Dal Furlo a Urbino

Il Furlo nella istoria del brigantaggio, ha una pagina notevole, e il ricordo delle diligenze svaligiate è vivo tuttora nella memoria dei nostri vecchi. La vista del Furlo vince l’immaginazione, e affinchè questa frase non sembri iperbolica, io voglio dire che qualunque viandante non può credere che quivi, tra Fermignano e Fossombrone, in cui non sono più monti né poggi, ma colline dal dolce e ben coltivato pendio, possa trovar luogo questo bizzarro e pauroso scherzo geologico.
Si direbbe che il fiume Metauro trovando chiusa da ogni parte la valle, si sia aperta da per sé la strada verso il mare spaccando sino al fondo una collina grande a forma di mammella che gli intercettava il passaggio; e le acque che già si tinsero della strage di Asdrubale, scrosciano irose, nello stretto e sassoso fondo dell’abisso. Le due pareti del monte si innalzano ad altezza inuguale di cento o centocinquanta metri e fors’anche di più, ma sono così prossime e si svolgono con curva cosi bizzarra che sembrano toccarsi: certo il sole non vi trova passaggio se non per certi suoi giuochi di luce e solo quando vi cade a piombo; appena piega ad occidente, entro il Furlo cadono le tenebre ed il rigido della sera.
Il macigno che forma le due pareti è bello, venato di rosso e termina a pinnacoli e guglie, sorrise allora dal sole morente e dove ben fissando con gli occhi in su si distingueva qualcosa di bianco e di moventesi, tratto tratto: alcune capre.
Per quel meandro, lungo oltre un miglio, i Romani fecero passare con semplice arditezza la via consolare Flaminia, importantissima, che congiungeva Roma all’Alta Italia, e a Fano si univa alla litoranea: era anche sin dopo il 1860 la via delle diligenze per Roma, ma il vapore oramai ne ha fatto una strada di importanza poco più che locale. Poche sono le opere d’arte, tra cui una galleria con sopra una semplice iscrizione del tempo, parmi, di Vespasiano.
Il timore di essere sorpreso dalla notte nella gola del Furlo mi fece rimontare in sella senz’altro e retrocedere; ma appena ne fui fuori, mi accorsi con molta sorpresa che il sole era ancora sopra all’orizzonte, non per molto tempo certo, ma assai per arrivare ad Urbino prima di notte.

Urbino, sull’alto del colle, si presenta bene, ampiamente turrita, svelta, quasi ridente: ma da vicino porta le terribili stimate delle cose morte. Io non so come ciò avvenga, ma io non credo che siano le cose che muoiano — il palazzo feltresco, montagna di arte e di marmi, è ad esempio di una giovinezza disfidante ancora gli anni attraverso tutte le deturpazioni possibili — ma sono gli uomini che insteriliscono, invecchiano presso le ombre delle grandi memorie, come i bambini che dormono accanto alle vecchiarde. Una via lunga in salita, sudicia, seminata di donne che lavorano all’aperto, di bambini e d’altro , mi si aprì davanti appena passata un’alta porta antica. La mia bicicletta mise lo scompiglio. — Ih, come l’è brutt — disse l’una forte; e questo era diretto a me, ma credo il giudizio per lo meno avventato e senza tener conto della polvere che mi bruttava.
Non era un complimento ospitale da parte delle pronipoti di Raffaello; ma non si creda che esso abbia influito sinistramente sul mio giudizio intorno ad Urbino, quando io dirò che il pranzo, all’unico albergo, fu pessimo e caro, che l’albergatore non mi venne incontro, né mi salutò alla partenza; che dovetti da un panino, in un caffè, allontanare uno sciame di mosche; ed altre miserevoli cose della vita, inutili a ricordare.
Non volli andare a letto senza prima aver visto il palazzo de’ Montefeltro. Era circa mezzanotte: poche lampade ad olio, sostenute da lunghi bracci come forche, spandevano una luce da medio evo nel deserto delle vie salienti e discendenti: ma giunti al confine della città la gran mole mi si disegnò nel fondo del cielo, quadrata, solenne, animata.
La notte passò benissimo, senza sogni, toltane una serie di legioni con le aquile d’oro che muovevano compatte attraverso le gole del Furlo e non finivano mai di passare. Evidentemente erano quelle di Livio Salinatore e di Claudio Nerone contro Asdrubale cartaginese!

La rividi al mattino la gran mole, un mattino ridente e puro.
Il palazzo ducale, fondato e ideato dall’istesso Federigo da Montefeltro, col concorso di insigni artefici, nell’anno 1465, è un libro di marmo. Ci hanno lavorato i coboldi in compagnia de’ giganti, tanto ogni cosa è finita insieme e grandiosa. Passando per quel sogno di sale si sente la visione del prodigioso nostro rinascimento più che leggendo volumi di storia. È l’arte, è la politica, sono le armi, l’avvenire, il passato, il genio d’oriente e d’occidente che si sono incontrati sulla nostra terra in quel tempo felice, e si sono fusi al sole d’Italia? Io non so, ma è un sogno mirabile che sorge nell’anima da quella materia che parla tuttavia.
Parla e dice che quivi suonò il verso del Bembo, quivi la adamantina e pur non accademica ma popolare prosa di Baldassar Castiglione, qui cavalieri e dame illustri rallegrava l’arguto ed elegante parlare del Da Bibbiena. Qui forse Giulio II udì novella del giovanetto Santi, e gentili uomini e poeti, e savi quali Federigo Fregoso, Bernardo Accolti, Ludovico da Canossa, Giuliano de’ Medici, Ottaviano Fregoso, l’Ariosto si diedero convegno.
Quivi ogni cosa reca le tracce di una splendidezza e di un buon gusto senza pari. Negli intarsi, ad esempio, che coprono tutte le pareti dello studio di Federigo, è figurato il magnifico signore in corazza e gambali e attorno sono scolpiti i volumi degli antichi savi: Livio, Cicerone, Omero: sembra un simbolo ed una spiegazione storica. Dall’alto dei torrioni superbi quasi cento metri e che si inabissavano fra densi boschi, la cerchia appenninica fa degno contorno. Ecco il Catria, il Nirone, il Furio, il Carpegna e presso i boschi a i campi: non terre isolate allora, ma congiunte per simpatia di spirito col grande mondo e colla storia.
Ma oggi la corrente della vita si è allontanata e segue altra via. Quelle città medioevali, turrite, e ad arte costrutte in su le cime dei poggi o dei monti, guardano con sentimento d’invidia le città poste al piano, un tempo disprezzate e neglette, ma presso cui oggi corre la vaporiera, fannosi impianti elettrici e la civiltà del secolo XX eleva le torri de’ suoi nuovi castelli: i camini degli opifici.

Anche qui come a Ravenna, come nel palazzo Estense di Ferrara, le devastazioni superano il credibile ed il possibile. Gli arazzi che coprivano le pareti di quelle stanze — tanto grandi che nello spessore delle finestre vi sono doppi sedili di marmo — furono portati via; il resto imbiancato, rovinato, abbattuto per creare stanze di uffici e prigioni. Di tutta la preziosa suppellettile non rimane che la memoria. Le porte fra stanza e stanza, massicce, di noce intarsiata che è un incanto, forti da resistere al cannone, furono anch’esse imbiancate: i fregi raffaelleschi, le stelle, gli architravi di marmo finamente lavorato a basso rilievo, sono corrosi dalle intemperie che vi entrano da tutti i finestroni aperti: una teoria deliziosa di putti di marmo su fondo azzurro, adornante il più bello dei camini di quelle sale fu «privata delle sue punte» per non offendere i pudichi occhi di non so quale legato pontificio. Non ricordo altro, ma andate e farete una lista più lunga della mia.
Per il mio temperamento, qui come a Ravenna, meglio e più igienico correre in bicicletta e interrogare, più tosto che gli uomini e le loro opere, il mare ed i campi.

(“Divagazioni in bicicletta”, Lepida et Tristia, Milano, Tip. P. Agnelli 1901-1902, pp. 219-223)

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