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La prima mostra all’interno della “casa rossa”, dopo
i lunghi anni dell’abbandono, è stata promossa dall’amministrazione
comunale di Bellaria Igea Marina durante l’estate 2007. Di seguito
pubblichiamo la presentazione dei due curatori dell’esposizione
che ha per titolo “carte all’aria”: il prof. Bazzocchi
– che è anche il curatore scientifico di tutte le attività
che ruotano intorno alla “casa rossa” e alle iniziative finalizzate
a riaccendere i riflettori sullo scrittore – e Claudio Ballestracci.
La mostra è stata allestita dal 15 giugno al 16 settembre 2007.
La “Casa Rossa” di Alfredo Panzini è oggi, grazie alla
ricchezza dell’archivio dello scrittore, non solo un luogo restaurato
e finalmente praticabile, ma anche uno scrigno prezioso che rivela molti
tesori e ancora di più ne riserva per il futuro. Dunque abbiamo,
finalmente, un bellissimo contenitore ritornato alla sua condizione di
origine e abbiamo quasi tutto ciò che in questo contenitore venne
pensato, immaginato, scritto, vissuto. Lo stato delle carte è infatti
improvvisamente raddoppiato rispetto a quanto si trovava depositato presso
l’Istituto dei Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, ora
passato alla Biblioteca comunale di Bellaria. E questo grazie alla donazione
di Giulio Torroni, che generosamente ha proposto al Comune di integrare
con quanto di suo possesso il fondo archivistico. Così le due metà
delle carte Panzini (una quarantina di faldoni zeppi di documenti) possono
riunirsi. E qui, nel lavoro futuro, si dovrà scavare per ricostruire
la fisionomia culturale dello scrittore, liberandolo da finte immagini
e stereotipi, da preconcetti e da giudizi ormai stantii sulla sua scrittura.
In questi faldoni ora si trovano sommariamente ordinati (e faccio solo
qualche esempio): i manoscritti, elaboratissimi, di opere fondamentali,
come Io cerco moglie, o Il padrone sono me!, o il Diario di guerra, o
i Giorni del sole e del grano; quasi tutte le schedine con le quali Panzini
compose e poi arricchì nel tempo il Dizionario Moderno; le lettere
dei corrispondenti di Panzini, da Renato Serra a Sibilla Aleramo, da Giovanni
Cena a Giovanni Papini, da Marta Abba a Matilde Serao; i documenti privati
della vita dello scrittore, come l’epistolario rivolto alla moglie
durante il fidanzamento; le fotografie e gli atti giuridici della famiglia.
Ma questi elenchi non dicono in realtà niente della bellezza e
del fascino che ancora oggi derivano dalle carte dello scrittore. Quelle
carte che abbiamo deciso di cominciare a mettere “all’aria”,
come dice il titolo di questa prima esposizione, proprio per tirarle fuori
dai contenitori dove sono chiuse da decenni e riportarle alla luce, esattamente
come se fossero i reperti di un lungo e faticoso scavo. Per poterle apprezzare,
per seguire la penna di Panzini all’opera, il complicato incastro
di fogli incollati e riscritti, di cancellature e riprese, di correzioni
che caratterizzano il laboratorio di uno scrittore prima dell’avvento
del computer o addirittura della macchina da scrivere, abbiamo deciso
di mettere sotto agli occhi di tutti, un po’ alla volta, secondo
percorsi coerenti, gruppi tematici di carte e documenti, facendo delle
stanze, non ampie, della Casa Rossa il luogo dove queste carte possono
riprendere a respirare all’aria del mare, in contrappunto con le
foglie degli alberi del parco. Questi manoscritti elaboratissimi, fatti
di strisce incollate, dove la penna si alterna ai colori blu e rosso della
matita, sembrano vere opere visive, collage intarsiati, fogli che hanno
già avuto la loro vita ma che ora la possono ritrovare.
All’entrata della Casa, quattro grandi vele ideate da Claudio Ballestracci
ci mettono subito in contatto con il volto di Panzini e con alcuni esempi
della sua scrittura, alcune strisce manoscritte ricavate dal Padrone sono
me. Queste vele leggerissime, trasparenti l’una sull’altra,
vogliono dare l’idea di uno spazio nuovo dove però si respira
aria antica. Era inutile, e quasi impossibile, ricostruire l’autentico
arredamento della Casa. Pochi i mobili rimasti, e spesso malmessi o irrecuperabili.
Così si è deciso di salvarne alcuni, i più significativi
(la scrivania, il letto, un armadio) e di farne altrettanti contenitori
o espositori da utilizzare nel percorso. Ballestracci ha disegnato poi
alcune eleganti lanternine dove depositare i pochi oggetti indicativi
della pratica dello scrivere: un paio di occhiali, una penna, una foto,
ecc. Così ci è sembrato di recuperare quello che di Panzini
si può realmente rimettere in discussione, senza falsi restauri
o pretese di assoluta originalità.
Al piano superiore,
l’allestimento dello studio prevede l’esposizione di dodici
campioni selezionati dal ricco carteggio dello scrittore. Si tratta di
nomi importanti nella cultura letteraria del primo novecento: Sibilla
Aleramo, Antonio Baldini, Emilio Cecchi, Giosue Carducci, Flippo De Pisis,
Giovanni Pascoli, Marino Moretti, Ada Negri, Giovanni Papini, Giuseppe
Prezzolini, Matilde Serao, Renato Serra. Per ognuno, un leggio mostra
una lettera e, quando possibile, la fotografia inviata dal corrispondente
a Panzini.
A parte la cartolina col volto del maestro bolognese, Giosue Carducci,
primeggia su tutti il volto di Renato Serra, il ritratto inviato dallo
scrittore di Cesena al “professore” di Bellaria perché
così, anche se a distanza, mantenesse vivo il ricordo di lui: “Non
è un bel volto, caro professore, perché non è mai
stato bello”, gli scrive da S. Vito al Tagliamento il 4 maggio 1915.
Si tratta di un omaggio malinconico, soprattutto se si pensa che Serra
era al fronte, e che di lì a poco sarebbe morto, lasciando un vuoto
nel mondo culturale italiano. Ed è proprio a proposito della morte
di Serra che Sibilla Aleramo scrive a Panzini, in data 25 luglio 1915,
considerandolo l’interlocutore adatto per rimpiangere un incontro
mai avvenuto tra lei e l’intellettuale di Cesena: “Amico mio,
mi ha particolarmente colpita iersera la notizia della morte di Serra.
Non lo conoscevo, ma gli volevo bene attraverso specialmente quel che
lei me ne diceva…”.
Vanno poi sottolineati, nelle lettere e cartoline che abbiamo scelte,
il giudizio di Baldini, sulla carta intestata della rivista “Nuova
Antologia” (“Ho letto con straordinario diletto e commozione
il Bacio di Lesbia”, 23 ottobre 1936), o quello di Papini (2 giugno
1914), sulla carta intestata della “Voce” (“A me pare
di conoscerla da gran tempo…eppoi sono stato uno dei primi lettori
della sua Evoluzione del Carducci”), e la cartolina di Emilio Cecchi
(17 giugno 1913), che dice di invidiare l’amico che ha potuto conoscere
e frequentare il Carducci: sono tutte voci che giungono a noi per testimoniare
come la scrittura di Panzini attraversi esperienze di intellettuali profondamente
diversi tra loro, ottenendo sempre attenzione e suscitando dibattiti.
Oppure si può notare il dialogo con altri artisti che frequentano
assiduamente la costa balneare romagnola, come Filippo De Pisis (lettera
del 21 ottobre 1920), o vi abitano, come Marino Moretti (lettera del 23
dicembre 1915). Attraverso questi scambi, questi incontri molto più
fitti allora di oggi, e considerando la mappa di tutti i centri della
poesia e della cultura in Romagna - San Mauro di Pascoli, Cesena di Serra,
Cesenatico di Moretti, il Cardello di Alfredo Oriani, la Sisa di Antonio
Beltramelli -, rinasce il profilo di una “repubblica romagnola delle
lettere” che ha realmente segnato i primi decenni della cultura
italiana, proponendo un’alternativa provinciale ma salda a luoghi
più famosi della cultura come Firenze e Roma. Intorno a Panzini,
in quegli anni, si intrecciava un dialogo fittissimo che riguardava non
solo la letteratura ma la vera e propria vita civile italiana, il cambiamento
di una società e di una cultura nazionale. E Panzini, attraverso
romanzi che sembrano spesso indagini sulla psicologia, le abitudini e
i costumi dei suoi contemporanei borghesi, mostra di essere un osservatore
attentissimo e impietoso, capace di cogliere ogni mutamento, ogni piccolo
comportamento, ogni abitudine nuova.
Anche per questo, nei progetti che seguiranno, cercheremo di riportare
alla luce altre carte, di far tornare vivi materiali che giacciono chiusi
da troppo tempo, e disegneremo altri percorsi nell’opera dello scrittore,
escogitando di volta in volta il modo migliore per rendere vivi questi
straordinari foglietti ricoperti di scrittura, ritagliati, incollati e
intarsiati, la testimonianza di un laboratorio che non ha niente da invidiare
a quanto si trova nelle altre case degli scrittori di questa epoca. La
Casa Rossa deve tornare a essere una casa della memoria, della letteratura,
del dialogo intellettuale.
Marco A. Bazzocchi
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