PANZINI BELLARIESE









“Ma come il sole monta e si rafforzala la luce, meno grata si fa l'ombra della casetta. Qualche mattiniero esce all'aperto, qualche massaia appare in gonna bianca. Ecco i villanelli, e le villanelle su per le dune, con grida grandi e gioiose di richiamo: «Pane, pane, pane! Polli, polli, polli! Latte, latte, latte!» e le scalze donzellette librano atticamente sul capo, a mò di canèfore, le grandi ceste dei pomidori stupendi, dei profumati meloni, dei fichi che sudano miele, delle perlacee susine, della rugiadosa uva moscata; e nel deporre il cesto e nell'accosciarsi per mostrare la merce, hanno un certo moto muliebremente lascivo. Tutto ciò è molto idillico, se non che queste donzellette tirano al centesimo; provano il bronzo del soldo e per colmo di precauzione respingono inesorabilmente anche le monete delle due repubbliche, francese ed elvetica: in quanto a questo non riconoscono che la monarchia di Savoia, ove però non abbia «il collo lungo».
Anche la fanciullina che s'avanza nell'aia timidamente, con in grembo i piccioncini, ancora implumi, ovvero la loquace anitra, sa a quaI prezzo deve cederli: questo è, dopo il segreto della santa croce, l'essenziale insegnamento che riceve dai genitori. A ben pensarci, qui, come a Londra, come a Milano, è sempre affare di borsa. L'idillio è la cosa parvente, è l'estetica che nasconde la cosa reale, cioè il lavoro per la eterna fabbrica della vita! E gli uccelletti che cantano nell'aria la gloria del Signore, secondo che scrivono gli asceti e i poeti; e i guizzanti pesciolini, che a prima vista sembrano ornamento e vita degli elementi, fanno anzi tutto degli affari, si divorano fraternamente. Come faremmo bene ad andar cauti prima di ripetere l'eterno vanto che l'uomo domina la natura!
- Mia cara bambina, - dissi, - io, comprerei volentieri per ventisei soldi questi tuoi piccioncini, però mi fa pena dover tirar loro il collo. Vedi come sono félici? come si baciano?
- Oh, se è per questo!... - e avuti prima i soldi, in un attimo, quei piccioncini che prima teneva cosi dolcemente in grembo, la bambinella me li offerse col collo stroncato e il becco sanguinante. […]
Ma come si fa a ragionare di filosofia, a parlar di morte in questo pulpito di vita ardente, fra queste grida, richiami, canti di venditrici?
È tutta una processione di ragazze che vengono ad offrire la merce dei loro cesti.
L’unica sottanella, succinta, disegna ampie forme femminee, seni che non sono materni e non si direbbero più verginali.
Le bufere del mare rendono aspri e sconvolti i loro capelli, roca e forte la voce, selvaggia la linea classica del volto. Ma, anche senza il greve cesto sul capo, il loro busto si muove al ritmo del passo lento e leggiadro. Ciò turba profondamente ogni metafisica, cosa nota anche a Calandrino. Queste ragazze sono le pescivendole: sorelle, figlie di pescatori. Aspra e pur gioconda vita è la loro, quando lavorano. Alla punta del dì sorgono dai giacigli, attaccano l'asino, pongono sul baroccino i cesti della .pesca, e giungono al mattino nei borghi circostanti dove vendono il pesce. Mi si assicura, ed io non stento a credere, che se quegli asini avessero la virtù di parlare, come fece l’asina di Balaam, potrebbero raccontare di certe loro consuetudini da imbruttire il volto di un moralista puritano: consuetudini primitive e naturalistiche che temperano il rigore della legge sul matrimonio. Comunque si giudichi, qui è ignorata l'agitazione per il divorzio. Qui si compie prima ciò che nella società avviene comunemente dopo.
Questo istefon-proteron risolve il grave problema.
Belle col cesto come antiche canefore, più belle ancora traenti - erette, scarne - il filo dalla rocca, lungo la riva del mare!
Ma non batta allora a danza il martelletto di un organo! Giù il cestello, via la rocca: le figure ieratiche si scompongono. Pare un coro a tondo su antico vaso.”
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