Siamo soliti dire che Serra ebbe due interlocutori privilegiati:
prima Luigi Ambrosiani, poi Giuseppe De Robertis. Dimentichiamo il terzo:
Alfredo Panzini, la cui presenza (anche nei silenzi) diventa anzi dominante
nel sentimento e nel pensiero di Serra dal luglio del ’14 al luglio
del ’15, l’ultimo anno di vita di Serra.
Accade anche l’inverso, e per un lungo periodo: la presenza dominante,
polarizzante, di Serra nel sentimento, nel pensiero, nell’opera
di Panzini dal luglio del ’14 alla data della morte di Panzini,
il 10 aprile 1939.
Da questa congiunzione (un poco anomala, dato il divario delle età,
21 anni, una generazione), nasce una delle più belle pagine di
Serra; nascono alcune delle più belle pagine di Panzini.
Varie componenti contribuiranno alla nascita di queste pagine dolorose
e felici: l’affetto umanissimo che lega i due personaggi; l’eccezionale
momento storico che sono chiamati a vivere nell’ultimo anno di vita
di Serra, e per il quale Serra sarà chiamato a morire; e –
accidentale ma essenziale – l’ambiente marino nel quale hanno
luogo i loro ultimi incontri, che entrerà nel giuoco non soltanto
come paesaggio, bensì anche come elemento catalizzatore sul piano
dei processi spirituali ed artistici, portando nel proprio grembo il potenziale
di una simbologia tanto inconsapevole quanto illimitata.
La pagina di Serra è quella che si rivolge a Panzini nell’Esame
di coscienza. Se mai c’è stato un Serra esistenziale, un
Serra che si muove amleticamente tra l’essere e il non essere, dopo
il Ringraziamento a una ballata di Paul Fort, è il Serra di quella
Pagina. Leggiamola una volta di più:
“(…) Era una delle ragioni per cui io rimanevo
più tranquillo accanto a lei che balzava e fremeva: mi guardava
con gli occhi fissi, vedeva forse di me solo un’ombra, piccola fra
grandi ombre nere calanti sopra la terra. Anch’io cercavo altre
cose, fuggite e desiderate, perdute e presenti, laggiù sulla riva
del mare; sull’orlo, dove l’onda fugge e ritira con sé
l’ultimo velo dell’acqua, mentre i fiocchi di spuma si spengono
con un sibilo lieve; resta scoperta una riga di sabbia bruna, umida e
intatta, come un sentiero nuovo per venirci incontro a piedi scalzi…
nessuno. Nessuno deve venire.” (Renato Serra, Esame di coscienza
di un letterato, in: R. S., Scritti, a cura di G. De Robertis e A. Grilli,
vol. I, Firenze, Le Monnier, 1938)
Non è la prima volta che Serra rappresenta sé,
od altri, mentre cammina lungo la riva del mare. Ci sono, nelle pagine
che ci ha lasciato, in prosa o in versi, almeno altri tre luoghi in cui
questo accade.
Il luogo più recente è di due anni prima, quando Serra scrive.
Era di un anno prima, quando Serra percorreva, a fianco di Panzini, questo
tratto della spiaggia di Bellaria, da casa Panzini verso nord-ovest, verso
Cesenatico, fino alla foce del Rubicone; o piuttosto viceversa. C’è
una lettera inedita di Serra a una sua donna (certamente una delle tre
donne di cui si parla nel Ringraziamento a una ballata di Paul Fort) in
data 31 agosto 1913. Una sua donna che, in quel periodo, trascorreva i
mesi dell’esatte in una sua casa di campagna, alla periferia nord
di Bellaria: quella che guarda appunto verso la foce del Rubicone e Cesenatico.
La lettera ha questo inizio:
“Buon giorno bella! / Buon giorno t’hanno
detto le onde, le piccole onde fredde del mare mattutino (…) / Mi
verrai incontro sulla striscia di sabbia bruna umida del mare che s’è
ritirato allora allora, e liscia e pulita, non pestata ancora da nessuno;
come un sentiero nuovo fatto per l’amore.” (Renato Serra,
Lettera inedita a *, 31 agosto 1913)
Il ricalco, nelle immagini e nelle parole, con la pagina
dell’Esame, è di tutta evidenza e non ha bisogno di commento.
Andando ancora a ritroso nel tempo, troviamo una terza testimonianza,
ed è una lirica, inserita in una lettera a Plinio Carli in data
15 agosto 1908:
“Ma tu quando vai scalzo per la duna
un’onda dopo l’altra ti saluta
e la schiuma dell’ultima venuta
fiorisce innanzi a te la sabbia bruna”.
(Renato Serra, Epistolario, a cura di Ambrosini, De Robertis, Grilli.
Firenze, Le Monnier, 1934)
Non guardiamo se i versi di questo Serra ventiquattrenne
siano belli o meno belli o meno belli. Altra cosa è quella che
ci interessa, in questo momento.
Ancora un passo indietro nel tempo, e arriviamo ad un Serra ventenne.
In data 30 ottobre 1904, Serra manda ad Ambrosini un suo sonetto, intitolato
ad Achille “figlio d’Omero”. Il sonetto si chiude con
queste terzine:
“Ma il cor mi tocchi più, s’io vegga
andare
stretto alla madre dalle bianche braccia
te su la riva del canuto mare;
e rigarvi un comun pianto la faccia
il fior pensando della tua bellezza
fanciulla, e il fato che già già la spezza.”
Anche qui eviteremo di chiederci se i versi siano più
o meno belli, e andremo in cerca di altri valori. Fra questi, abbiamo
creduto di indicare, in altra occasione, una specie di inconscio presentimento,
una inconscia prefigurazione: al di qua di Achille e Tetide, ci sono Serra
e sua madre, alla vigilia della morte di Serra.
Quattro luoghi serriani. Quattro solitudini marine. Quattro battigie,
lungo le quali si muovono figure umane.
Variano, di queste figure, i sentimenti: che passano dal più lieto
e lieve (dell’ode a Plinio Carli) al più drammatico (del
sonetto ad Achille).
Non varia un motivo di fondo. Questo Serra (o chi per lui) che mette un
piede dopo l’altro lungo una ristretta striscia, un ristretto sentiero,
che non è terra e non è mare, ma è l’uno e
l’altro insieme, è terra che sconfina nel mare; è
in realtà un Serra che cammina, che ha sempre camminato, in una
simbologia istintiva, sul confine sottile che divide il finito dall’infinito,
il conoscibile dall’inconoscibile, il materiale dall’immateriale,
il transuente dall’eterno, l’essere dal non essere. Un non
essere che forse è un essere più alto e diffuso.
Veniamo ora a Panzini. Altri fondali marini, altri temi, diversi, tratti
dalla stessa inesauribile matrice.
E’ di Panzini la pagina più bella e commossa che sia stata
scritta per la morte di Serra:
“(…) All’annunzio della sua morte, io
sono fuggito lungo la riva del mare. (…) / L’agosto dello
scorso anno, noi andavamo come fraticelli lungo la riva di questo mare,
e recitammo insieme, quasi con devozione, il sonetto del Tetrarca:
Sennuccio mio, benché doglioso e solo
M’abbi lasciato, io pur mi riconforto,
Perché del corpo ove eri preso o morto
Alteramente sei levato a volo.
Ora le onde del mare buttano davanti a me, su la spiaggia, il tuo corpo
bianco, naufrago di un immenso naufragio.
Or vedi insieme l’uno e l’altro polo,
Le stelle vaghe e lor viaggio torto.
E vedi il veder nostro quanto è corto.”
(Alfredo Panzini, Diario sentimentale della Guerra dal maggio 1915 al
novembre 1918, Roma-Milano, Mondadori, 1924.
Anche in Panzini, dunque, l’immagine del mare, della
sponda del mare: confine fra il finito e l’infinito. Confine sul
quale i due amici, il naufrago e il superstite, s’incontrano ancora
una volta, in un ultimo, indecifrabile incontro.
Le reminescenze culturali, che ad ogni passo riaffiorano in Panzini, qualche
volta in luce un po’ sospetta (di surrogato, in luogo di sentimento
vero e profondo; di meccanismo un poco artificioso, in luogo di genuina
ispirazione), qui sono tutt’uno con l’uomo Panzini.
Altra volta, la fissità dolcemente ed autenticamente ossessiva
di un volto e di un sorriso, il volto e il sorriso del giovane amico che
non tornerà più (ed è di quel giorno la notizia),
viene accostata a uno scenario marino che non è nuovo a Panzini,
e che viene richiamato a svolgere un suo ruolo simbolico, di infinito
spazio e di infinito tempo, con una operazione di tecnica letteraria che
sa un poco di artificio:
“(…) Io ho avuto tutta la notte l’imagine
di lui accanto, con l’enigmatico sorriso quasi infantile, all’angolo
delle labbra sbarbate, mentre le stelle dell’orsa nella notte precipitano
sul mare.”
(Alfredo Panzini, Diario sentimentale della Guerra dal maggio 1915 al
novembre 1918, Roma-Milano, Mondadori, 1924.
Il precedente è nel Diario Sentimentale, I, pp.
51-52: “Che strana sensazione vedere quelle mirabili stelle in altra
zona del cielo da quella dove le lasciammo la sera, e tutte precipiti
giù, col timone fino a toccare il mare!”
Una felice, nuova immagine ispirata al mare, ed applicata a Serra, compare
in un articolo che Panzini scrive per “Il Secolo” di Milano
del 28 novembre 1915, dal titolo “In morte di un eroe”. Panzini
sta segnalando il numero de “La Voce” che De Robertis e gli
amici fiorentini hanno dedicato a Renato Serra nell’ottobre di quell’anno.
E annota:
“(…) Qua e là, qualche apparizione
o spunto polemico che non vanno sul conto di Renato Serra, il quale aveva
già nella sua giovinezza oltrepassato questa zona un po’
spumosa e procellosa presso le rive, per tendere verso più profondo
mare, dove l’onda non rompe.”
Alfredo Panzini, In morte di un eroe, in “Il Secolo”, 28.11.1915
Ancora il mare/simbolo, fra Panzini e Serra, in altra
pagina di Panzini: la prefazione a La Madonna di Mamà, Romanzo
del tempo della guerra, apparso nel 1916: prefazione dedicata, in tutte
lettere, a Renato Serra:
“(…) Ora, quest’agosto, a Belluria,
aprivo la finestra prima che si levasse il sole. / La finestra dà
sul mare verso l’oriente: tutto il ricamo delle stelle ardeva ancora;
poi quella luce azzurra schiariva; poi la palpebra del sole si apriva.
Un’ebbrezza sino alle lacrime: e su le acque, senza più vele,
mi pareva di vedere la nave dei liberati dalla schiavitù d’Egitto.
Un mio piccolo fanciullo, che già tempo sollazzava su questa spiaggia,
era con te, o Renato; la cara madre mia era con te in quella nave. E non
sentivo tristezza per i morti, né inerzia. Avevo l’impressione
di essere come il fringuello cieco, che pur disperatamente canta.
Alfredo Panzini, La Madonna di Mamà. Romanzo del tempo della guerra,
Milano, Treves, 1916.
(…)
Nella novella L’orologio di San Pasquale, a Panzini che ripercorre,
al chiaro di luna, il sentiero “che corre diritto e lungo fra le
due siepi di biancospino”, dalla casa rossa alla via Romea, lo stesso
sentiero, cioè, lungo il quale Panzini aveva accompagnato Serra
per l’ultima volta, in una sera del settembre del 1914, così
appare, o sembra apparire, l’ombra di Serra:
“(…) Bianco, grande davanti a me mi pareva
di vedere Renato Serra. E la sua faccia era bianca, e le sue mani erano
bianche, e le sue parole spiravano bianchezza di purità, e quasi
bagliore di profezia.”
Alfredo Panzini, L’orologio di San Pasquale (novella), in “La
Lettura”, Milano, a. XXI, n.7 (1 luglio 1921).
(…)