Luigi Capuana (1839-1915) è il primo grande nome
a “scoprire” Panzini. Lo scrittore siciliano, con largo anticipo
sugli altri colleghi, intravede nel nostro autore delle sicure qualità
artistiche. Per questo dopo solo due opere, Il libro dei vivi e dei morti
e Gli ingenui, Capuana nel 1898 gli dedica, in coppia con Grazia Deledda,
un paragrafo della sua raccolta di saggi di critica letteraria Gli “ismi”
contemporanei. Capuana plaude alle limature che Panzini è riuscito
ad apportare alla sua arte tra la prima e la seconda esperienza narrativa.
Ne Il libro dei Morti, seppur “saggio notevolissimo senza dubbio”,
il passaggio dal concetto alla forma risultava troppo cerebrale, mentre
in un paio di novelle de Gli ingenui, La cagna nera e Da Novi a Pavia,
e soprattutto nella protagonista di quest’ultima, Panzini dimenticando
ogni artificio stilistico si trasforma da pensatore in artista. La chiusura
del saggio suona quasi come l’incoraggiamento di un grande autore
a un giovane di belle speranze.
“Alfredo Panzini è un artista che pensa troppo, o meglio,
che lo lascia scorgere troppo. Ma, rassicuriamoci; in questo volume di
novelle che seguono il suo primo saggio narrativo, Il libro dei morti,
c’è già qualcosa che ci conforta intorno all’avvenire
dello scrittore. Le quattro novelle che formano il volume Gli ingenui,
sono lo svolgimento di uno stesso concetto, e sembrano scritte a posta,
quasi altrettanti capitoli di un libro. Ingenua veramente, tra le quattro
figure presentate, è soltanto quella povera donna che chiacchiera,
chiacchiera in uno scompartimento del treno Novi-Pavia; le altre sono
figure di persone, più che ingenue, squilibrate; ma non importa.
Siamo lontani assai dalle vaporosità, dalle indeterminatezze del
Libro dei morti. In quel primo saggio, notevolissimo senza dubbio, il
concetto sembrava stentasse a condensarsi nella forma; rimaneva indeciso,
tra qualcosa di fantastico e di reale che lasciava insoddisfatti. C’era,
è vero, una sfumatura d’umorismo e d’ironia che pervadeva
le pagine dalla prima all’ultima e dava loro una specie di grato
profumo poetico; ma l’opera d’arte rimaneva ibrida, lasciava
vedere apertamente la riflessione che avrebbe dovuto diventare forma viva,
e non si era risoluta, alla fine, non si era abbandonata intera alla immaginazione,
quasi diffidasse di lei o temesse di vedersi tradita e di esser quindi
fraintesa.
E fin la riflessione non si sentiva sicura di se stessa; era un misto
di pessimismo, di sentimentalismo, di codinismo, che evidentemente si
trovava a disagio tra le ristrette proporzioni di un’opera d’arte.
Tentava discutere per bocca di alcuni personaggi, per bocca del narratore,
per mezzo dell’azione fantastica che cominciava e chiudeva il libro,
ma aveva la coscienza di dover rimanere insufficiente.
[…] Certamente il contenuto di La cagna nera è assai più
elevato di quel che si trova in Da Novi a Pavia; ma in questo però
l’autore ha fatto il miracolo della creazione viva; e perciò
la povera vecchia che racconta a sbalzi i suoi viaggi nella Merica e le
sue speranze e le delusioni e le nuove illusioni, vale, come arte, infinitamente
in più del raccontatore dei casi della rognosa cagna nera, simbolo
del di lui destino. E per ciò la catastrofe del professore, che
in un momento di delirio butta in mare tra gli scogli questa sua fatale
compagna e assiste allo spettacolo dell’annegamento di essa ci lascia
freddi e delusi. Mentre la povera reduce della Merica, che ha fretta di
giungere a Mantova e crede di dovervi arrivare presto e apprende che dovrà
aspettare ancora molte ore nella stazione di Pavia, sicché non
potrà essere a casa sua per l’ora di pranzo; quella povera
chiacchierona, che ha fatto sapere a chi voleva, e a chi non voleva udirli,
tutti i fatti suoi e del suo Carletto, c’interessa e ci commuove
assai più e rimane nella nostra memoria indelebilmente. Niente
toglierà dallo sguardo dei lettori questa veramente ingenua creatura.
E il Panzini dovrà essere gratissimo a lei che gli ha fatto fare
il gran passo, il difficile salto con cui il pensatore si trasforma in
artista. Dopo questo salto c’è da augurarsi che egli non
torni indietro. Oramai egli è un altro uomo; ha dimenticato, ha
buttato via ogni artifizio. Rimanga artista, nient’altro che artista
sincero; voto schietto, augurio disinteressato di uno che ammira le squisite
e forti qualità del suo ingegno, e desidera vederle presto messe
in gran rilievo in un’opera d’arte più vasta e più
poderosa.”