| PANZINI
BELLARIESE |
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“Mi sono accorto la mattina all’albergo che l’abbonamento ferroviario era già scaduto. Questa cosa è molto incresciosa perché adesso dovrò fermarmi. Dove andrò adesso? Ho considerato intensamente ed ho riconosciuto che nella superficie così vasta del mondo non è luogo dove desidererei di fissare stabile dimora. Non è cosa piacevole non trovare fisionomia di villaggio, profilo di campanile o di minareto, città o campagna che vi sorrida sì da esclamare: «vorrei vivere là!». Come devono essere felici quelli che possono dire: «Io vorrei vivere là!» «E allora c’è il cimitero», dirà alcuno. E infatti ci avevo pensato; il cimitero di Bellaria è proprio un cimitero carino perché abbandonato, e non è lontano dal mare, e mi piaceva una scritta con sopra scritto: «Ascolterò la voce del mare», naturalmente in latino: Exaudiam vocern maris, perché certe cose è bene che siano capite da pochi. Inoltre quella buona gente di Bellaria conserva riti funebri molto gentili: porta a braccio le bare e non fa discorsi. Però avrebbero detto: «Um Spis! Mi dispiace. Povero professore!» Anche senza sapere di che io sia professore, ciò è molto gentile. Ma da qualche tempo, intanto, sono sorti forti dubbi su la probabilità di udire la voce del mare dal cimitero di Bellaria; e poi lo scorso autunno è accaduto un fatto che mi ha impressionato. È morto a Bellaria un buon signore, che aveva anche lui una sua villetta: un buon signore che occupava poco posto su la superficie della terra; non diceva male di nessuno, e dava a tutti il buon dì. E' morto di morte dolce come del resto meritava; ma non è stato accompagnato a braccia al cimitero: è venuto invece il carro nero e oro col cavallo. La buona gente non ha accompagnato: guardava il carro transitare per la campagna e pareva dire: «Voi seppellite i vostri morti e noi i nostri». Nella chiesetta non c’era nessuno del popolo. C’era Don Serafino e altri preti, che li vedevo su la cantoria aprire la bocca nera. Ma il popolo non c’era. Esso, in questi ultimi tempi, ha imparato dalla bocca eloquente dei suoi apostoli che Dio non c’è, e ha disertato la chiesa, e non si sofferma nemmeno su la porta della chiesa, perché questa buona gente può credere o può negare, ma non si può soffermare sul limitare del dubbio. La cosa mi ha fatto dispiacere, non perché la negazione di Dio non sia anch’essa un’opinione; ma perché sentir negar Dio all’osteria tra i fumi del vino e l’odore del pesce fritto, fa venir la nausea. Si può riconoscere per altro che l’apostolato della negazione di Dio non sta a sé ma fa parte di tutto un più vasto programma che sarebbe questo: «i poveri hanno diritto di godere come i ricchi». Questo è un programma attraente ed accessibile alla intelligenza di tutti. Esso ha fruttato una bella fioritura di odio fra questa buona gente contro quelli che sono chiamati signori; ed ho veduto molti signori rimanerne impressionati. A me la cosa non ha fatto però troppa impressione, e anzi in qualche cosa ha fatto piacere, perché gli uni valevano gli altri. Tuttavia desiderando di vivere in pace, mi sono affaticato a fare qualche dimostrazione abbastanza dettagliata per provare a questi poveri che anch’io sono povero e anche sfruttato, e che fra essi vi sono non pochi più ricchi di me, e anche sfruttatori. Io non ho mai speso più inutilmente le mie parole! «Che lei sia ricco o povero, è una cosa che ci importa poco. Noi sappiamo che lei non è dei nostri; lei specialmente! » Non che essi abbiano detto cosi con le parole, ma vi sono certi pensieri che si leggono cosi bene negli occhi! Precisamente, mi hanno fatto capire quello che mi hanno fatto capire «i signori», cioè che io non sono nemmeno dei loro. Confesso che questa cosa mi ha fatto dispiacere perché ho sentito una gran solitudine intorno a me. Ed è cosi che è svanita anche la voglia di star da morto a Bellaria. E anche da vivo! Piccola casetta di Bellaria, non lagrimare! Io ti devo dire una verità amara: Io non ti amo più! E pensare che quando nove anni fa ti fabbricai con quei piccoli risparmi, mi pareva che i mattoni che si posavano sui mattoni cementassero ancora una mia piccola felicità con un piccolo sole autunnale! Ed io dicevo al buon mastro: «fammi le mura ben grosse, ben solide» Ora io dico: «Casetta, perché non crolli, tu? piccola casa sul mare, perché non ti venne l’eccellente idea di crollare quando è venuto quell’uomo nero del fisco?» L’uomo del fisco che guardava e diceva: «Ma questa casa è una fortezza, un mastio, una rocca! Lei ha fabbricato senza risparmio! Oh, anche belle pitture! E quell’individuo lassù, sul soffitto, col cappuccio rosso e una rosa in mano, chi è?» «Dante» risposi io, pensandomi con quel nome di commuovere il cuore del fisco. Ma l’uomo del fisco piegò in giù le labbra come per dire: «che lusso!». Perché non crollasti quel giorno, piccola casa? Soffitto con Dante dipinto, perché non precipitasti? Io la fabbricai la piccola casetta - si è vero - per mia pace e dei miei, e questo è un lusso, lo riconosco; ma anche per ricoverare vecchie cose, vecchie masserizie, errabonde come me per tanti anni: le quali mi pareva che domandassero, anche esse, pace ed asilo. Le ho ricoverate nella casetta, si che la camera da letto sembra quasi una bottega da rigattiere! Ma quando di luglio, alle quattro del mattino, spalancavo gli scuri, e dalla gran finestra entrava, io non so bene se la luce dei pianeti e delle stelle o del nuovo giorno, e poi il fiammeggiare dell’aurora dal mare, era una gran letizia, una gran frescura; e, nel silenzio profondo, io udiva un bisbigliare tenue: «ringraziamenti». «Ringraziamenti», dicevano le vecchie cose. Levava io appena la testa dal capezzale, e vedevo il sole che si allungava per distaccarsi dall’azzurro del mare: e subito, da così lontano, mandava già pennellate d’oro su le pareti. Dicevano le vecchie cose: «Io sono la piccola Madonna che per sette anni fui appesa sopra il tuo letticciolo in collegio; io sono il magro e ardente dalmata, tuo professor Politeo dalla pupilla ironica; io sono il professor Carducci; io sono la prima scarpetta di Titì (l’altra scarpetta andò perduta; chi sa dove sarà); io sono la rossa santacroce che la mamma tua trapunse quand’era giovinetta, anno mille ottocento quarantotto! (mi sembrano macchie di sangue del suo cuore); noi siamo i libri di medicina e di legge dei vecchi tuoi. Fa conto, figliuolo, di essere conte o marchese!» «E noi siamo due sciabole arrugginite, ed un balteo del Quarantotto! Fa conto, figliuolo, di essere cavaliere!» «Io sono la madia del pane quando si faceva il pane in casa!» Aprivo anche l’altra grande finestra che guarda verso il sole quando tramonta; e si vedeva, nel cielo di perla ancora, declinare giù la falciata luna. Pareva che la Madonna azzurra, che è sopra il letto, ora navigasse col piè posato sull’arco della luna. E la frescura dei campi, salendo, dicea: «Noi siamo la giovinezza che non tramonta!» Anche per ricoverare queste povere masserizie io edificai la casetta sul mare. «Ma questo è il lusso dei lussi» diceva l’uomo dal fisco puntando l’indice su la fronte. «Questo è il superfluo dei superflui!» O uomo lugubre del fisco, lusso tu chiami il culto delle memorie? della famiglia? dei poveri morti? Sai tu di quanto se ne avvantaggia la patria? Ma l’uomo del fisco non conosceva la patria meglio di Dante. «Io non la tasserò mai bastantemente questa aristocratica casetta!» mi disse, e mantenne la parola. E i poveri e i ricchi a buona ragione mi dicono: «Voi non siete dei nostri». Ah, dolce casetta, perché non poter fare come la Madonna di Loreto, che ordinò agli angioli di trasportarla, la sua casa, di la dal mare? Poi altre cose sono sopraggiunte in questi ultimi anni oltre all’uomo del fisco, cose reali e cose fantastiche, che seguitano ancora a ballare nella mente: sono immagini che non stanno ferme. Appena elle si fermano un po’ quando fugge il treno. E poi viene avanti quel povero piccino che correva nella sua dolce infanzia per le stanze della casetta: la sua casetta! Ora pende immobile e come tetro da un ritratto della parete; e il sole invano lo percuote. Quali cose tristi o mio piccino, hanno fermato il tuo tenero riso? Ho l’impressione di un gran tradimento intorno a me. Ma davanti a me cammina Cristo e quelle sue folli parole: «Lascia tutto, butta via tutto!» mi hanno inebriato di una nuova passione: «non fabbricare qui nulla» dice Cristo: «non essere proprietario di nulla; non essere iscritto in nessun registro! Allora non avvengono più tradimenti; allora si cammina ben lieve!» Invece io per effetto di quella casetta sono inscritto fra i proprietari del mondo. Ma noi non siamo proprietari di nulla! Ma pensare che bizzarra cosa! Fino a un certo tempo della vita noi lavoriamo per legarci alla vita, fabbrichiamo case, compriamo terre, piantiamo alberi, piantiamo flgliuoli, e con che entusiasmo! Si crede nella gloria, nella lampada della vita; v’è chi crede nella civiltà, nella filosofia e in altri zuccherini della ragione. Poi viene un momento che desideriamo di essere slegati. Allora si comprende, e ci si meraviglia. Ma, dunque, noi possedevamo un’enorme provvista di volontà di vivere! Dove era questa volontà occulta? Per fortuna che questo desiderio di essere slegati dalla vita viene a pochi, se no sarebbe un affar serio, anche per il fisco. Tutti andremmo dietro a Cristo. Mi era grave, per tutti questi motivi, ritornare alla casetta di Bellaria. Eppure era necessario. D’altra parte in quella città non volevo rimanere.” |
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