| GLI
SCRITTORI |
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Sibilla Aleramo Nell’anno della consacrazione di Panzini, il 1910, anche Sibilla Aleramo (1876-1960), con una recensione a Le fiabe della virtù, avverte l’esigenza di contribuire alla definitiva uscita dal limbo dell’anonimato dello scrittore. Per la verità la poetessa confessa di seguirne ammirata le gesta da parecchio tempo prima che i giovani critici lo “rivelassero” al pubblico. La sensibilità dell’Aleramo è colpita dall’anomala prosa narrativa di Panzini, non animata dalla ferrea logica propria del romanziere naturalista, ma alimentata dalla nostalgia e dall’angoscia proprie del lirico. Date queste premesse si capisce, ovviamente, l’Aleramo ammira le storie di Panzini non i loro intrecci complessi e appassionanti, perché sono l’allegoria dei fantasmi dei suoi fantasmi interiori, sulla falsa riga dei veri poeti. “Facile è parlare di un libro che vi ha dato la gioia –quanto rara invero!- della scoperta: d’un libro di cui s’ignorava l’autore e la sua esistenza, e di cui nessuno ancora s’è accorto. Ma parlare d’uno scrittore che si conosce e si stima da parecchio tempo, parlare per la prima volta quando intorno a lui incominciano a salire stupite le laudi, è piuttosto imbarazzante. Si prevede, appena aperta la bocca, l’obiezione della gente: “Perché avete aspettato fino ad oggi?”, alla quale non si sa precisamente cosa rispondere. E si invidiano quei critici che, forti della loro giovinezza o incuranti di tutto ciò che fu stampato innanzi ch’essi imprendessero ad esercitare il lor ministero, possono con ingenua letizia salutare come una rivelazione, un artista già maturo di anni e di opere ….. Questo è il caso di Alfredo Panzini e del suo recente volume: Le fiabe della virtù. Caso degno di quell’umorista delicatamente amaro che egli che è, le fiabe della virtù sollevano, da sole, il suo nome alla fama che già i precedenti libri meritavano e non gli ottennero. Ma chi ha letto nel corso degli ultimi dieci anni Trionfi di donna, Piccole storie del mondo grande, La lanterna di Diogene,; chi ha letto, a distanza di semestri, le maggiori di queste medesime “fiabe”, nei fascicoli della Nuova Antologia, e altrove, ripensa al tempo in cui quasi nessuno si accorgeva di questo singolarissimo artista. Il Panzini di quel tempo non è cambiato. Il suo recente volume ha le stesse stupende qualità e le stesse stranezze dei volumi d’allora. In Trionfi di donna c’era un piccolo racconto dedicato ad una bimba, Puccin, dove scintillava giù tutta la grazia deliziosa e la pura commozione delle tre paginette che nelle Avventure d’un pater-familias sono ispirate alla “pupina”: un capolavoro quello, come questo di semplicità, di freschezza, di trasparenza: due sorrisi umidi di pianto. E nella Lanterna di Diogene, alternate a descrizioni squisite di paese – sempre lo stesso paese lucente di pioppi, lo stesso angolo di Romagna presso il mare e la pineta, lo stesso breve tronco ferroviario dove i capi-stazione e i casellanti menano un’esistenza che al Panzini sembra invidiabilmente idilliaca e a quelli insopportabile; si trovavano le stesse divagazioni ingenue contro il socialismo, contro il femminismo, contro il mondo moderno in genere, che occhieggiano timide ma tenaci fra l’una e l’altra bella pagina di quasi tutte queste “fiabe”, e specialmente nelle Chicche di Noretta, nella Ultima avventura di Sancio Pancia, nel Paterfamilias. I personaggi sono sempre i medesimi. Gente modesta, gente piccola di città e di campagna; il professionista crucciato dai figli e dal fisco; vecchie donne sacrificate; giovanotti inconsapevoli delle tristizie che avvelenano i genitori. I loro casi sono tenui, d’una tenuità che parrebbe spoglia d’ogni significato, d’ogni interesse. Non hanno crisi. Il destino loro è tutto preveduto, normale. Il Panzini li sorprende in un’ora qualsiasi di questa loro pallida vita, come ieri, come domani. No, non li sorprende neppure. È la vita sua che, svolgendosi parallela a queste, ne avverte il perenne umile battito, lo avverte sino a non distinguerlo più dal battito del suo cuore stesso. Il Panzini non è mosso a scrivere dal bisogno soltanto di raccontare le proprie vicende, proprie od altrui, come accade ai novellatori tipo Balzac o Dickens. Egli è un lirico. Uno che esala istintivamente voci di gaudio o di pena, a seconda dell’ora o del tempo, non perché qualcuno lo ascolti, ma per soltanto a se stesso la propria esistenza. Il lirico è come un eremita taciturno che in cima ad una gran vallata tutta fragorosa del precipitar del torrente lancia di tratto in tratto dalla gola una nota, ad assicurarsi ch’egli non è ancor né muto né sordo ….. Quando il Panzini parla, in quel suo tono apparentemente dimesso, vibra costante l’angoscia della sua solitudine intima, di una clausura volontaria che nulla mai romperà. Egli non cene fa cenno, parla d’altro, e come per gioco, vagabondando. Ma non ci trae in inganno. Tutto il mondo ch’egli evoca con quella sua arte inafferrabile è soltanto un fantasma del suo mondo interiore: in tutte queste figure tratteggiate in iscorcio, e che pur si stabiliscono nella nostra memoria come immagini definitive, noi indoviniamo lo sguardo fisso, il sorriso doloroso, la stanca e vana interrogazione dell’autore stesso. L’hanno detto un ironista, l’hanno detto un pessimista: è un elegiaco, una creatura di sola sensibilità, un fanciullo cui la cura dei vecchi libri, come il Vangelo, come Omero, come Virgilio, incanta, e la vita reale e attuale sgomenta. È perché ha studiato quei vecchi libri sereni, è da suoi campi nativi è stato sbalzato nel traffico della metropoli, egli riproduce in se il duplice stupore, la duplice incomprensione dell’asceta e del campagnolo, davanti alle complicazioni, talora assurde talora grottesche talora tragiche, della società moderna. Il tragico nel destino umano è la vecchiaia, è la morte: perché aggravarlo ancora, mostruosamente? Un bambino che muore, non basta questo a fasciarvi l’anima per sempre di nero? E la pazzia senile, gli occhi, che più non vedono, dell’ava, il lamento fievole d’un esile corpo ove uno spirito rassegnatamente si spegne? Quando tocca questi motivi primordiali di terrore e di pianto, Alfredo Panzini è grande. Nel suo stile passa allora come l’eco di una musica sacra; l’anima delle cose e delle parole non sono più separate: a tutta la pura sofferenza racchiusa nelle opere espresse, risponde istantaneamente il gaudio mesto di tutte le parole, trepide, succinte, armoniose. In tutta la prosa italiana moderna ci sono poche pagine che possono stare a confronto per bellezza di quelle poche che nei Diritti dei vecchi e dei giovani rappresentano l’inerme tortura della nonna cieca: la nonna che vorrebbe aver accanto la nipotina, e la nuora non gliela lascia: “….. la sente fuggire brancola con le mani, cerca la testa bionda, la testa cara dal profumo d’infanzia, e non la trova: non osa chiamare, e cade giù con la chioma, irta, grigia, su le ginocchia, per ore ed ore immobile, a leggere i misteriosi disegni che le tenebre vanno a lei dipingendo: così misteriosi, così terribili disegni che le pupille morte sono venute fuori dalle orbite, che la sua debole mente spesso vacilla ……. Ma l’arte di Alfredo Panzini ha superato se stessa nella novella Il padre e il figlio. La tragedia qui si estende, e la fatalità appare allo spirito dello scrittore dello scrittore più solenne, straziante sempre ma meno ingiusta, meno incomprensibile, con qualche bagliore di divino. Il Panzini ha adombrato nel contrasto fra un padre, rustico coltivatore, e un figlio scrittore di libri filosofici che nessuno legge, il dissidio della sua stessa natura. Due uomini remoti l’uno dell’altro, e che pur non possono fare a meno l’uno dell’altro. Ciascuno virilmente non cede quella che ritiene la sua verità: sino a che il figlio viene a morire esausto nella casetta del padre, la casetta tranquilla dove era venuto via via a “sgravarsi” dei suoi libri. Allora il padre capisce che Marco, quel suo gigante rimasto fanciullo, e ch’egli aveva tante volte rimproverato per la sua esistenza “inutile” è morto “di fatica”. E l’amore gli divampa nel petto per quella sua creatura misconosciuta. “Marco – dice dolcemente come se egli parlasse – scrivi un libro che costi come tutto il valore dei miei buoi!”. Con un lento ritmo biblico, in due sole pagine che assumono nella fantasia del lettore proporzioni immense. Il Panzini narra la lotta di questo padre contro il tempo che minaccia di cancellare la memoria del figlio: com’egli raccolga, senza nulla capirne, le sue carte, i suoi libri, i giornali che parlano finalmente del pensatore scomparso; com’egli faccia elevare da un architetto un monumento senza più badare a spese; e come il suo cuore tremi d’ineffabile conforto quando qualche filosofo qualche “foresto”, viene a visitare la casa dove suo figlio è vissuto …. “…. Perché qualche anima in cerca d’una idea vagava ancora per il mondo….. Poi, il tempo passò, e di Marco, l’eroe, non parlarono più che le pietre del monumento, ed un cipresso” Tutti gli elementi dell’arte di Alfredo Panzini sono in questa meravigliosa novella adunati e trasfigurati: la precisa osservazione realistica dei moti psicologici riflessi nei gesti e nei discorsi; l’umorismo delicato dei particolari; la grazia composta e pur vibrante nel disegno, insolito, personalissimo, della frase e del capitolo: tutto ciò in Padre e figlio acquista luce di perfezione per lo spirito pensoso che vi ondeggia libero, come rivelato finalmente a se stesso. È il preludio d’una poesia più vasta e serena? L’anima di questo lirico timido e appassionato non ci si è ancora compiutamente manifestata ce lo fa sentire questa novella che corona con la vittoria l’opera sua d’un decennio. Il suo dono è fatto così più bello dalla nuova speranza, come ogni dono di poesia.” |
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