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Santippe, bisbetica o vittima?
Un prezioso articolo scritto dal prof. Giovanni Reale, storico
della filosofia (a lungo ordinario di Storia della Filosofia Antica all'Università
Cattolica di Milano, dove ha anche fondato il «Centro di Ricerche
di Metafisica», e dal 2005 docente alla nuova facoltà di
Filosofia del San Raffaele di Milano), incentrato sulla figura della moglie
di Socrate (in controluce si parla anche della moglie di Panzini?) e pubblicato
sul “Sole 24 Ore” del 15 luglio 2001. “Solo Alfredo
Panzini, per quanto mi risulta, ha tentato nel suo romanzo intitolato
appunto Santippe, del 1941 (purtroppo oggi dimenticato), di interpretare
la figura e la vita di quella donna, sia pure in forma fantastico-poetica”,
scrive Reale.
Santippe è stata considerata non solo nell’antichità,
ma anche nelle epoche successive, come un esempio paradigmatico della
donna non solo fastidiosa, ma addirittura insopportabile.
Tuttavia va subito detto che noi la conosciamo non per se stessa, ma solo
come moglie di Socrate, dell’eroe dell’ironia dialettica e
della maieutica. Si pone allora il problema: è corretto che ci
limitiamo a intenderla solo come una controfigura drammaturgica del filosofo
per eccellenza, come ci è stata tramandata dalla tradizione? Molto
interesse ha suscitato, soprattutto nel pubblico femminile, questo problema
che ho sollevato nel mio ultimo libro Socrate (Rizzoli 2000, ora riproposto
nella Bur), e per questo intendo qui riproporlo a un più vasto
pubblico.
Per rispondere alla domanda posta, dobbiamo renderci prima conto del come
e perché la figura di Santippe è stata costruita così
come ci è pervenuta. E in primo luogo dobbiamo affrontare la questione
circa le presunte due mogli che Socrate avrebbe avuto.
Tutti gli autori che ci tramandano questa notizia dipendono direttamente
o indirettamente da un’opera perduta attribuita ad Aristotele, Sulla
nobiltà. Ma la tesi non è credibile. Infatti, l’opera
di Aristotele non solo non ci è giunta, ma qualcuno già
nell’antichità ha sollevato dubbi sulla sua autenticità.
In effetti, contraddice quanto sappiamo dai contemporanei, e in particolare
da Platone e da Senofonte. Per di più, la notizia stessa ha subìto
tutte le possibili variazioni, che conviene ricordare: a) Socrate ha sposato
prima Mirto e poi Santippe; b) ha sposato prima Santippe e poi Mirto;
c) ha avuto a un tempo Santippe e Mirto come mogli; d) ha avuto Santippe
come moglie e Mirto come concubina; e) ha avuto Mirto come moglie e Santippe
come concubina.
Di queste tesi l’unica che potrebbe venir presa in considerazione
sarebbe la prima, ossia che Socrate avesse, da giovane, sposato Mirto
e, dopo la morte di questa, Santippe. Ma anche questa tesi è contraddetta
dal fatto che nel 423 a.C. Aristotele non presenta affatto Socrate come
sposato. Va poi rilevato che Socrate nel 423 a.C. non poteva in ogni caso
avere figli, in quanto, alla sua morte, ossia nel 399 a.C. (quando aveva
ormai settant’anni), il più vecchio dei suoi figli era un
ragazzo (aveva meno di vent’anni), mentre gli altri due erano bambini
(l’ultimo doveva essere nato da non molto, in quanto veniva portato
ancora in braccio). Da questo si può ricavare con certezza che
Socrate si era sposato solo in tarda età, e precisamente quando
era nei suoi anni cinquanta (fra i 50 e i 55 anni).
Se avesse avuto due mogli, i comici avrebbero certamente tratto debiti
spunti, particolarmente idonei a muovere le risa; e se anche per ipotesi
fosse stato considerato legale avere due mogli, i poeti comici non avrebbero
certamente mancato di presentarle in rissa fra loro e lui in rissa con
le mogli, cosa che, certamente, avrebbe fatto sbellicare dalle risa gli
spettatori. Dunque, la tesi della bigamia di Socrate è una leggenda
che è stata creata per ragioni polemiche e a scopo di diffamazione
(probabilmente a partire da Aristosseno), e che si è diffusa soprattutto
nella tarda antichità.
Leggiamo, come esempio particolarmente significativo di avversione a Socrate
(con le connesse notizie confuse), alcuni frammenti pervenutici della
Storia della filosofia di Porfirio. Egli giudicava Socrate "non privo
di doti naturali, ma ignorante in tutto"; affermava che non sapeva
scrivere e che faticava a leggere, e affermava: "In ciò che
riguarda la vita, Socrate è stato per il resto di facile contentatura
e bisognoso di pochi mezzi per le necessità quotidiane, ma era
troppo ardente nella fruizione dei piaceri sessuali, senza tuttavia che
ci fosse ingiustizia: infatti, frequentava soltanto o le donne da lui
sposate o quelle pubbliche. Ebbe perciò al tempo stesso due mogli,
Santippe, una cittadina e piuttosto ordinaria, e Mirto, figlia di Lisimaco
e nipote di Aristide. E prese Santippe che coabitava con lui, dalla quale
gli nacque Lamprocle; Mirto, invece, con matrimonio legittimo, dalla quale
ebbe Sofronisco e Menesseno. Esse (Santippe e Mirto), attaccando battaglia
l’una contro l’altra, quando cessavano, si scagliavano contro
Socrate perché egli non le tratteneva mai mentre battagliavano
e rideva vedendole litigare sia tra loro che con lui".
Ma tutto questo viene smentito dai contemporanei di Socrate stesso, con
alla testa Platone e Senofonte, che parlano della sola Santippe come sua
moglie.
Platone ci informa dettagliatamente sull’età dei figli di
Socrate al momento della sua morte; invece su Santippe ci fornisce solo
indicazioni piuttosto generiche, vagamente allusive al suo particolare
carattere, che doveva averla resa ben nota. Invece Senofonte ci fornisce
notizie più precise. In particolare nei Memorabili ci narra di
un colloquio di Socrate con il figlio maggiore, Lamprocle, il quale si
lamentava proprio del carattere insopportabile della madre Santippe, giungendo
addirittura ad affermare: "Nessuno potrebbe sopportare l’asprezza
del suo carattere"; e ancora: "Dice certe cose che non si vorrebbero
ascoltare per niente al mondo!".
Sempre Senofonte nel Simposio ci fornisce un giudizio su Santippe dato
dal filosofo Antistene: "Perché, Socrate... non istruisci
Santippe, ma te ne stai con una donna la più fastidiosa, credo,
di quelle che sono, furono e saranno? ".
Un giudizio del genere in bocca a un personaggio come Antistene può
ben spiegarsi nel suo estremismo, a motivo dell’atteggiamento misogino
che gli era proprio. In effetti, tale atteggiamento antifemminista sarà,
poi, tipico dei Cinici. Ma, per quanto possa venire attenuato e ridimensionato,
il giudizio risulta corrispondere, nella sostanza, a quello espresso dal
figlio Lamprocle, e dunque contiene qualcosa di vero, almeno in certa
misura.
Da queste notizie ha preso le mosse la successiva tradizione, che ha via
via ribadito il giudizio di Antistene, creando vari esempi, per illustrarlo
e convalidarlo in modo concreto con colorite immagini.
Diogene Laerzio raccoglie la serie più significativa delle scenette
fra Socrate e Santippe, diventate proverbiali, di cui ricorderemo due
particolari. Ecco la più nota: "Una volta Santippe prima l’ingiuriò,
poi gli versò addosso l’acqua"; egli commentò:
"Non dicevo che il tuono di Santippe sarebbe finito in pioggia?".
Ed ecco la seconda: "Una volta in pieno mercato Santippe gli strappò
il mantello: i suoi amici lo incitavano a menare le mani per punirla.
Sì, per Zeus — disse — perché, mentre noi facciamo
pugilato, ciascuno di voi faccia il tifo: "Forza Socrate!" "Brava
Santippe!"".
Da tempo gli studiosi hanno individuato nelle accentuazioni del carattere
di Santippe, che si riscontrarono nelle varie fonti, le seguenti importanti
componenti: a) in primo luogo, ha giocato un certo ruolo l’avversione
cinica alle donne; b) in secondo luogo, la funzione svolta da Santippe
in certe scenette divenute proverbiali risulta essere prevalentemente
quella di una controfigura drammaturgica mediante la quale vengono evidenziate
alcune caratteristiche di Socrate; c) in certi casi Santippe svolge la
sola funzione di provocare un giudizio o un motto di particolare efficacia
da parte di Socrate; d) in quarto luogo, gli Stoici hanno fatto uso del
rapporto fra Socrate e Santippe al fine di illustrare in modo efficace
con esempi pratici il comportamento che deve assumere il saggio nei confronti
di persone abiette.
Ecco la più eloquente testimonianza: essendo stato chiesto a Socrate
quali sono gli uomini che si pentono, rispose: "Coloro che si sposano".
Ed ecco come in età moderna Nietzsche ha ripreso questo giudizio
nella Genealogia della morale, dove dice che il filosofo non deve in alcun
modo sposarsi e che Socrate ha sposato Santippe proprio per dimostrare,
con ironia, ciò che il filosofo non deve fare: "Ogni animale,
e quindi anche la bête philosophe, tende istintivamente a un optimum
di condizioni favorevoli, date le quali può scatenare completamente
la sua forza attingendo il suo maximum nel sentimento di potenza. Altrettanto
istintivamente, e con una finezza di fiuto che è "superiore
a ogni ragione", qualsiasi animale ha in orrore ogni sorta di guastafeste
e di impedimenti che gli intralcino o gli possano intralciare questo cammino
verso l’optimum.... Allo stesso modo il filosofo ha in orrore il
matrimonio, unitamente a tutto quanto potrebbe persuaderlo a esso —
il matrimonio come ostacolo e calamità sul suo cammino verso l’optimum.
Quale grande filosofo è stato fino a oggi sposato? Eraclito, Platone,
Cartesio, Spinosa, Leibniz, Kant e Schopenhauer non lo furono, e più
ancora: non li possiamo neppure pensare sposati. Un filosofo sposato appartiene
alla commedia, questa è la mia tesi: e quell’eccezione di
Socrate — il malizioso Socrate sembra che si sia sposato ironice,
proprio per dimostrare questa tesi".
Solo Alfredo Panzini, per quanto mi risulta, ha tentato nel suo romanzo
intitolato appunto Santippe, del 1941 (purtroppo oggi dimenticato), di
interpretare la figura e la vita di quella donna, sia pure in forma fantastico-poetica.
Finge di aver scoperto questa figura di donna come rivelata dalle tracce
di una prima scrittura dietro una seconda scrittura in un codice antico
(in un palinsesto) che parlava di Socrate. E dice che si trattava proprio
di quella figura che mancava nel numero cospicuo di straordinari modelli
di donna ideati dai Greci — da Elena ad Aspasia, a Penelope, a Clitennestra
e ad Antigone —: "Mi pareva ben possibile che i Greci avessero
tralasciato di consegnare all’umanità uno dei modelli più
comuni, come quello che anche oggi va sotto la denominazione di Santippe,
quello della mala femmina rossa di pelo, la tormentatrice dell’eroe".
Ma Panzini subito precisa: "Ah, si! Noi abbiamo fatto una grande
scoperta viaggiando per la necropoli dei morti ellenici. Noi abbiamo scoperto
la infelice Santippe".
Quella di Panzini è davvero una scoperta, proprio come lui dice,
che ciascuno di noi dovrebbe cercare di prendere in seria considerazione:
come poteva vivere una donna come moglie di quell’eroe che incarnava
l’ironia ambigua e ambivalente, che sottoponeva tutti quanti alla
prova mediante la dialettica confutatoria al fine di ricercare il vero,
che viveva tutto il giorno e più giorni di seguito fuori di casa
pensando agli altri, e che, per giunta, nei confronti di qualsiasi evento
— dai più piccoli ai più grandi, dalle ingiurie della
moglie alla morte — rimaneva del tutto imperturbabile?
Panzini ha ragione anche nelle conclusioni che trae, ossia che quella
Santippe, pur con le sue strida, amava quel marito (così come quel
marito amava quella moglie). E con la sua fantasia poetica ce lo dice
nel modo che segue. Santippe, dopo la morte del marito, si recò
a Delfi per consultare il dio Apollo, dal cui responso mediante l’oracolo
era iniziata la missione di Socrate. Ma il dio non c’era più,
e trovò solo un enorme macigno con la scritta "Conosci te
stesso", che Socrate portò tutta la vita sulle sue spalle
e ne fu schiacciato. E dopo Socrate — scrive Panzini — verrà
Cristo e rimarrà schiacciato, e altri verranno nei secoli, attratti
dal fascino del divino enigma che era scolpito sul quel macigno.... E
rimarranno schiacciati!.
Ecco come termina la storia. Mentre una sera Santippe sta preparando una
misera cena, muovendo uno staccio sul tagliere, ammonisce i tre figli
di guardarsi bene dal fare ciò che aveva fatto il loro padre. Guai
a voi — dice — se vi mettete in mente di occuparvi della "virtù",
della "sapienza", dell’"autodominio", del "che
cos’è delle cose". Perché fate questo —
precisa — "vi sbatto questo setaccio su la testa e ve ne faccio
una berretta". Ed ecco il bel tocco poetico conclusivo di Panzini:
"E la notte è venuta. / Ma di chi è il suono dei vecchi
sandali? Di chi è quella voce armoniosa ed ironica? / Chi è?
/ E Santippe balza sul giaciglio: un soffio come di un bacio si posa sui
rossi capelli, biancheggianti ormai, un ardore come di lacrime cadenti,
e una voce risponde e mormora: — È Socrate, tuo marito...".
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