PANZINI BELLARIESE




 




“Guardateli bene, bambini miei, questi pini perché un altr'anno non li vedrete più.»
Questa è la piccola selva dei nobili pini che sorgono lungo l'argine della via ferrata (anzi la via ferrata, diciotto anni or sono, quando fu posata su questo litorale - che allora era deserto - squarciò la selva dei nobili pini; e i pini, ogni volta che il vapore vi passa, sembrano occhieggiare, con curiosità e paura insieme, il mostro di fuoco dall'alto dei loro ombrelli di verdura, e se non avessero le radici, fuggirebbero. Alcuni di questi pini si sono staccati dal gruppo dei loro fratelli come per cercar rifugio presso le onde del mare).
Lungo quest'argine mi piace ora andare in compagnia dei miei figliuoli, verso la detta selva. Essi accettano ben volentieri di venire, perché quei giganteschi alberi fanno regali ai piccoli bambini; regalano le pine pesanti, ma che dentro proteggono e nascondono la mandorla del pinolo, dolce e piccina. Questa foresta era come una gran sala che aveva la volta di smeraldo, ed era sostenuta da cento alte colonne, che parevano metallo brunito.
Il sole vi giocava per entro, e si divertiva a variare i suoi fregi d'oro: al mattino, per esempio, ci dava una pennellata di rosa; a mezzodì faceva piovere da per tutto una passione di simboli d'oro, di bolle, di fregi, di raggi; al vespero li investiva di porpora e di sangue; come avessero avuto un'anima tragica. E quelle nobili piante si lasciavano vestire dal capriccio del sole, così come una bella donna sul palcoscenico lascia cadere su le candide nudità le tinte varie del proiettore.
Se il vento del mare era dolce, solfeggiavano con lui; ma se spirava forte, i calami, a somiglianza di canne d'organo, elevavano insieme le note con un murmure cupo, e facevano concerto con lo scrosciare delle onde sul lido: ma senza contorcersi, senza piegare o impaurite o goffe come fanno le altre piante; erano solo i calami che palpitavano, come ad un giuoco, sul rigido e forte sostegno del tronco e delle branche ignude. Amiche dunque, al sole, al vento, al mare; care alla madre terra; nemiche solo alla pallida neve che uccide la loro vita antica: docili a tutte le forze; ribelli solo al desolato inverno.
Quale re di corona ebbe mai una sala più bella di questa ove voi, bambini, correte folleggiando, in cerca delle pine? Quando verrà il tempo che i savi collocheranno in queste aule i loro tribunali, come già re Luigi, il santo, elevava i padiglioni gigliati del suo trono sotto le querce?
Voi tornate, o bambini, carichi di preda e non pensate a dire «grazie!» ai nobili pini. Il più piccino fra voi come è goffo sotto il peso della sua proprietà di pine! Due volte è caduto sotto il peso della sua proprietà; e i pini con lento murmure sorridevano.
E la sera, al ritorno, oh, le allegre fiammate delle pine sulla brace! Le pine incominciano a gemere, a piangere, quindi, esalano il loro incenso, di cui la terra le ha nutrite; gli alveoli crepitano, si spaccano, si aprono, ed ecco le nocciole dei pinoli! Or conviene dare opera al martello: le mani si insudiciano. Ma non esiste bambino che abbia paura d’insudiciarsi le mani. Questi pinoli sono confidati alla nonna: stringono poi alleanza con un po’di zucchero e di chiara d’uovo ed ecco le pinocchiate, dolci, bianche e tenerine, a cui sospendete occhi ed anima.

- Perché – essi mi chiesero – questi pini non li vedremo più?
- Perché devono morire

Io vidi i più belli di questi pini segnati con una croce di vernice rossa.
La selva dei nobili pini era stata comperata da un ingordo speculatore: questi aveva, alla sua volta, ceduto per trenta lire ogni pino. Per trenta lire caddero in poco tempo i tronchi secolari; e il freddo lampo della scure splendeva nella dolce sera; e il colpo, vibrato contro i tronchi, suonava nella mite sera.
Vidi le loro cupole di smeraldo sconciamente a terra, illanguidire come recise chiome di giovanetta: poi farsi fulve come intinte di vero sangue. Vidi le umili piante della campagna circostante guardare con stupore e con pietà quei giganteschi tronchi caduti e da cadere: e quelli superstiti ancora intrecciavano le loro chiome come per difendersi e domandavano al sole, grande e potente, protezione; e il sole li vestiva nel vespero di ogni luce più bella, tolta allo smeraldo, al rubino; ma quella bellezza non placò la scure dell’uomo. Anche ai rozzi uomini del mare chiesero pietà i pini: «Quando coi barchetti, dalle vele rosse, voi vi accostate alla riva, il nostro padiglione segna sul litorale il punto del vostro approdo. Perché, dunque, ucciderci?»
O tristezze dell’anima ammalata; a me quei colpi di scure contro i meravigliosi tronchi risonavano nel cuore; tronchi così belli che parevano d’argento antico, chiome così trionfali, così spesse, così vive, chiome della terra, recise a colpi di scure; chiome sui miei bambini, come una mano amica: recise per trenta lire!
Ah!, Santo Francesco, meraviglioso nemico della ricchezza, tutto sempre si vende al mondo per trenta sicli! «Noi fummo già» dicevano i pini morenti «selva nobile e antica lungo il glorioso mare; e i padri nostri confortarono Dante, quel grande umano che tenne gli occhi rivolti ai regni d'oltremorte mentre la feroce guerra degli uomini latrava contro il suo petto! Veniva solitario fra noi; ed egli degnò la nostra vista e ne trasportò l'immagine armoniosa sull'alto del monte di purgazione; noi cantammo a prova con gli uccelletti dell’aria per raddolcir le sue pene; e egli glorificò l'umiltà nostra e si ricordò di ogni nostro suono e moto, e «divina » e «spessa» e «viva» chiamò questa foresta che la barbarie delle nuove genti oggi distrugge!»
Queste voci sentendo, io mi attardavo fra gli ultimi pini superstiti; ma quella sera che vedemmo per l’argine passare in fila i carnefici delle nobili piante, con le loro scuri nude su le spalle, un gelo mi corse al cuore. Scostai i bimbi dal passaggio delle scuri, come se esse avessero minacciato anche me e quelle giovani vite. Un gelo mi corse al cuore, e alla selva più non tornai.
Ma un mattino, dal largo del mare, gli occhi si volsero sul litorale al luogo ove cento colonne elevavano il loro padiglione meraviglioso.
E non c'era più nulla!”

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