|
|
La notte del Natale
Novella di Alfredo Panzini
|
Non c’era la luna in quella notte, ma le stelle
erano così accese e la neve tanto bella e bianca che si scopriva
ogni cosa lontana come fosse stato il giorno.
Tutte le cose dormivano in quella notte sotto la neve: solo la gran casa
degli avi – la quale per molto tempo era stata deserta – vegliava
in quella notte e splendeva nella valle. Tutte le finestre erano illuminate
e le porte, aperte affinché gli ospiti potessero entrare, gettavano
un raggio di luce per la neve e per il bosco affinché gli ospiti
non smarrissero la via.
Nella sala di quella dimora le fiamme azzurre rodevano un grosso tronco
di faggio sugli alari: la mensa era imbandita e ogni cosa diceva che quella
era la notte di Natale, che porta la pace ai cuori e la giovanezza all’anno.
Gli avi sedevano davanti al focolare.
Egli disse, arrivando con la mano ai capelli di lei:
- Ma sai tu, vecchia amica, che i tuoi capelli, benché siano tutti
bianchi, sono ancora assai belli? Dovevi avere delle trecce ben meravigliose,
amica!
- Troppo tardi te ne sei accorto, - rispose ella sorridendo . –
Di fatto erano assai belle ed ammirate, specialmente dagli altri. Io però
le pettinavo le trecce ribelli solo per te, ogni mattina nella stanza
piena di sole, con un pettine d’oro; ma, oimè, tu eri assorto
fra tanti libri a ricercare la Causa causante! Io non so se tu l’abbia
trovata la Causa causante in tanti anni di studio: ma so che i miei capelli
hanno fatto il loro viaggio verso il paese delle nevi, la primavera e
il sole sono discesi in fine, e tu amico non te ne sei accorto, e solo
adesso li baci i miei bianchi capelli, che non hanno più vita.
- Sì, credo anch’io, - egli rispose, - che del tempo che
Dio distilla con le sue preziose mani per noi, si poteva forse fare un
uso migliore!
- Ve lo dicevo io, bel signore? Adesso mi date ragione? Richiamate alla
vostra memoria, di grazia, quante volte io battevo al vostro uscio: “Cosa
c’è? domandavate con voce burbera.” “Niente:
sono io, la tua sposina.” “Cosa vuoi?” “Niente:
c’è un bel sole fuori: andiamo a spazzo col nostro bambino?”
“Non ho tempo; non mi disturbare: tu interrompi le mie ricerche
sulla Causa causante!” Voi rispondevate proprio così, bel
signore, ve ne ricordate? E a pranzo? Vi assicuro che la vostra tavola
era imbandita meglio di quella di un Re di corona, perché nulla
sfuggiva alle mie cure. MA voi mangiavate come trasognato.
“Balliamo, amico? facciamo a chi ride di più?” Io ti
volevo dopo il pranzo dire queste parole, tanto ero allegra allora e ti
volevo buttare le braccia al collo: ma le tue orecchie e i tuoi occhi
parevano rivolti di dentro, e non mi avresti né udita né
veduta! E questo non durò un giorno: ma molte generazioni di rose
ebbero il tempo di rinnovarsi mentre ti ricercavi la Causa causante. Suvvia
ora non lagrimare, le lagrime dei vecchi corrodono l’anima! oggi
è giorno di festa e se vuoi, fa onorevole ammenda: bacia le mani
ala tua compagna fedele.
Egli le baciò le mani e si trasse a sé quel volto che contemplò
a lungo con le palme aperte: - Ecco, disse, attraverso le rughe io distinguo
le linee del viso tuo giovanile, quand’io me ne innamorai. Chiudo
gli occhi e ti ricontemplo ancora.
- Allora c’erano molte viole sulla terra, - disse ella melanconicamente.
*
Mentre così ragionavano e le fiamme del fuoco aprivano
i molti involucri di cui le primavere involsero ogni anno il tronco del
faggio, e crepitanti que’ cartocci di lignee fibre si staccavano,
si ottenebravano, si incenerivano, suonò un allegro riso; una corsa,
uno strepito di ruote leggere rimbombò pel corridoio. Ecco arrivano,
arrivano gli ospiti desiderati e pianti!
Entrò nella stanza una carrozzella da bambini sospinta festosamente
da una giovanetta il cui volto pallido e ridente era ravvolto in un nero
sciallo; e il volto e lo sciallo e la carrozzella erano madidi del sudore
della notte gelida.
- Lucia! Lucia! sei tu, piccola Lucia, sei tornata anche tu sotto il tetto
dei tuoi padroni? – dissero i due vecchi movendole incontro,
- chi porti tu?
- Il piccolo bambino io porto, miei buoni signori: ma non lo destate:
esso dorme. Lo abiamo bene coperto: così ben coperto che non si
è risentito per tutto il viaggio. Ma vi prego di non destarlo.
Esso è ancora assai pallido.
- E loro non vengono?
- Vengono: siamo partiti assieme e saremmo arrivati assieme; ma la signora
è assai disperata: ogni tanto si butta ai ginocchi di lui e dice
che non merita il suo perdono e non vuole entrare in questa casa perché
dice che non è degna. Lui la solleva allora, le dà il braccio;
e il figliuolo giovinetto di dieci anni, le dice: “Mamma, se andiamo
avanti così arriveremo che sarà già il mattino e
il fuoco sarà spento!” Allora lei si alza e cammina. Per
non farvi attendere troppo, mi hanno pregato di precederli. Io ho visto
dal monte la fiamma del focolare e ho fatto una gran corsa sino a qui.
Permettete, miei buoni signori, che mi riscaldi, che mi riposi, che mi
sieda qui vicino a voi.
I vecchi fecero sedere la piccola Lucia vicino al tronco del focolare,
la chiamarono per nome, le tolsero lo scialle nero, le lisciarono i capelli:
le domandarono poi se il piccolo bambino sapeva ancora la canzone della
nonna: quella canzone lunga come una litania, senza senso come una cosa
vera, che faceva ridere i genitori e piangere i nonni.
- La sa ancora la vecchia canzone, - rispose la fante, - anzi la cantò
in principio del viaggio prima di addormentarsi: allora mi sono messa
a cantarla io, con grande allegrezza perché ero certa che voi mi
avreste accolta ancora benevolmente, come avete fatto. Io sono certa che
voi mi avete perdonata e di cuore, ma per mio conto vi prometto che per
l’avvenire sarò buona ed ubbidiente. Non alzerò più
le spalle, non porterò più via nulla alla casa, non sciuperò,
non getterò nell’immondezzaio le provvisioni per dispetto,
non farò più all’amore dalla finestra, né lascerò
che il fuoco bruci le pentole. Lo giuro che farò tutto questo per
l’avvenire. Come ho fatto per il passato ad essere così cattiva?
Non lo so: ecco tutto. Si è cattivi perché si è cattivi
senza saperlo. Signor padrone, lei che studiava tanto, mi dica se è
vera questa cosa che una vecchia strega del mio villaggio mi raccontava,
cioè che ognuno di noi ha un demonio che viaggia sempre con noi
e ci butta delle tenebre intorno a noi, come fosse del fumo denso. Noi
facciamo con le mani dei gran sforzi per mandar via quel fumo, ma a pena
cominciamo a vedere uno spiraglio di luce, ecco che il demonio ci butta
ancora sul volto dell’altra caligine.
Allora entrò
nella stanza un uomo giovane che dava il braccio ad una donna ancor giovane
e bella, ed un giovanetto era con loro.
Ma ci volle molta fatica perché la giovane donna avanzasse sino ai
due vecchi, davanti al focolare.
Le facevano i due vecchi segni di benevole accoglienza e la supplicavano
di non ricordare antiche storie, dolori passati. – Tutto è
dimenticato, figlia, e tutto è perdonato. Pensiamo all’avvenire,
non rattristiamo gli anni che rimangono – dicevano.
Ma ella faceva di no con la testa e finalmente disse:
- Se volete che stia qui, che non torni via ancora per quella porta aperta
laggiù, concedetemi che come una povera pazza io mi sieda per terra
ai vostri piedi: ecco così. Ma prima guardatemi bene nel volto: fissatemi,
guardatemi.
Io piango lagrime di sangue tuttavia; eccole, le vedete? e la natura non
ha composto parole che possano esprimere il mio pentimento per il male che
vi ho recato. Ve ne supplico: guardate le mie lagrime attentamente e le
troverete di sangue. Io sono fuggita da questa casa che mi accolse come
nuova figlia, ho abbandonato il marito e i figliuoli, ho affrettato il tempo
della vostra vita. La casa che la nuora dovea rallegrare è stata
ottenebrata da me. Io ho tolto a lui, che mi diede la fede e il nome, le
energie della vita; egli invecchiò per mia colpa, prima del tempo.
Vi sono pene per questo delitto? Potrò io ridare a lui la sua vita?
Dunque lasciatemi stare per terra: così.
Sorrise il vecchio e disse: - Questa è la notte di Natale e noi vi
preghiamo, figlia, di asciugare le lagrime e di consolarvi. Credetelo: le
lagrime corrodono la bellezza più del vetriolo e i figliuoli che
ricordano di aver visto piangere il padre o la madre, portano nella loro
vita il sottile veleno della tristezza, che è come il velame di alcuni
infermi per cui la luce del sole non arriva sino alle loro pupille.
- Io vi vorrei spiegare, - ella disse – con le parole e con le lagrime
quanto grande sia il mio pentimento e quanta la riconoscenza per voi che
mi avete perdonata. Asciugherò il mio pianto e comanderò al
mio volto di essere ilare: ma io farò questo soltanto per eseguire
il vostro comando: e non crediate per l’avvenire se, dico, mi vedrete
lieta che ciò sia perché io abbia dimenticato le mie colpe
e la vostra generosità. Sarò lieta per fare la vostra ubbidienza.
Del resto la leggerezza del mio passato vi autorizzerebbe a credere così.
Io voglio quindi spiegarmi in modo preciso. Ascoltatemi:
- Vi prego di no. Quando le anime si intendono le parole diventano superflue:
esse sono un semplice suono che fa perdere molto tempo e spesso non servono
ad aiutare la nostra malignità. Vi ricordate, figliuola, per quanto
tempo non ci siamo offesi scambievolmente? Eppure eravamo convinti di ragionare:
e non ci accorgevamo che il tempo passava. In altre parole, dei due doni
che il Signore ha dato agli uomini a preferenza degli altri animali: la
parola e il sorriso, consideriamo il primo come un beneficio da usufruire
con grande cautela e invece godiamo senza risparmio del secondo: io voglio
dire del sorriso. Sorridete, bella figlia, nella gioventù vostra
a noi poveri vecchi: le nostre povere labbra si sono con gli anni curvate
in giù, e le rughe crudeli le tengono ferme e impediscono di sorridere.
Ma, voi, cara, su cui splende il sole dei trent’anni tuttavia, oh
ridete! fate risuonare queste stanze di risa: e quando la buona primavera
richiamerà alla vita i fiori sepolti della valle, cantate le vostre
canzoni migliori. Nasceranno figli più floridi e meno pensosi.
Così disse il vecchio che avea consumato il suo tempo a cercare la
Causa causante, e trasse su di sé la bella e dolente donna cui il
marito reggeva la mano, e le diceva: “Sorridi!”, ed ella sorrideva
fra le lagrime.
*
Disse allora l’ava: - Ecco il gatto nero con la
coda riccia che entra: esso ci annuncia con la sua solita maestà
che i nostri cuochi e i nostri servi hanno allestita la cena di Natale.
Venite a vedere come risplende la nostra cucina. Faremo così ogni
giorno da ora innanzi: è vero? – E poi si volse al nipotino
che se ne stava tutto pallido davanti al fuoco e disse:
- E voi, caro piccino, che con le vostre bizze guastavate quell’ora
di riposo che si dovrebbe godere a tavola, la mangiavate tutta la pappa
questa notte di Natale, senza sporcar la tovaglia, senza rovesciare il
vino?
- Oh, mi bella nonna, io mangerò così bene e starò
così zitto come se non ci fossi né meno.
- E attenderete, signorino, senza impazienza i dolci sino alla fine del
pranzo?
- Certo, mia bella nonna, specialmente se i dolci saranno buoni.
- Caro piccino, - disse la nonna, - altro che buoni! pensa che li ho voluti
fare io con le mie mani: ci ho pensato tutta la notte per tanto tempo
e mi sono ricordata di tutte le cose che piacevano. Anche un piatto di
crema, - aggiunse l’ava sorridendo ai figli, - è qualche
cosa nella vita se vale a renderci senza colpa piacevole qualche fuggevole
istante: ed io vi assicuro, figliuoli miei, che ho messo ogni cura nel
farvi la crema.
- E dopo il pranzo che cosa faremo, nonna mia?
- Dopo il pranzo, bambino, orneremo di fronti questo antico focolare.
Vedi come è grande e ci vorrà molto tempo. Lo adorneremo
di alloro e di mirto e ci riporremo i doni per il tuo fratellino che dorme.
- Così domattina – disse il giovinetto – all’alba
egli si desterà, e noi ci leveremo e lo seguiremo fino a qui per
ammirare i belli e preziosi doni che le fate della vita portano ai bambini
buoni la notte del Natale?
Così certamente faremo.
*
Questo è il sogno della dolce, irrevocabile vita
che molti morti sognano sotto la terra la notte del Santo Natale, quando
la notte è nera ma la neve è così bianca che tutte
le cose, anche quelle che gli uomini non videro in vita, traspaiono come
in lucente cristallo.
Illustrazioni di Rodolfo Griffi
|
|