claudioGiovanni Papini