Quando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto al cimitero
del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli occhi si ricolmano
di lagrime.
Ecco: era lassù! Da tutte le strade del piano, anche da lontano,
lo si distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina,
con i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia
al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra
portava una targa: perché la mia famiglia era nobile: io non sono
più niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza.
La targa portava sul quartiere un bel fiordaliso e il motto crescet in aevum.
Dietro v’era il roseto, ma grande, grande da farne un podere.
Viaggio di un povero letterato
Provi a viaggiare – mi disse il professor A*** direttore
del Manicomio di M***, il quale mi onora della sua benevolenza.
Ah, sì, signore, il viaggiare sento che mi farà più
bene che andare alla seconda cantoniera dello Stelvio, come mi fu suggerito
da altri.
*
“Pensa – dissi a me stesso – che le
strade sono tutte tue. E’ una grande proprietà! Esse si stendono
bianche, notte e giorno, e fasciano il mondo: non rimane che andare e
camminare. Va, dunque e cammina.” Ma per me ci vorrebbe un’automobile.
Essa va veloce e spezza il pensiero.
Ma io non ho automobile.
Il ritorno di Bertoldo
Il mio amore alla terra non ha origini sentimentali. Con
molta probabilità il sentimento è un gioco di luci e di
lontananze come te, o Luna, che i poeti hanno celebrato fulgente, felice
Selène “che rivolgi al mar le cavalle”, che “come
vela candida navighi il firmamento”, e sei un mondo di gelo!
L’amore alla terra non ha in me alcuna origine idilliaca, benché
non possa nascondere l’azione tardiva e a mia insaputa, degli idillii
di Teocrito.
La sentenza: O fortunatos nimiun, sua bona norint agricolas, “beati
i contadini se sapessero la loro beatitudine”, mi è sempre
sembrata di maniera, come se un epulone dicesse a chi mangia polenta:
“Beato chi mangia polenta, se sapesse come è buona la polenta”.
Sì, ma coi funghi e luganega.
Però i due versi di Virgilio mi sono rimasti attaccati molto stranamente.
Piccole Storie del Mondo Grande
Alla mia cara mamma Filomena Santini vedova Panzini
Queste novelle, mia cara mamma, siano dedicate a te, anche
perché un poco di merito ce l’hai tu.
Non che tu le abbia emendate o mi abbia incoraggiato a scrivere: anzi!
Ti ricordi? Le mattine d’estate, quando suonava la campanella, tu
piano piano uscivi dalla tua stanza – i cari bambini dormivano ancora
e sognavano la spiaggia del nostro bel mare – con lo scialle nero
in testa e il libro della messa: alzavi il saliscendi della porta della
mia stanza e mi trovavi già curvo su le carte e sui libri. Tu dicevi:
“Guarda che bel sole (e il sole, sorto da poco, filtrava dalle persiane
verdi), monta in bicicletta, va a fare una bella passeggiata, invece di
star lì a ammuffire tutto il santo giorno”, e te ne andavi
scuotendo il capo con mestizia e commiserazione.
Né devi ancora esserti dimenticata che qualche mio scritto fece
inavvertitamente, per opera tua, conoscenza con le fiamme del focolare.
Allora te ne rimproverai, ma oggi…! Oggi, chissà? Forse,
meglio: alle fiamme purificatrici i fantasmi della passione e del pensiero:
nel mondo e fra gli uomini le sane e forti opere. Certo tu non pensavi,
ma intuivi così, cara mamma!
Il padrone sono me
Mio padre era un buon uomo che si chiamava Mingòn.
Era il custode della villa, e era molto bravo per le patate.
Le patate più belle – diceva la padrona – mettile da
parte per me.
Che la dubiti mica, signora padrona.
*
Noi stavamo in una casetta vicina alla villa, ché
ci chiamavano con un fischio. Nella stalla si teneva una vacca mungana
per il latte della padrona.
Veniva ogni tanto anche lei nella stalla, su la punta degli stivaletti,
e conduceva anche i forestieri a vedere la sua vacca; ma non bisognava
chiamarla così. Lei diceva:
La mia mucchina. Mi raccomando lamia mucchina!
La concimaia, invece, non la voleva vedere.
La Lanterna di Diogene
L’undici di luglio, alle ore due del pomeriggio,
io varcavo finalmente, dall’alto della mia vecchia bicicletta, il
vecchio dazio milanese di Porta Romana.
La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori su l’Adriatico,
dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata supponiamo
che sia non lungi dall’antico pineto di Cervia e che, per l’aere
puro, abbia il nome di Bellaria.
Ora, quel giorno della partenza, il cielo era senza nubi, e per far piacere
alla città che mi ospita da tanti anni, dirò che era anche
azzurro: certo ne pioveva un’afa così ardente e greve, che
in ogni altra città d’Italia gli uomini si sarebbero addormentati;
e anche le motrici e le macchine si sarebbero fermate.
Vero è che a Milano non si sciopera per così poco.