L’11 aprile 1939, un giorno dopo la morte dello scrittore e accademico d’Italia, Pietro Pancrazi scrisse queste righe sul «Corriere della Sera»: La morte di Alfredo Panzini. Pancrazi, insieme a pochi altri che si contano sulle dita di una mano, può essere definito “il” critico letterario per eccellenza di Panzini. Ne ha seguito passo a passo le opere e se ne è occupato prima sulla terza pagina di vari quotidiani e poi in volumi, ed ha curato l’edizione postuma dei Romanzi d’ambo i sessi (Mondadori, Omnibus, 1941) componendone la superlativa prefazione. Un conoscitore profondo, dunque. Eppure il suo sguardo su Panzini non è mai stato “definitivo” e si è mosso in punta di piedi, a differenza d’altri che prima e dopo di lui (anche in tempi recenti) hanno preteso pronunciare giudizi perentori, spesso del tutto fuori registro. “Se ora ci proviamo a riassumere mentalmente la sua figura”, scriveva in questo articolo per il «Corriere» con competente modestia… Eppure è stato lui a cogliere di Panzini i tratti più durevoli, a cominciare da questo: “la sua non mai ostentata, ma reale e sostanziosa e saporosa originalità”. O “quel suo vibrato pensare e l’inquietudine”. E a prevedere che “anche quando altri più vistosi o più sorprendenti scrittori del tempo saranno passati, il nostro Panzini resterà”. Ma occorreva lasciarsi alle spalle una certa stagione della critica perché ciò apparisse chiaro a molti, ed è quello che sta accadendo oggi.
È successo ad Alfredo Panzini, nella sua lunga carriera di scrittore, quello che a pochi scrittori accade. Egli è stato il testimone di tre diverse (e molto diverse) generazioni letterarie; nei cinquant’anni che dal Carducci, attraverso il D’Annunzio, vanno ai surrealisti e agli ermetici, ha visto intorno a sé sorgere e fiorire e cadere molti stili e molte mode, ha assistito ad uno dei più vistosi e forse radicali cambiamenti del gusto artistico che mai si videro; e quanto a sé, nei libri e nei giornali, in questi cinquant’anni, Panzini fu scrittore sempre presente e, come si dice, invitante, né mai gli mancò il favore del pubblico…; pure la sua letteratura, il suo stile, i suoi modi d’arte sempre si mantennero singolarmente appartati dagli altri stili del tempo, furono soltanto suoi. Come ogni scrittore vero, anche Panzini ebbe progressi, crisi e tormenti, oltre che d’uomo, d’artista, ma sempre li ebbe e risolse in sé, senza nulla accattare o subire da fuori. Perciò, se ora ci proviamo a riassumere mentalmente la sua figura, questo prima di tutto ci colpisce di lui: la sua non mai ostentata, ma reale e sostanziosa e saporosa originalità. Nell’apparente modestia, in quei toni medi che furono i suoi (e con i quali poté pur esprimere tanta vita e tanta poesia) questo è uno scrittore che non somiglia a nessuno. C’è ormai nella nostra letteratura un certo arguto modo di vita e di giudizio, una sensibilità, uno stile, c’è anche un tono letterario, che si chiamano Panzini. E poiché quella sensibilità, quel giudizio, e questo tono, rispondono a qualche sostanziale verità umana, e questo scrittore, oltre che originale, è fondamentalmente vero e sano, si può pensare che, anche quando altri più vistosi o più sorprendenti scrittori del tempo saranno passati, il nostro Panzini resterà.
E se dovessimo ora dire in che risiede il segreto di questa originalità di Panzini fra gli scrittori d’oggi, diremmo ch’esso soprattutto consiste nella congiunzione che fu in lui di due caratteri, che negli scrittori sogliono andare divisi. Panzini nacque scrittore di tradizione e di buona scuola, fu un classicista e tale si mantenne sempre; e contemporaneamente Panzini fu curiosissimo della vita d’oggi e d’ogni aspetto del costume contemporaneo. Fin dai suoi primi libri egli apparve così. Si sentì subito che Panzini era nato con l’aspirazione ad essere un uomo sereno, alla buona, all’antica (un carducciano, per intenderci, senza politica) e insieme con l’intimo travaglio di una suscettibilità continua e gelosa dinanzi a tutti gli aspetti e incontri del vivere. L’arte di Panzini dovette conciliare subito questa intima natura contraddittoria: da una parte l’aspirazione alla serenità che arrivava fino a vagheggiare l’idillio, dall’altra l’impressione e la reazione più mobili dinnanzi alla vita contemporanea. Fu il suo tormento, ma anche la sua gloria di scrittore. Un classicista tutto percorso e inquieto di sensibilità moderna; e un moderno che ha ancora in sé attivo il ricordo e il sapore degli antichi. Da qui nacque il suo particolarissimo umorismo, nel quale, ora l’antico, ora il moderno prevalsero; ma nelle opere migliori l’accordo fu raggiunto e fu bellissimo.
E in tutti i modi letterari, o generi, che tentò, almeno una volta, egli raggiunse la sua meta. Prima di tutti, ci vengono ora a mente i suoi viaggi. Si può dire che tutti gli umoristi dopo il “Viaggio Sentimentale” e dopo il “Reisebilder” amarono viaggiare. Ma nessuno scrittore nostro, tra quanti si sono provati, ha fatto mai tanto suo pro del viaggio letterario come Panzini. Addirittura Panzini ha ricreato il genere; egli ha fatto rientrare nei suoi viaggi, con un modo e un pungente suoi, anche i romanzi, le novelle, le filosofie, le storie che non scrisse.
Direi di più: il pellegrinare, il viaggiare letterario gli conferirono un po’ alla volta quasi un abito mentale e un modo di stile: il telaio del finestrino e il lustro vibrato del cristallo spesso furono anche la misura e la vibrazione della sua pagina. E il suo primo viaggio, scritto a quarantaquattr’anni – La lanterna di Diogene – è pur sempre il libro che fu per tutti rivelatore di lui. Lì nacque Panzini: quel senso di freschezza e di sanità che si esprime continuamente sopra un pericolo di turbamento; e a noi ne viene un’impressione mista di serenità e di amarezza, di confidenza e di dubbio. Dieci anni dopo, Il viaggio d’un povero letterato, come voleva l’età, più ripiegato e dolente fu ancora una delle sue opere maggiori.
Un altro felice incontro di Panzini fu subito col mondo classico e con la Grecia. Il platonico Acri, “l’uomo spiritualissimo” che si ritrovava a volte coi suoi scolari “sul bel colle dell’Osservanza, le prime ore del mattino”, giovò al futuro scrittore quanto e più del suo maestro Carducci. Non solo per il gusto allora appreso del mondo classico antico, ma anche per il modo di comporre, il piacere di ordinare, sui cartigli, le parolette.
Quel curioso Socrate di Panzini (che tornerà spesso nell’opera, se anche con altri nomi) e Lesbia, che dopo molti anni quasi gli sta a specchio, sono tra le figure centrali del suo mondo ideale. Il Panzini narratore vuol essere toccato con mano più leggera. Le fiabe della virtù (e alcuni racconti di prima e di dopo che le richiamano), più che vere narrazioni, vogliono esser considerati come gli apologhi o gli idilli o i poemetti del suo sentimento. Cose, fatti, persone, si disegnano fuori di lui, nitidi; ma portando la vibrazione di lui più segreta; e il disegno così semplice, la pagina così piana, acquistano allora come un soprasenso poetico. Siamo ancora troppo vicini per giudicare, ma credo proprio che ad alcuni di questi racconti (delle fiabe e altri libri), oltre che ai suoi viaggi, sia raccomandata la fama di Panzini nel tempo. Nei racconti più lunghi, nei romanzi, le cose andarono diverse. È certo che il romanzo non fu il genere a lui più congeniale. Le parti più riuscite sono quelle che in qualche modo possono ricondursi nella cadenza d’un idillio.
Nei suoi romanzi i personaggi ci sono e non ci sono; pigliano per un attimo consistenza di realtà e sfumano nel simbolo. Se per un po’ parlano in persona prima, subito dopo sentenziano, apostrofano, diventano poetici o ironici per incarico dell’autore. Vi s’incidono a un tratto nella fantasia, con un particolare vivissimo, e subito dopo svaniscono nel nulla. È che, anche nei suoi romanzi, i veri personaggi sono le passioni, le ironie, i crucci, le commozioni, o i ricordi umani di lui Panzini. Così nacquero la poetica Mimì della Pulcella e, nel romanzo romagnolo del dopoguerra, il contadino Mingon.
Ma altro e meglio vorremmo dire che ora non si può. Perché Panzini non fu soltanto lo scrittore di alcuni libri che resteranno: egli fu tra noi anche la testimonianza di una umanità letteraria, di una tradizione, di una verità nelle lettere che vogliamo amare. L’opera d’arte, di volta in volta, poté toccare il segno o mancarlo. Ma alcune virtù quest’uomo e scrittore non le perse mai. Quel suo vibrato pensare, e l’ironia, l’inquietudine, l’assillo con cui per tanti anni Panzini riempì tante carte e tentò tanti aspetti della sua vita e della vita di tutti poté non essere talvolta un alto o grande pensare, ma fu sempre un pensiero “sofferto”.
Pochi scrittori come lui, spesso attraverso l’umorismo e l’ironia, e talvolta un umore quasi brusco, riempirono l’arte di tanta inquietudine e pietà umana. E la qualità, la virtù che lui artista non perse mai, fu quel suo scrivere. Panzini ha scritto per trent’anni la più fidata prosa italiana dopo il Carducci: una prosa duttile e sempre trasparente su le cose, ma che la senti. E spesso soltanto a quella innervatura sensibile, a quel leggero sapore, questo aristocratico scrittore affidò il suo sentimento. Questi non sono i suoi caratteri maggiori e che fanno la sua statura di scrittore: ma sono pure rare gentilezze umane per cui oggi più lo piangiamo.
Pietro Pancrazi
Pietro Pancrazi