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ALLA RISCOPERTA DI PANZINI

Il 31 dicembre di due anni diversi del 1800, nascevano due grandi romagnoli che avrebbero illustrato la letteratura italiana dei due secoli passati.
L’ultimo giorno dell’anno 1855 nasceva in quel di San Mauro di Romagna Giovanni Pascoli. L’ultimo giorno dell’anno 1863 nasceva a Senigallia Alfredo Panzini, che diceva di esservi nato per caso, e di ricordarsi di Senigallia solo quando richiedeva un certificato di nascita o doveva apporre il luogo di nascita su qualche atto.
Anche il Panzini, come il Pascoli, era perciò romagnolo puro sangue. Il padre Emilio era un ottimo medico chirurgo riminese e la madre Filomena Santini, marchigiana di nascita, era figlia del dottor Ippolito Santini; ma le sue origini erano anch’esse riminesi. La nonna paterna di Alfredo era Costanza Bilancioni, di famiglia molto nota ed in vista nel riminese, a quei tempi.
Il Pascoli è certamente un “grande” della letteratura italiana a cavallo dell’ 800 e del 900; non per nulla nelle scuole si studiano e si commentano prevalentemente i tre poeti che hanno segnato questo periodo della storia letteraria d’Italia: Carducci, Pascoli, D’Annunzio.
Il Panzini, invece, è considerato un “minore” dai critici letterari di oggi. Lo sarà pure per loro, ma non certamente per la critica del suo tempo, come si evince dalle recensioni alle sue opere di tanti critici suoi contemporanei. Non c’è dubbio che Panzini abbia occupato coi suoi romanzi, coi suoi racconti e le sue novelle, un posto importante nella letteratura italiana della prima parte del secolo scorso.

Panzini aveva adottato come luogo delle sue vacanze, fin dagli ultimi anni del 1800, una landa deserta e desolata dell’appendice nord del territorio comunale riminese: Bellaria; in una “casetta d’affitto”, come la definisce nella “Lanterna di Diogene”.
Nei primissimi anni del secolo scorso si costruì una villetta, tutta per sé, in località Cagnona, che divenne la sua residenza estiva per tutta la vita. La volle tinteggiata di rosso e venne chiamata perciò “casa rossa”. In quelle stanze scrisse le sue opere migliori, nei mesi estivi liberi da impegni scolastici. Affacciandosi da una finestra vedeva il mare, che era ad “un tiro di schioppo”, e dall’altra la campagna, la terra che ha sempre amato ed è stata esaltata e decantata in tutte le sue opere, specie in alcune come “I giorni del sole e del grano”, “Il ritorno di Bertoldo”, ed altre.
Panzini non è stato il possidente che attendeva inoperoso i profitti del lavoro dei campi, ma si faceva parte attiva coi suoi contadini nelle varie fasi dei lavori agricoli, anche dopo che aveva affidato la conduzione dei poderi al figlio maggiore Emilio. Scrive infatti nel primo capitolo de “Il ritorno di Bertoldo”: “Certo la campagna per chi sta su la sedia a sdraio ad aspettare che il contadino, come un fattorino di banca, gli porti gli interessi, deve essere estremamente noiosa”.

Ne dopoguerra le ideologie politiche avevano il sopravvento su tutto e le amministrazioni di sinistra che governavano Bellaria Igea Marina, misero in un angolo Panzini, che era considerato fascista. La “casa rossa” con l’attiguo piccolo podere non interessava ai locali amministratori, per cui tutta la proprietà Panzini fu acquisita da una società locale privata.
Intanto, nel 1983 la giunta comunale bellariese, capitanata da un sindaco socialista, indisse un convegno su Panzini nel centoventesimo anniversario della nascita, presso il locale Palazzo del Turismo, che vide la partecipazione di tanti critici e letterati, con la presidenza del Prof. Carlo Bo, allora rettore dell’Università di Urbino. Gli atti di quel Convegno furono raccolti dal Prof. Ennio Grassi in un interessante volume dal titolo: “Alfredo Panzini nella cultura letteraria italiana fra ‘800 e ‘900”.
Gli oratori di quel convegno ebbero a loro disposizione una modesta parte del carteggio panziniano, quella che il figlio maggiore dello scrittore, Emilio, aveva donato all’Amministrazione Comunale bellariese. La parte più consistente di quei carteggi era andata al figlio Pietro che l’aveva venduta ad un commerciante riminese, che a sua volta l’aveva rivenduta ad altri.
Un bellariese lungimirante, colui che aveva acquisito tutto il patrimonio immobiliare panziniano di Bellaria, attraverso la Società “Immobiladria”, il Geom. Giulio Torroni, rintracciò quelle carte e le “riscattò” a suon di milioni delle vecchie lire, ormai tanti anni fa.
Nell’anno 2006 Torroni pensò che quelle carte era giusto vedessero la luce, dato che giacevano da molti anni nella mansarda di casa, e che solo lui e la moglie avevano avuto il privilegio di leggerle.
Le mise perciò a mia disposizione, visto il mio interessamento al problema “Panzini” ed anche perché il nipote di Finotti non avrebbe potuto non essere interessato a quelle carte.
Quei carteggi sono stati in seguito donati da Torroni al Comune per arricchire il “Museo panziniano” allestito nella “casa rossa”, riportata a nuova vita dall’Amministrazione Comunale, grazie anche al sostanzioso contributo della Fondazione CARIM della Cassa di Risparmio di Rimini. Pure il terreno adiacente sarà attrezzato a parco pubblico e successivamente verranno pure “recuperate” le pertinenze: la casetta di Finotti, la stalla ed il capanno per la lavorazione dell’uva ed il ricovero degli attrezzi agricoli.

Alcuni mesi mi occupò la lettura, la selezione e la catalogazione in ordine cronologico di quelle carte (cinque scatoloni ed un baule) che portarono alla redazione di due volumi, che lo stesso Prof. Ennio Grassi, curatore degli atti di quel Convegno, presentò presso la “casa rossa” di Panzini il 16 settembre 2007, alla presenza del sindaco di Bellaria Igea Marina.
I due volumi realizzati sono:

- “Alfredo Panzini – bellariese insigne” – Pagg. 434 - €. 25.
- “Il Romanzo di Alfredo” – Pagg. 192 - €. 12.

Attraverso quella copiosa corrispondenza e le infinite recensioni alle opere panziniane, viene ricostruita la vita privata e pubblica dello scrittore. Sono venute alla luce le bellissime lettere d’amore della futura moglie Clelia Gabrielli e di altre giovani spasimanti, attratte dalla prestanza fisica e dagli occhi azzurri del giovane Alfredo.
Rivede la luce tutta la sua corrispondenza con le case editrici, con i giornali e le riviste che si contendevano i suoi scritti. Dai giornali dell’epoca abbiamo riscoperto le recensioni ai suoi libri (ne ha scritti e pubblicati una quarantina), quasi tutte lusinghiere per lo scrittore romagnolo.
Si rilegge la corrispondenza coi personaggi illustri di allora che ammiravano il Panzini e la sua produzione letteraria: Giovanni Cena, Giuseppe Prezzolini, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Ada Negri, Margherita Sarfatti (amante del Duce), Sibilla Aleramo, Marino Moretti, Emilio Cecchi, Renato Serra e tanti altri.
I libri si chiudono con gli ultimi giorni di vita dello scrittore, con la cronaca del suo funerale e con le infinite espressioni di cordoglio giunte alla moglie ed ai figli da ogni parte; con le cronache di tutti i giornali italiani, e non solo.
Nel decennale della morte il Comune di Rimini (di cui Bellaria allora faceva ancora parte), ha voluto ricordarlo con una lapide affissa su di un lato della “casa rossa”.

Arnaldo Gobbi
E.mail: gobbiarnaldo@alice.it





 
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