GLI ACCADEMICI
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Nonostante la brevità della sua vita, il cesenate Renato Serra (1884-1915) è un gigante della critica italiana, lo studioso che meglio ha testimoniato, e vissuto, la crisi del letterato e dell’ideale umanistico nell’epoca della modernità trionfante.
Curiosamente, considerata la vicinanza tra Bellaria e Cesena, trascorrono ben tre anni di contatti epistolari prima che Panzini e Serra finalmente si incontrino nel 1912. Panzini descrive con toni commossi la prima visita di Serra nella prefazione a “La Madonna di mamà”, dedicata appunto all’amico da poco scomparso sul fronte. Ne nascerà un amicizia, anche se tragicamente breve, profonda e intensissima . Da questi dati si nota che il saggio di Serra su Panzini, apparso sulla rivista “La Romagna” nel 1910, è composto precedentemente alla loro frequentazione.
Lo studio di Serra sancisce lo spartiacque della fortuna critica di Panzini. Il critico delinea un ritratto a tutto tondo, comprendente, oltre all’esame stilistico e formale, un gustoso ritratto umano. In questo testo, per la prima volta, è studiata l’influenza di Carducci, che Serra ritiene più morale che artistica. Serra nota che la scrittura di Panzini nasce da una serie di penosi ed irrisolvibili conflitti interiori che incidono a tal punto il tessuto narrativo delle sue opere da ridurre spesso i personaggi a personificazione di idee. Per Serra, Panzini rappresenta, seppur in tono minore, la continuità della tradizione, tanto da conquistarsi l’appellativo di “scudiero dei classici”.
“La scuola non ha saputo cambiarlo e neanche la gran città; è rimasto semplice, bonario, con la sua natura schietta e coi suoi gusti casalinghi. È uno dei nostri; un po’ goffo, se volete; ma col cuore sano e l’anima generosa. Tutta quella così detta scienza, di cui la sua mente si è adornata, non lo fa né superbo né contento; ; egli in mezzo allo strepito di Milano sospira il suo paese e la sua lontana. […] Questi sono proprio i gusti di un romagnolo: egli li conserva schietti e li esprime semplicemente. Vi sa parlare del pane fresco e del buono vino sano del suo paese, della frutta saporita e delle lenzuola di bucato, che rinfrescano così bene il viaggiatore stanco nel letto di casa o anche in un letto di locanda, all’ora della siesta, alla quale il ciclista leva il suo inno: «O frescura delle lenzuola di bucato, o voluttà del buio nella stanza, con la coscienza che lentamente si spegne (vedendo però attraverso un tenue spiraglio della finestra l’immagine del gran sole!), o sonno senza sogni, senza visioni, senza sussulti! Quante poche parole mi accade di dormire così!» Perfino nella letteratura egli porta questa semplicità; e «Io voglio molto bene, - dice-, all’Ariosto; ma oltre che per i suoi sogni sereni, molto io l’amo per le sue verità buone; fra cui
In casa mia mi sa meglio una rapa
Ch’io cuoca, e cotta su ‘n stecco m’inforco».
Le sue pagine sono piene di questa sensualità sana e lieta. Essa vi tocca il cuore di profumo paesano, così come quelle prime violette che la mamma ha colto per lui sulla ripa del viottolo che porta a marina, e gli ha inviato dentro una lettera.
Del resto, Milano e tutta quella civiltà e modernità lo seccano alquanto; l’abito nero delle cerimonie ufficiali gli stringe, i quartieri d’affitto son troppo piccoli e cari e senza scoperto; c’è troppo fumo, polvere, fracasso. O scapparsene in riva al mare, in campagna, a respirare l’aria pura e a godere un poco di pace! […] Egli desidera infinitamente il mare e la campagna; gli alberi e l’erba fresca, le casine pulite col pergolato intorno e il frutteto, e il gridio delle galline sull’aia nei chiari mattini. Ma il suo amore è sano e umano, non è idillio, non è ebbrezza dell’anima delle cose. Egli ama nei campi non meno la bellezza, la fragranza che la bontà e l’utilità; col sentimento di un antico egli trova che la vita ivi è compiuta della naturale operazione di ogni sua facoltà.
Quanto dolce sarebbe lavorare la terra e godersene i frutti per l’uomo condannato alla oscura noia dei libri e della città!
L’ideale suo è più di vita che di poesia. Egli guarda nei campi non solo il verde ma anche il contadino; lo guarda con occhio umanamente sereno, al quale i calli delle mani e l’indurimento delle giunture affaticate non sono meno visibili che il viso fosco e la cravatta rossa, e le bocche inasprite dall’urlo dell’inno.
Questo professore dalla cera bonaria è rimasto sempre, e sopra ogni cosa, un uomo, in mezzo agli uomini; i loro disordini e le lotte, i contrasti e le iniquità della loro condizione, non sono per lui uno spettacolo vano.
Se alcuna volta vi parrà che la sua intelligenza lo disponga allo scetticismo, sotto l’apparenza ironica voi troverete sempre la natura pratica e generosa del romagnolo; per il quale problema massimo dell’universo è l’assetto delle cose umane. Col cuore colmo di ansia egli interroga il destino e spia da che parte debba discendere fra gli uomini la giustizia e la felicità.
Vi par egli che questa natura sia un po’ troppo terra , rustica, provinciale?
Ma tale è il Panzini; e a pensarci un poco, è poi molto facile conchiudere che in tanta cosiddetta complicazione e artificialità della nostra letteratura, la semplicità di quest’uomo, dall’animo onesto e dal sentire limpido e schietto, deve pur avere il suo pregio e il suo profumo. Esso resta fra le pagine dei suoi libri come lo spigonardo fra le tele bianche: hominem pagina sapit.
[…] Ricordiamoci la sua condizione; di professore. In questa parola sola è racchiusa per molta parte il dramma della sua esistenza. E di quante altre!
Chi non lo conosce questo tipo così malinconicamente comune del buono allievo delle Muse, costretto a tirar la carriola e a girare la macina dell’insegnamento?
È il tipo mezzano fra i due estremi; del professore dagli occhiali e dalla fronte lucente, destinato a volare com’aquila nei cieli della scienza accademica e ufficiale; e del pover’uomo raggrinzito, accartocciato e rincretinito fra i registri, i colleghi, i compiti, i figlioli, la moglie, la serva, e i genitori degli alunni e i pettegolezzi della cittaducola di provincia.
Ma costui, come dicevo, sta in mezzo, con la sua figura un poco smorzata e sfumata e quasi stinta; con quella schiena un po’ gobba e quel soprabito forse un po’ frusto, intorno a cui aleggiando le ricordanze di Virgilio e di Dante suscitano un’impressione vaga, dove il sorriso si confonde con la tristezza.
Come si può essere stati giovini, generosi e audaci, avere goduto per lunghi anni la conversazione dei magni spiriti, avere amato la poesia o sognato forse la gloria, per ritrovarsi poi infine maestri di grammatica e di ortografia a una turba di fanciulli petulanti?
Questo è il destino di molti.
Ai quali la scienza e i titoli per i concorsi non valgono a riempire il cuore; né la lotta con gli scolari e con lo stipendio basta a disseccare al mente. Noi sentiamo a guardarli, per quanto ispidi e curvi nell’ingrato ufficio, che essi non erano nati a ciò; erano nati, come ogni altro uomo fra noi, a vivere e a amare e a guardare queste belle cose del mondo.
Si sono rassegnati, ma non sanno adattarsi; non sanno dimenticare la giovinezza e la poesia. Un’ombra ne corre ad ora ad ora sulle fronti, un rimpianto ne trema nella voce.
Tutto questo può essere qualche cosa di muto quasi e non avvertito; un’ombra appunto o una sfumatura, fra comica e malinconica. Ma può anche essere un senso più sottile e più ricco, un tormento segreto e molteplice; se non la ribellione superba del poeta, che distrugge nel suo spirito le coniugazioni e i registri e affonda in quel cielo che solum è suo, almeno il sospiro melodioso e arguto di Severino (“mentre con gobbe spalle va sfregiando/ nella scuola gli errori d’ortografia”) … e può essere anche la voce del Panzini.
Nel quale la contraddizione è inconciliabile fra la natura e il destino; ed è dissidio dell’umanista col pedagogo; della natività e sensualità del carattere con la servitù quotidiana; del poeta con la vita.
Il dissidio si sfoga nell’opera. Aggiungiamo che non vi si discioglie così come il dolore nel pianto o nel canto; ma dentro vi resta, e freme, e mormora, come acqua rotta da remolo in consumabile.
[…] Nella persona del Carducci il Panzini si trova di fronte a tutte le angosce e a tutti i desideri che seguitarono ad agitare la sua arte, e anche la vita. Egli era scolaro del Carducci. Questo è stato per lui suggello quasi di una seconda natura.
Egli poi è molto vicino a quella generazione, poca e scelta, dei veri scolari del maestro, pieni della sua voce e del suo nume, che in lui conobbero e conchiusero tutto l’ideale del loro spirito; candidissimo esemplare ne restava il buon Severino.
Dico il Panzini tiene molto di costoro; se non quanto il suo temperamento nativo e gagliardo ha consentito solo agli influssi più geniali. Né intera ha ricevuta la impronta carducciana nello stile; e né meno, lasciando stare i versi, che pare non abbia scritti mai, ha accettato l’abito, dominante nel maestro, dell’erudizione e della ricerca storica.
Ma l’ideale della vita e dell’arte e della generosa umanità da cui l’ha ricevuto; e brilla ancora fermo nel cielo della sua mente. Con tutte le sue contraddizioni e i mancamenti e i partiti presi.
Per il Carducci, lasciatemi accennar come posso, l’ideale veramente vivo è la poesia; sentita e amata non soltanto come pienezza lirica del cuore, ma come abito e gentilezza della mente, conversazione e comunione con i grandi, opera di civiltà e di nobiltà umana. La sua poesia è anche pratica, è storia, è patria, è aristocrazia; è sopra tutto umanità. Se non che i concetti che dal grossolano positivismo del suo tempo egli ha troppo spesso raccattato sull’indirizzo pratico della civiltà moderna, sull’utilitarismo e la democrazia, fanno nella sua mente grido e contrasto; gli rappresentano l’ideale suo per falso, retorico, scolastico; né egli riesce a sciogliersi nettamente dall’intrico, se non in apparenza, come quando riporta la poesia al passato, accettando che sia morta nel presente e nell’avvenire; oppure il suo temperamento poetico si rivolta, e sopra le incertezze del pensiero si afferma la prepotenza eterna e libera delle canzoni.
Ma il Panzini non mai uscito intellettualmente dalla forma del maestro. Egli era ed è rimasto innamorato della poesia, della cultura, della civiltà secondo i nomi e i sentimenti antichi; e pur convinto insieme che tutto questo sia falso e nomi vani: che il tempo speso sulle pagine dei gloriosi volumi sia perduto, e scemo il loro insegnamento; che il fine dell’uomo oggi sia affatto utilitaristico e democratico, e che il suo valore sincero debba avere una misura solamente materiale. Questo il suo istinto rifiuta, ma la ragione riconosce per vero, con alcuna amara voluttà: e lo spirito si dibatte fra i due contrari poli, senza mai trovare pace.
Nella “evoluzione politica” egli affrontava per la prima questo problema morale della sua generazione, combattuta fra la insufficienza dei vecchi ideali, e il vuoto il disgusto dei nuovi; e tentava di superarlo fingendo, nel nome del Carducci, un tipo dell’eroe, che mantenesse le ragioni della storia civile e della persona umana sopra la eguaglianza moderna delle masse.
La risoluzione era affatto superficiale; l’eroe mancava di ogni consistenza intellettuale e fantastica.
Ma se in questo si dimostravano i limiti dell’intelligenza del Panzini, che è più savia e chiara che non vasta o speculativa.
[…] In quanto ai tormenti del suo spirito, egli non si provò a risolverli col pensiero; ma, avendoli accettati con rassegnazione, si volse piuttosto a svilupparli e assaporarli con una sincerità fra dolorosa e curiosa.
Le novelle sono, con le loro qualità preziose di narrazione e di rappresentazione, talora un divertimento, talora uno sfogo dell’autore. Sovente si tratta di saggi, vibrazioni, divagazioni un po’ fantastiche e un po’ sentimentali; ma anche quando della novella c’è la favola e la forma esteriore, non c’è quasi mai lo spirito vero. L’interesse dell’autore non è nei personaggi, di cui gli accade di raccontarci la storia; è nel suo proprio cuore. La voce di lui parla su bocche diverse; la sua narrazione è sopra tutto un lungo e meditativo soliloquio, variato a tratti di immagini e di figure leggere.
[…] Quel che più spesso l’assale è il dubbio (ricordatevi del professore e della figura che gli conosciamo) intorno al valore e alla utilità della cultura, dei sogni e delle illusioni poetiche.
[…] Non v’inganni la piacevolezza del narratore a rilevare gli aspetti comici e anche un po’ ridicoli di queste avventure; in quei personaggi e in quei casi egli ritrova se stesso; e tuttavia la noia e la pietà, e il desiderio vano di giovinezza e di gioia che parla in quelle anime, è la voce dell’anima sua.
O giovinezza che passi e non torni, o amore che sorridesti e non sorridi, come quest’uomo, che sembra al viso così tranquillo, ti cerca dentro il suo cuore e ti piange!
[…] Il vero è che naturale argomento del Panzini è la sua propria vita, naturale espressione del suo spirito, è il soliloquio e la meditazione.
La novella sua par che non trovi in sé sola consistenza; i suoi personaggi sono figure e profili segnati con rapida bravura più assai che creature parlanti. Curioso per un momento della loro forma, egli le abbandona presto per ritornare sopra se stesso; e se pare che più a lungo le accompagni nei loro movimenti, si trova poi che è un’illusione. Non a caso i suoi dialoghi sono così stilizzati e generici; quasi tutti trascritti in forma impersonale, con le parole e le cadenze dell’autore. Egli non è mai osservatore schietto del vero; ne conosce soltanto quella parte che ha potuto appropriarsi e ricavare dall’interno suo.
[…] L’episodio notato dal novellatore diventa problema e meditazione per il moralista. Il suo pensiero balza per raffronti subitanei e inaspettati alle cime donde la vita appare come piccolo gioco di ombre nere sullo scenario vano; una vasta e solenne tristezza alita intorno. E se bene alcuna vilta la solennità è solo nella voce, intonata a una semplicità di sapiente, un poco posticcia, come la barba e il mantello di certi filosofi d’occasione, molto più spesso la efficacia di quel parlare è profonda, ricca di malinconica umanità. Tutti gli episodi della commedia scoloriscono a un tratto e perdono forma; resta innanzi a noi il teatro nudo e nudi e soli i grandi argomenti dell’eterno dramma; l’umano travaglio, con sue vanità e con la speranza inestinguibile, e la morte e l’amore …
Aggiungete che tutto questo è sentito non la mente pacata e curiosa del moralista, ma col cuore del poeta, che tutte le cose umane riconosce per proprie; e avrete intesa l’ultima nobiltà del Panzini. Poeta egli è per essa, e il suo luogo è naturalmente fermato, non importa se in alto o un poco più in basso, nella buona e antica e umana famiglia dei poeti e della nostra razza, creatori di bellezza e consolatori di uomini. Non ci inganni la eguaglianza del viso e la remissione del tono; la poesia è dentro, è la qualità intima e la segreta felicità di quest’uomo, di cui ci riesce così caro il semplice ritratto.
[…] Dice la gente alla lesta che Panzini scrive bene; e qualcuno lo pone già nel numero di quegli scrittori onesti e culti, la cui frequentazione si può consigliare agli scolari, per castigo della forma del dire. Non hanno torto; poiché la cultura si sente bene in lui, e l’abito della scrivere derivato dalla buona tradizione italiana, e un odore di classicità. Prendo un periodetto a caso. «Io sentivo in quel principio del viaggio il caro del fiore della giovinezza olezzare ancora sul mio dispregio del mondo, come un cespo di viole a ciocche sparge la sua chioma odorosa sopra un cumulo di miserande ruine». Dovrò io sottolineare quel caro fiore, quella chioma, quelle ruine consolate d’un buon aggettivo? Chi ha scritto queste parole, chi ha tradotto così agevolmente il suo pensiero in immagini non meno accademiche che decenti, è, come dicono, uno scudiero dei classici.
[…] Si sente troppo bene la intenzione studiosa e ritirata dall’uso volgare, non meno nella scelta dei vocaboli che nella forma del discorso; e poi quella pulizia fra il classico e il toscano, quella cotal gravità degli aggettivi premessi al nome e collocati in simmetria, quella veste solenne di cose semplici, rendono assai di lontano l’odore delle letture e dei buoni studi. Il quale è diffuso in tutte le pagine, e lo esprimono i latinismi della elocuzione, più o meno schietti, e tutte quelle inversioni e artifici e figure classiche della frase, che sarebbe ozioso illustrare. Classica è la consuetudine di sciogliere quasi le cose comuni nei loro elementi generici, sì da rappresentarne la forma con una certa solennità; come per il mangiar le anguille, e berci su: «i comacchiesi serbano alle loro amatissime anguille una tombali questo forte e sapido vino nei loro stomachi».
Classico infine è il costume di fiorire i discorsi anche umili di motti e allusioni letterarie; costume discreto del resto e parco, che non disconviene alla usata modesta dello scrittore.
[…] Amore religioso dei classici e studio assoluto di sincerità; questa lezioni egli, e i compagni suoi avevano appreso dal Carducci; e non già in frasi ambiziose l’avevano mandata a memoria, ma se n’erano resi ragione punto per punto nella conversazione degli scrittori e nella pratica e negli effetti dello stile.
[…] Dico che a rendersi conto della virtù di questo scrittore bisogna considerarlo nella sua qualità di poeta; non così grande forse, ma sincero. Io non guarderò ora molto a quelle abitudini così dette poetiche, che pur si potrebbero assai facilmente notare nella prosa di lui. Poetico secondo il sentimento comune è tutto ciò che si esalta un poco, al di sopra della quotidiana conversazione, non per un motivo praticamente apprezzabile, ma così per passione e per sfogo del cuore, e per bellezza, come dicono, per ornamento: e il Panzini cade spesso sotto questo giudizio, con tutte quelle sue esclamazioni e contemplazioni, sopra tutto con quella sua forma di parlare immaginosa, con quei tocchi di colore naturale e fantastico gettati con semplicità quasi epica in mezzo al racconto.
[…] Egli ha dalla natura, per quanto non sempre e con uguale felicità, il dono della espressione classica: voglio dire di quella espressione piena e definitiva che par che renda a tutto quello che tocca la tempra dell’oro. Sono salde come l’oro certe sue parole, limpide e pure e sonanti.
[...] La virtù non è nelle parole prese a una a una; è nella loro disposizione, che pare tanto lungamente pensata, e maturata alla fine nel punto più felice, è in quel non so che di puro e definitivo, onde restano quasi scolpiti i contorni e aperti e grandi gli spazi, e poca musica basta a colmarli d’incanto. Questa è quella qualità che siamo soliti a chiamar classica; quella qualità di bellezza durabile che appartiene alle parole tempestive e collocate nel luogo opportuno, alle cose ridotte da lunga contemplazione alla purezza delle loro linee essenziali; che nasce dalla modestia degli animi ben nati, quando aggiungono il più felice effetto col moto più lieve. E così ragionando in grosso par che si possa distinguere questa pienezza delle parole semplici, dette nel momento essenziale e con l’accento definitivo, da quell’altra sorta di effetti, realizzati non così di primo colpo e signorilmente, ma per ritocchi e approssimazioni successive, consapevoli e studiosamente acute; come si vede, in qualche modo, paragonando un verso di Lucrezio o di Virgilio (“pascentem niveos herboso flumine cycnos”) a qualche moderno, al sonetto di Heredia o a una pagina fluviatile di D’Annunzio. Allora si sente nella distanza fra la ricchezza scoperta numerata minuta dell’uno e la bontà quasi celata dell’altro, differenza d’animo e di qualità.
[…] Così nascono nelle sue pagine forme e figure umane; non crudelmente penetrate e incise, ma segnate appena con mano leggera; una sola pennellata di trasparente acquarello basta a rendere l’impressione del vivo, quando cada bene sul disegno magro.”
1) Le lettere di Panzini a Serra sono state raccolte e pubblicate da Alfredo Grilli: Panzini a Serra, Bologna, Aldina editore, 1940.
2) Oltre allo scritto citato, Panzini dedica a Serra alcune delle sue pagine più ispirate del Diario sentimentale. Inoltre su Il Cittadino di Cesena del 24 luglio 1921, Panzini traccia un ritratto dell’amico in occasione dell’arrivo della salma nel suo paese natale dopo sei lunghi anni.
3) Questo saggio, insieme ai principali testi di Serra, è contenuto in Scritti letterari, morali, politici: saggi ed articoli dal 1900 al 1915, Torino, Einaudi, 1974
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