Casa Rossa

È stata definita la “casa cantoniera” o “supercasa cantoniera” da Antonio Baldini, ma anche “il palazzo”, e poi “la villa” da Grazia Deledda, che il suo angolo di pace se l’era ricavato a Cervia negli anni Venti, e la “villetta bellariese” da Marino Moretti, il più prossimo a Panzini perché residente a Cesenatico con affaccio sul piccolo porticciolo leonardesco. 

Chi la volle con tutte le forze, seppure a costo di parecchie cambiali, amava parlare della “casetta a Bellaria”, anche se a volte non disdegnava di chiamarla “villa”, e così si trova descritta in alcune lettere agli amici. In una lettera alla moglie Clelia parlerà invece di “un cubo forato, molto, forse troppo in vista dai punti più lontani, e ciò a causa della sua elevazione sul monte, più che per la propria altezza”.

La costruzione del villino Panzini, a tutti noto come “Casa Rossa”, su una piccola porzione del vasto appezzamento di terreno di complessivi 17.384 metri quadrati, risale al 1905-1906. Già da diversi anni prima lo scrittore e la famiglia trascorrono le vacanze estive a Bellaria in una modesta casetta, ma l’amore per il luogo, al tempo selvaggio e pressoché deserto, è all’origine della decisione di edificare una dimora di proprietà. 

Nell’estate 1907 la Casa Rossa è già pronta e nei mesi della fuga dalla città di Milano e dall’insegnamento, accoglie il nucleo familiare, composto da Alfredo, dalla moglie Clelia e dai figli Emilio (nato il 21 giugno 1892), Pietro (30 novembre 1896), Umberto (che vivrà solo dieci anni). Matilde verrà al mondo nel 1908.

Innalzata a ridosso della linea ferroviaria, ha la tipologia tipica del villino signorile dei primi anni del Novecento: due piani più uno scantinato, pianta quadrata, tetto a quattro falde, solai in legno, controsoffitto in arelle, pavimenti in cotto e sui muri interni e sui soffitti numerose decorazioni, affreschi a stampa a colori vivaci. All’esterno, oltre a mattonelle sulle quali sono impressi i titoli di alcune opere (La biscia,  La pulcella senza pulcellaggio, Il cuore del passero, ecc.), e un categorico “Non mi date consigli so sbagliare da me”, spiccano le cornici marcapiano in cotto, decorate a dentelli e con motivi floreali. Sulla facciata che guarda verso il viale che da tempo è stato intitolato a Panzini, si trova una lapide, posta nel 1949: “Dal sole, dal mare, dal vento ispirato, Alfredo Panzini scrisse in questa casa pagine umane che il tempo non disperderà. Nel decennale della morte, 9 aprile 1949, il Municipio pose”. All’epoca Bellaria Igea Marina non era stata ancora costituita in comune autonomo (lo sarà nel 1956) e fu l’amministrazione di Rimini a farsi carico del ricordo.

Questo luogo appartato, a contatto con la compagna e con il mare, imprime l’overture del romanzo più celebre di Panzini, La lanterna di Diogene, che esce proprio nel 1907 da Treves e illumina di nuova luce il suo autore: 

“L’undici di luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente, dall’alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di Porta Romana.

La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori su l’Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata supponiamo che sia non lungi dall’antico pineto di Cervia e che, per l’aere puro, abbia il nome di Bellaria”.

Tante le tracce lasciate da Panzini sui giorni lieti, non tutti ma molti, trascorsi a Bellaria, con messaggi come questi: “Qui mare azzurro e Romagna meglio di Roma”, scrive a Marino Moretti nel 1918. “Mi trovo a Bellaria. Mi venga a trovare. Meglio che Nuova Jorca. Qui non vi sono briganti”, manda a dire a Giuseppe Prezzolini nel 1934.

Oltre che luogo di riposo, la Casa Rossa rappresenta il punto d’incontro tra Panzini e una serie di personalità con le quali stringe amicizie e collaborazioni di lavoro: giornalisti, editori, scrittori, artisti, traduttori delle sue opere. Tra questi Renato Serra, Marino Moretti, Filippo de Pisis, Antonio Baldini, Arnoldo Mondadori, Margherita Sarfatti, Sibilla Aleramo, Fausto Maria Martini, il capo redattore de «Les Nouvelles Littéraires» Frédéric Lefèvre, che si reca a Bellaria per intervistare l’accademico d’Italia e riferirne nella prestigiosa serie Une heure avec…, Juliette Bertrand (traduttrice, ma non l’unica, di Panzini in Francia) e tanti altri. Non mancano le occasioni che radunano numerose compagnie, come si evince da una comunicazione dell’editore Calogero Tumminelli (31 agosto 1927): “… di ritorno dal viaggio che mi ha procurato il piacere di quella indimenticabile serata trascorsa a Bellaria con Lei e con tanti artisti amici…”.

Quando si addensano i nuvoloni della Grande Guerra, Panzini e Serra si scambiano pensieri e preoccupazioni proprio qui, dove si sono incontrati per la prima volta nel luglio del 1912, o passeggiando sulla riva del mare antistante:

“Quanto all’umanità, conosco solo quelli che ho vicini; quelli che mi fermavano quest’estate, quando passavo in bicicletta, in riva al mare, o per lo stradone infuocato: si ricorda, caro professore, quando glielo raccontavo? (Era una delle ragioni per cui io rimanevo più tranquillo accanto a lei che balzava e fremeva: mi guardava cogli occhi fissi: vedeva forse di me solo un’ombra, piccola, fra grandi ombre nere calanti sopra la terra. Anch’io cercavo altre cose, fuggite e desiderate, perdute e presenti, laggiù sulla riva del mare; sull’orlo, dove l’onda fugge e ritira con sé l’ultimo velo dell’acqua, mentre i fiocchi di spuma si spengono con un sibilo lieve; resta scoperta una riga di sabbia bruna, umida e intatta, come un sentiero nuovo per venirci incontro a piedi scalzi… nessuno. Nessuno deve venire. Così andavamo l’uno presso l’altro scambiandoci le parole, da rive ora vicine ora lontane: qualcuna cadeva, o arrivava con suono mutato. Qualche volta le sembrava di ascoltare me; e io non avevo parlato; era il suo cuore che batteva….”. (Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato)

La Casa sarà anche momentaneamente requisita per diventare “ricovero per i profughi del Veneto”, Panzini ne parla in un articolo sul «Giornale d’Italia» nel gennaio del 1918. 

È qui, nello studiolo al secondo piano, che prende forma la maggior parte dei romanzi, spesso datati da Bellaria, come La Madonna di mamàLa pulcella senza pulcellaggioIl bacio di Lesbia e Il padrone sono me!  

Tra il 1930 e il 1931 la proprietà viene ampliata dai figli acquisendo altri terreni limitrofi per quasi seimila mq., ma è dopo la morte di Alfredo (10 aprile 1939) e Clelia (15 agosto 1954), che cominciano i problemi. Tra il 1971 e il 1976 i figli sono costretti, per problemi finanziari, a vendere tutto il terreno e poi anche il villino ad una società immobiliare locale. 

Nel 1981 la Soprintendenza appone il vincolo (tutela ex Lege 1089-1939) sulla Casa e su tutta l’area acquistata da Panzini (solo nel 1997 verrà esteso all’intero perimetro) ma non è l’inizio di una svolta positiva. Venuti a mancare nel 1981 due dei tre figli rimasti, Pietro e Emilio, comincia l’abbandono della proprietà e la residenza costruita con tanti sacrifici si avvia verso il declino, fino a subire devastazioni e furti. Molti beni vengono saccheggiati e andranno dispersi.

Addirittura l’amministrazione comunale del tempo approva una variante urbanistica che apre la strada a un progetto di edificazione di numerose abitazioni nel parco (oltre diecimila mq di cemento) sul quale si affaccia la Casa Rossa. In tanti gridano allo scandalo e non mancano pronunciamenti di personalità della cultura nazionale che chiedono di salvare un bene tutelato.

Ma si dovrà attendere la metà degli anni 90 per un cambio di rotta, per il quale bisogna ringraziare il governo centrale, che boccia la variante accogliendo il parere del Soprintendente per i beni artistici, ambientali ed architettonici di Ravenna.

Sarà un sindaco che merita di essere ricordato, Italo Lazzarini, a sbrogliare la matassa, e la decisione della società immobiliare di cedere gratuitamente al Comune 18.000 metri quadrati di terreno, con Casa Panzini ed altri locali di servizio, chiedendo l’edificabilità di una superficie di 6.000 metri quadrati su una fetta di terreno acquisito dai figli dello scrittore negli anni Settanta.

Trascorrono ancora molti anni prima della riapertura al pubblico della residenza panziniana.

Nel 2001 l’amministrazione comunale sottoscrive una convenzione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini presieduta da Luciano Chicchi, e incassa da quest’ultima la somma necessaria a chiudere i conti con la società proprietaria della Casa Rossa, degli altri edifici connessi e di tutto il parco, consentendo così di incamminarsi verso la riqualificazione di tutto il bene, che diventa di proprietà comunale nel 2004. L’anno seguente la giunta, guidata dal sindaco Scenna, approva il progetto di restauro del villino e nel 2006, 15 dicembre, si può festeggiare l’inaugurazione.

Oggi è Casa Museo e parco culturale e dalla Regione Emilia Romagna è stata inserita nel 2024 nel circuito delle “Case e studi delle persone illustri”.

Resta aperto il tema del migliore utilizzo possibile di questo tesoro e di una sua fruibilità per 365 giorni l’anno.

claudioCasa Rossa