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La vicenda dei neologismi a corso forzoso nell'Accademia d'Italia
* Sergio
Raffaelli
Mi propongo di allargare
la prospettiva storica di questo convegno, dedicato allo studio dei neologismi
novecenteschi e nato come omaggio ad Alfredo Panzini lessicografo, esaminando
i criteri seguiti dall'Accademia d'Italia, di cui Panzini fece parte,
nell'elaborazione e nella valutazione delle parole nuove e straniere.
Infatti l'Accademia - come già sappiamo dalle sue pubblicazioni
e come comincia a rivelare l'esplorazione sistematica del suo archivio
(2) - si è occupata intensamente della lingua italiana, soprattutto
preparando impegnative imprese editoriali e disciplinando il rinnovamento
del lessico, mediante l'approvazione di numerose parole e la loro immissione
nell'uso, in modo coercitivo (forzoso, per dire con un titolo di "Lingua
nostra" del 1945, sulla consuetudine fascista di prescrivere ai giornali
e implicitamente anche a tutti gli italiani la loro adozione). (3)
Il compito di curare la lingua italiana e in particolare di vigilare sulla
proprietà e purezza del suo patrimonio lessicale parve peculiare
dell'Accademia d'Italia a politici, intellettuali e cittadini comuni,
già nell'intervallo fra la sua istituzione (gennaio 1926) e l'inizio
dell'attività ordinaria (novembre 1929). (4) Qualche esempio di
conferma tra molti. Il 13 marzo 1926, nel corso del dibattito in Senato
per la conversione in legge del Decreto istitutivo dell'Accademia (7 gennaio
1926, n.87), il senatore napoletano Raffaele Garofalo intervenne brevemente,
auspicando che la nuova istituzione curasse la "preservazione e conservazione"
dell'italiano; al che Giovanni Gentile, relatore del disdegno di legge
in discussione, raccomandò polemicamente, assecondato da Pio Rajna,
di non darsi "tanta pena per la lingua" nella nuova Italia "che
ha coscienza di avere innanzi a sé l'avvenire", insomma di
"farla finita" con la norma; però concluse: "Con
che, s'intende, non voglio fare l'elogio dei neologismi e dei barbarismi.
E' questione di buon gusto, non di vocabolario". (5) Tra gli intellettuali,
secondo i quali in ambito normativo la nuova istituzione culturale avrebbe
dovuto supplire alla Crusca riformata (1923), basti ricordare il neo-accademico
Gioacchino Volpe, il quale auspicò pubblicamente che l'Accademia
compilasse "un dizionario del linguaggio vivo" che indicasse
"le parole straniere da respingere o da accettare o da adattare".
(6) Quanto infine ai cittadini qualunque, può essere segnalata
una lettera del bolognese Luigi Zecchi (23 settembre 1929), invitante
fra l'altro a "occuparsi della difesa della lingua contro i barbarismi
e gli errori che la deturpano". (7)
L'Accademia d'Italia si occupò della lingua italiana lungo tutto
il quindicennio della propria attività (1929-1943), impegnando
in misura diversa quasi tutte le eminenti personalità delle sue
quattro classi (delle Arti, delle Lettere, delle Scienze fisiche matematiche
e naturali, delle Scienze morali e storiche), ma specialmente la classe
di Lettere (suoi membri nel biennio iniziale: Carlo Formichi presidente,
F.T. Marinetti segretario, Antonio Beltramelli, Massimo Bontempelli, Salvatore
Di Giacomo, Arturo Farinelli, Angiolo Silvio Novaro, Ugo Ojetti, Alfredo
Panzini, Cesare Pascarella, Paolo Emilio Pavolini, Luigi Pirandello, Ettore
Romagnoli, Alfredo Trombetti, Giuseppe Tucci). Essa compilò vocabolari
dell'italiano comune e di quello settoriale, si occupò delle più
svariate questioni di lingua (dalla compilazione di grammatiche normative
e di dizionari bilingui alle proposte di riforma dell'alfabeto), ma soprattutto
dovette decidere sulla sorte, nel lavoro sia lessicografico sia di consulenza,
delle parole nuove e dei forestierismi.
I criteri che hanno regolato questa particolare attività per oltre
mezzo secolo sono rimasti alquanto vaghi, perché acquisiti per
faticosa deduzione da singole scelte lessicali. Essi però possono
assumere finalmente contorni precisi, alla luce dei documenti d'archivio:
accade infatti che alcuni di questi forniscano esplicite formulazioni
di principio e di metodo e che molti altri comunque suggeriscano, attraverso
le vicende talvolta contrastate delle singole parole, le precise ragioni
ideali del cambiamento. Nel presentare il frutto d'una ricerca in corso,
considero distintamente l'attività lessicografica, le consulenze
più o meno occasionali, le decisioni della Commissione per l'italianità
della lingua.
L'attività
lessicografica
La prima idea di disciplinare
l'uso del lessico tecnico e scientifico italiano mediante un aggiornato
dizionario a cura dell'Accademia fu della classe di Scienze fisiche, che
nella sua prima adunanza operativa (5 dicembre 1929) accolse la proposta,
avanzata da Gian Carlo Vallauri, di compilare un manuale di consultazione
che provvedesse innanzitutto a "definire con rigore le espressioni
in uso nella scienza, ad unificare la nomenclatura", ma anche a limitare
l'afflusso di nuovi forestierismi, introducendo "nomi italiani per
concetti e termini formulati da stranieri e non ancora accolti in modo
definitivo nella nostra lingua" (Annuario 1929-1930, p. 378). Poi
però non ne fece nulla.
Ugo Ojetti riprese quell'idea nella primavera del 1931, invitando la propria
classe di Lettere ad allestire un "Dizionario italiano di arti e
mestieri". Egli precisò, in una memoria presentata il successivo
14 novembre, che esso sarebbe consistito in una serie di volumetti d'uso
"sopra tutto pratico" e che perciò avrebbe contenuto
"solo nomi di quello che è meccanico in ogni arte", non
definizioni di concetti astratti e generali". Nella concezione alquanto
elementare del progetto egli si pose non il problema dei neologismi e
dei prestiti stranieri, ma all'opposto quello degli arcaismi: "Un
problema da risolvere è se in un paese come il nostro d'antica
civiltà non convenga dare, degli strumenti e arnesi, anche i nomi
caduti in desuetudine". (8) Nonostante il consenso di Mussolini,
che nel febbraio del 1932 aveva ordinato di cominciare dai termini marinareschi,
l'impresa, capeggiata da Ojetti (che s'era associato un Panzini consenziente
ma riluttante a sacrificare tempo ed energie), stentò ad avviarsi,
per mancanza d'una direzione stabile ed efficiente. L'esecuzione prese
slancio definitivo soltanto nell'aprile del 1933, quando la direzione
fu assunta da Giulio Bertoni, che si giovò della collaborazione
di Enrico Falqui, di Angelo Prati (in particolare per le etimologie) e
di specialisti. Infatti alla fine del 1937 uscì il Dizionario di
marina medievale e moderno, pregevole e ponderoso (1400 pagine). Trattandosi
d'una opera completa, che conteneva, come stabilì Bertoni nel piano
di lavoro steso nel marzo del 1933 (9), "tutte le voci tecniche"
passate e presenti, e che era perciò necessariamente anche aggiornata
anche quelle nuove e straniere ebbero libero ingresso. La documentazione
archivistica non fornisce indizi di travaglio metodologico, forse perché
Bertoni ne fu l'ispiratore sovrano. E se si esamina l'opera, ogni dubbio
sull'ammissione di voci e locuzioni diverse dall'italiano e di uso recente
appare dissolto, quasi immeschinito, dal respiro storico e geografico
conferito a quasi tutti i lemmi dalle datazioni, dai rinvii a fonti d'ogni
epoca d'ogni tipo, dalle precisazioni sull'area di provenienza e, spesso,
dall'etimologia.
Bertoni guidò da solo - giacché Panzini declinò l'invito
ad affiancarlo, nel novembre del 1935 - anche la maggiore impresa lessicografica
dell'Accademia d'Italia, il Vocabolario della lingua italiana. Questo
fu iniziato per ordine di Mussolini nella primavera del 1935 e dopo anni
di affannosa lavorazione giunse a sostanziale compimento nel 1941: il
primo volume (lettere A-C) uscì allora; i materiali degli altri
quattro restano inediti. (...)
Le consulenze
L'Accademia, e in
particolare la sua classe di Lettere, ebbe il compito di elaborare criteri
generali sul trattamento delle parole nuove e straniere affluenti nella
lingua italiana, e di fornire all'occorrenza risposte su particolari quesiti
lessicali. Essa vi si dedicò specialmente nei primi anni, cioè
fino verso il 1936, quando il Vocabolario della lingua italiana assorbì
quasi tutto il tempo disponibile. E specialmente nei primi tempi accadde
che le venissero attribuiti verdetti mai pronunciati: così per
esempio la stampa diffuse la notizia che la sostituzione di chauffeur
con autista era stata deliberata dall'Accademia d'Italia "dietro
proposta di S.E. Bontempelli" prima del 16 gennaio 1932. (14)
Alfredo Panzini, che soprattutto in quanto autore dell'aggiornato Dizionario
moderno godeva universalmente di autorità indiscussa in materia
di lingua o per lo meno di neologismi e forestierismi, assunse subito
e conservò per qualche anno in Accademia un ruolo preminente. (15)
E nessuno dei colleghi eccepì mai sulle sue riflessioni e sui suoi
pareri che, in sintonia con la condanna rivolta allora non tanto alle
parole nuove quanto a quelle straniere, erano moderatamente puristici,
cioè favorevoli sì al controllo politico del lessico, ma
esenti da quell'esagerato rigorismo nazionalistico che il regime fascista
cominciò a fomentare soprattutto attraverso la stampa dopo il 1930.
(16)
Panzini si assunse il compito di esaminare pubblicamente con ottica teorica
la questione dei forestierismi già nella prima adunanza ordinaria
della classe di Lettere (14 dicembre 1929), che ebbe all'ordine del giorno
un punto apposito. Secondo il succinto verbale, redatto da Marinetti,
Panzini inizia col chiedere "se convenga che l'Accademia regoli,
per concetti non dottrinari, ma conforme alla realtà pratica, l'uso
delle voci forastiere; se dare ad esse forma e cittadinanza italiana,
a quali e per quali norme". E risponde che "certe voci straniere
- specialmente quelle che hanno carattere universale - possono avere diritto
di cittadinanza", come sport, film, hotel; ma pone un limite: "accettandole
conviene determinare i particolari dell'uso", cioè decidere
per esempio se sport debba essere invariabile o meno. In chiusura esprime
sul ricorso ai forestierismi un divergente giudizio: da una parte nega
che "l'introduzione di necessarie voci straniere possa riuscir nociva
all'organismo del nostro linguaggio", ma dall'altro ritiene "non
solamente nocivo ma non conforme a dignità valersi di quelle parole
che hanno il corrispondente nella lingua italiana". Come si può
rilevare, l'accademico Panzini è fedele in questa prolusione, come
del resto già nel varo e negli aggiornamenti del Dizionario moderno,
ai principi di quel conciliante purismo di tradizione otto-novecentesca,
spruzzato appena degli umori politici prodotti dall'ideologia fascista.
E riceve l'unanime consenso dei colleghi. Infatti dopo lunga discussione
la classe (Formichi, Farinelli, Marinetti, Novaro, Panzini, Romagnoli)
formula un voto sostanzialmente moderato, che non smentirà mai,
per lo meno fino al 1941:
La Classe di Lettere,
considerando che la lingua italiana, come tutte le altre, è materia
in continua elaborazione e trasformazione, non ha eccessiva fiducia nell'efficacia
di tentativi per disciplinarla; tuttavia reputa opportuno combattere l'incosciente
servilismo che si compiace di parole straniere anche quando sono facilmente
e perfettamente sostituibili con chiari vocaboli italiani già in
uso. Quindi fa richiamo al sentimento di dignità italiana e all'opera
benefica e doverosa di chi esercita la professione dello scrivere. (17)
Panzini tornò
sull'argomento nell'adunanza di Lettere del 14 novembre 1931, con un intervento
che, essendo soprattutto l'atto riparatore d'una negligenza (cioè
la sua mancata relazione e valutazione d'una raccomandatissima "nota"
a stampa in difesa dell'italianità" della lingua), mal si
collegava alla discussione in corso su "Dizionario di arti e mestieri".
Infatti la lunga esposizione, ascoltata "con grande compiacimento"
dai colleghi e poi inviata al ministro dell'Educazione nazionale Balbino
Giuliano, (18) da una parte esponeva opportunamente norme utili ai futuri
compilatori dell'opera un po' dottrinale e un po' critico sulle parole
straniere:
La proposta del collega
Ojetti per un dizionario di arti e mestieri, è degna di molta considerazione:
Già sin dalle prime nostre sedute, io avevo messo innanzi qualcosa
che collimava col dizionario dell'Ojetti: cioè disciplinare per
quanto è possibile il corso delle parole neologiche e straniere
che entrano nel nostro linguaggio. Prego allontanare da me la denominazione
di purista. La mia proposta era del tutto pratica. Per conto mio sono
disposto ad accogliere il libero scambio delle parole anche se l'impostazione
è preoccupante, purché queste parole rispondano ad una necessità.
Il criterio di Orazio - Si Volet usus quem penes arbitrium est et jus
et norma loquendi - rimane sempre buona guida. Non saranno le cento o
le mille parole straniere, le povere untorelle che spianteranno la lingua
italiana. Il male sta in altre cause che è prudente non dire, anche
perché in queste altre cause che a me sembrano malattia deformante,
altri vede il processo formativo di una nuova lingua italiana. Vi sono
parole straniere insopprimibili anche perché di uso internazionale
e di preponderanza mondana.
Nella nota che il signor Francesco Sforza ha mandato al Capo del Governo
in difesa dell'italianità e che il signor Vice-Presidente mi ha
pregato di esaminare, si contengono notevoli ingenuità, come ad
esempio proporre gualdana per raid, ostello per hotel, associazione escursionista
italiana per touring, apice per record, flettore per chauffeur, còndita
per garage, coperchio per hangar, ludismo per sport. Non è il caso
di discutere. Nella praticità della vita non è l'ètimo
che conta, è il suono che dà alla parola precisione, proprietà,
che ne fa moneta spendibile.
Però conviene riconoscere che la detta nota è nel vero quando
grida: attenti a questa eccessiva soggezione verso altri linguaggi. Nella
dignità della parola è, più che non si pensi, la
dignità della nazione. Si tratta di vedere fino dove e come si
può dare cittadinanza italiana a quelle parole che non possono
essere espulse. Per esempio: taxi. Ojetti in un suo scritto propose di
scrivere tassì, due s e l'accento. E va bene! Sport, tram, stop,
auto, film ecc. possono essere accolte ed è inutile usare il corsivo
e l's per farne il plurale. Queste parolette brevi faranno per lo meno
da contrappeso a certi neologismi orrendamente lunghi ed aspri di nostra
speciale produzione.
E' notevole in questo
intervento, la parte dottrinale, perché anticipa sostanzialmente
(anche con intere frasi e con esempi) il discorso ufficiale che l'11 novembre
1934 Panzini pronunciò alla Farnesina nell'adunanza inaugurale
del nuovo anno accademico, e che apparve pochi giorni dopo nella "Nuova
Antologia". (19) Per brevità, richiamo soltanto qualcuno dei
principi che, essendo già noti ma riformulati in questa solenne
circostanza con studiata articolazione, rinsaldarono la propria autorevolezza,
diventando patrimonio condiviso e definitivo dell'intera Accademia. Sul
tema dei neologismi: "E' lecito e sarà sempre lecito introdurre
parole segnate dalla modernità"; ancora: "Sinceramente
io non ho alcuno spavento delle parole forestiere imposte dalla necessità;
(...) ho più spavento del continuo apparire di parole e modi che
saranno anche nostrani, ma creati ad arbitrio: parole oscillanti, imprecise,
astratte". E sui forestierismi: "Prego allontanare da me la
denominazione di purista"; "Per conto mio sono disposto ad accogliere
il libero scambio delle parole, (...) purché queste parole rispondano
a una necessità": insomma, si dichiara favorevole all'ammissione
dei neologismi indispensabili e all'accoglienza delle "parole straniere
insostituibili o intraducibili". Infine ribadisce di temere il potere
inquinante non tanto della "parola straniera tale qual è",
quanto delle parole "tradotte e sostituite ad altre nostrane".
Però assicura, con espressioni già note: "Non saranno
le cento o le mille parole straniere, le povere untorelle che spianteranno
la lingua italiana".
Della lettura pubblica di questo discorso esiste un interessante compendio,
intitolato La lingua italiana e palesemente destinato alle agenzie di
stampa. Esso infatti, mentre sfiora pochi punti dell'articolata esposizione
panziniana, ne riprende e arricchisce le sobrie allusioni politiche, ottenendo,
con calcolato scopo propagandistico, l'effetto di conferire alla dimensione
ideologica un invadente risalto. (20) Vi si legge fra l'altro:
l'oratore passa a
esaminare i problemi attuali della lingua, partendo dalla considerazione
che le Nazioni più potenti e più audaci nelle loro rivoluzioni
sono proprio quelle che più tendono verso l'imperialismo anche
del proprio linguaggio: aumentare il territorio della propria parlata
e diminuire, sia pure con larvata violenza, l'altrui. Il pericolo delle
regole normative e grammaticali è che possono, col progredire dei
tempi, divenire oltrepassate o "congelate": è necessario
perciò che la lingua si metta in condizione di accogliere le parole
segnate dalla modernità senza per questo deformare la delicata
linea e il genio connaturale della lingua stessa. Ma chi potrà
arrogarsi di dare il passaporto a questa o quella parola nuova? L'opinione
dei dotti, magari riuniti a congresso, avrà valore solo fino a
un certo punto quando non sia confermata dal consenso dell'uso popolare
(...).
Principi moderati
ispirarono sempre l'attività collettiva di consulenza che la classe
di Lettere fu chiamata a svolgere su parole nuove e per lo più
su sostituzioni di forestierismi. I quesiti, che arrivavano per via tanto
ufficiosa (tramite Mussolini, ministeri, enti, associazioni) quanto privata,
erano approvati, ma più spesso bocciati sbrigativamente nel corso
dell'adunanza. Al richiedente la segreteria dell'Accademia inviava (ma
non sempre) una comunicazione di solito burocratica, oppure una risposta
motivata, se questi era autorevole o raccomandato o insistente. Questa
corrispondenza è intuibilmente interessante, anche come documento
su neoformazioni effimere, sulla competenza linguistica e sul gusto dei
richiedenti. Ecco per esempio le proposte qualitativamente opposte di
due cittadini. L'ingegner M.E. Spirito, con lettere da Milano del 4 dicembre
1936 e del 4 febbraio 1937, sostiene l'uso, già corrente anche
nella stampa, di cinecamera, telecamera, nonché l'accoglienza di
fotocamera e di fotologia 'scienza della fotografia' ("due termini
di mia coniazione"). E Renato Senetiner del "Gènio Civile
Dragaggio Po" (lettere da Parma, tra maggio e giugno del 1937) vorrebbe
che si sostituisse sport con agovio, agovismo ("ago di agone + vis)
o con agolio, agolismo ("ago di agone + ol di olimpiade") oppure
con stavio, stavismo ("sta di stadio + vis"), considerata anche
la prolificità derivativa: agovicamente, agovicissimo, agovicità
e così via.
In casi particolari, come quello sopra trattato di Francesco Sforza, l'Accademia
si affidò naturalmente a Panzini. Così per esempio quando
Mussolini richiese un parere (giugno 1932) sulla sostituzione dell'aggettivo
camionabile (riferito alla Milano-Torino in costruzione) con camionale,
spettò a Panzini di valutare la proposta e di approvare z nome
dei colleghi camionale (che subito iniziò il proprio corso forzoso)
(22). Ed egli motivò l'assenso, in data 6 giugno 1932, con un'accurata
scheda su camion e derivati, nella quale si legge:
La sostituzione dell'aggettivo
camionale e camionabile, proposta dal Capo del Governo, mi pare felice
per due ragioni: prima, perché abbrevia, e abbrevia in modo elegante;
secondo, perché non distrugge la parte fonetica di camion. L'idea
di una cosa è legata più al suono del nome che non alla
sua etimologia. Potrà spiacere che camion non sia voce italiana,
ma credo che qualunque ingegnosa sostituzione non renderebbe la cosa.
Quello che importa è la chiarezza.
Panzini tuttavia in
Accademia cercò presto di sottrarsi a questa mansione straordinaria,
come del resto a tutte le altre. Però non smise mai, fino alla
scomparsa nel 1939, di dare occasionali segni di fedeltà al proprio
ruolo di massimo perito in materia linguistica, come testimoniano i verbali
delle riunioni accademiche: per esempio nell'adunanza generale del 13
marzo 1932 per il "Dizionario di arti e mestieri" raccomandò
a tutti gli accademici che avessero "parole nuove già formate
o parole in via di formazione, di darne comunicazione"; e in quella
del 27 aprile 1935 per il Vocabolario della lingua italiana mostrò
particolare attenzione verso il trattamento lessicografico delle parole
straniere ("Panzini ha udito nel corso della discussione di oggi
parlare di monotype, di flans, ecc. Domanda se questi termini tecnici
di stampo straniero debbano o non debbano essere accolti nel vocabolario").
Ben presto il compito di sbrigare per conto dell'intera classe di Lettere
le pratiche relative alle parole nuove e straniere, come del resto tante
altre incombenze accademiche gratuite, fu assunto spontaneamente da Giulio
Bertoni. (...)
Per approfondire online la storia dell'Accademia d'Italia:
www.lincei-celebrazioni.it/iacca_italia.html
2) Esso è conservato presso l'Accademia Nazionale dei Lincei e
di questo mio contributo costituisce la principale fonte, alla quale rinvio.
3) Si veda Emilio Peruzzi, Parole a corso forzoso, "Lingua nostra",
VI (1944-45), pp. 83-84; il titolo di questo articolo, e quindi forzoso
(elemento del sintagma d'uso finanziario a corso forzoso), potrebbero
essere redazionali, cioè di Bruno Migliorini, in quanto nel testo
l'aggettivo non ricorre (vi si accenna alla circolazione di parole nuove
"mediante comandi che un giurista chiamerebbe non a torto norme cogenti").
4) Erano anni singolarmente ricchi d'interventi anche ufficiali o comunque
autorevoli in difesa della lingua italiana; iniziative in campo legislativo:
r. decreto 11 febbraio 1923, n. 352, sulle insegne commerciali; r. decreto
10 maggio 1923, n. 1158, e legge 23 giugno 1927, n. 1188, sull'odonimia;
leggi e norme restrittive, a vantaggio dell'italiano, nei territori alloglotti,
dal gennaio 1923 in poi. Tra gli interventi autorevoli ebbe particolare
risonanza l'articolo di Tommaso Tittoni, La difesa della lingua italiana,
"Nuova Antologia", LXI (1926), 1306, pp. 377-387: Tittoni infatti
era allora presidente del Senato e sarebbe diventato il primo presidente
(dal 25 marzo 1929) dell'Accademia d'Italia.
5) Si veda Camera Senatori, XXVII legislatura, sessione 1924-1926, Discussioni,
Roma, Bardi, 1926, p. 5079.
6) Gioacchino Volpe, Vecchio nome e compiti nuovi, "Corriere della
Sera", 30 ottobre 1929.
7) Il testo autografo dello Zecchi risulta trasmesso all'Accademia dal
Ministero della Pubblica Istruzione, a cui era stato indirizzato.
8) Però il piano di Ugo Ojetti appare concreto nelle proposte operative:
in copia dattiloscritta, intitolata Memoria alla classe di Lettere della
Reale Accademia d'Italia sulla necessità di un Vocabolario moderno
d'arti e mestieri, si trova allegata al verbale della classe di Lettere
del 14 novembre 1931.
9) Esso è riportato nella Prefazione di Giulio Bertoni al Dizionario
di marina medievale e moderno, Roma, Reale Accademia d'Italia, 1937, pp.
XII-XIII.
14) Cfr. l'articolo redazionale Difendiamo la lingua italiana. Parliamo,
sì, dell' "autista", La Scena illustrata, XLVII (1932),
15-16, p.38. Alla luce dei documenti disponibili infatti l'informazione
può essere smentita; del resto la decisione accademica non sarebbe
stata unanime: per esempio Marinetti suggeriva volantista, a cui rimase
fedele per lo meno fino al 1940 (cfr. la sua prefazione ad Adelmo Cicogna,
Autarchia della lingua italiana, Roma, Edizione dell'Autore, 1940, p.7);
e non piacque mai a Panzini, come traspare anche dal suo articolo Lo stile
e la parola, "La lettura", XXXVIII (1938), 10, p. 888.
15) Come conferma segnalo un biglietto anonimo e dattiloscritto, recapitatogli
evidentemente all'indomani del lancio di autista (16 gennaio 1932): "Caro
Panzini, "autista"! Bella parola che han pescato fuori! Lasciamo
andare che la mettono in circolazione obbligatoria senza dirti chi l'ha
inventata e che diritto ne aveva; ma mi pare anche molto brutta. Somiglia
ad artista, e quando si dice "l'autista" somiglia anche a flautista
senza effe. Mah!... Non sarebbe un po' meglio (poco sì) dire AUTIERE,
come aviere? Forse sì. Devoti saluti da Un tizio.
16) Tipica espressione di questo orientamento estremistico è per
esempio il motto ispiratore d'una gara a premi per la migliore sostituzione
di 50 parole straniere, indetta nella primavera del 1932 tra i lettori
del quotidiano romano "La Tribuna": Nessuna parola straniera
è intraducibile (ma il prezzo di quest'assunto fu, per citare il
caso del forestierismo più bistrattato, che i concorrenti per tabarin
proponessero, oltre a tabarrino e simili, veglioncino, veglioncello e
perfino tavola-danza o puttanambolo: per quest'ultima proposta, di Giorgio
Rossi, si veda Il nostro concorso per l'epurazione della lingua, "La
Tribuna", 26 maggio 1932, dove però si legge puttanamobolo).
17) Il verbale riferisce che il presidente Formichi dà la parola
a Panzini "perché esponga il suo pensiero circa la questione
dei neologismi"; questi però considera soltanto le parole
straniere.
18) Il testo, allegato al verbale dell'adunanza in una copia dattiloscritta
e graficamente normalizzata dal segretario Alfredo Schiaffini, è
intitolato Degli accenti sui nomi geografici. Parole dell'Accademico Alfredo
Panzini nella seduta di classe del 14 novembre u.s. relative alla proposta
dell'accademico Ojetti di un dizionario di arti e mestieri. Il volumetto
di Francesco Sforza era stato inviato alla fine del 1930 a Mussolini,
il quale l'aveva trasmesso all'Accademia con richiesta di parere; questo
era stato sollecitato il 17 gennaio 1931 con lettera della Direzione Generale
delle Accademie e delle Biblioteche, a cui il successivo 29 gennaio la
cancelleria accademica aveva dato risposta rassicurante; però nell'adunanza
del 30 maggio 1931 Formichi lamentò, esibendo una lettera di sollecitazione
dello Sforza, che Panzini (assente) non avesse assolto all'incarico di
riferire il proprio parere. Ecco perché l'impaziente autore della
"nota" linguistica rimase sulle spine per quasi un anno.
19) Si veda Alfredo Panzini, Tradizione e rivoluzione nella lingua italiana,
in "Nuova Antologia", LXIX, 1934, 1504 (16 novembre), pp. 167-178.
Il testo, consegnato alla rivista prima della manifestazione, ebbe fino
all'ultimo le cure dell'autore, che vi introdusse numerosissimi ma non
sostanziali ritocchi, come testimoniano la prima e la seconda bozza di
stampa (datate rispettivamente "9 novembre" e "10 novembre"):
questi documenti sono conservati presso la Biblioteca Comunale di Santarcangelo
di Romagna, Fondo Antonio Baldini, raccoglitore VII. Sulla cerimonia dell11
novembre si veda Annuario 1934-1937, pp. 284-280. Sullo svolgimento dell'adunanza
generale solenne dell'11 novembre, alla presenza del principe Aimone d'Aosta,
cfr. Annuario 1934-1937, pp. 284-289.
20) Il testo dattiloscritto, d'una trentina di righe, presenta ritocchi
ortografici di mano sconosciuta e, per mano del cancelliere Arturo Marpicati,
un riferimento a Mussolini e altre brevi aggiunte di minor conto. Una
sintesi del discorso panzianiano apparve, sotto il titolo L'inaugurazione
dell'anno accademico alla R. Accademia d'Italia, negli Annali del Fascismo,
IV (1934), 11, pp. 56-57.
22) Del rapporto speciale tra Panzini lessicografo e accademico con Mussolini
ho riferito in un apposito contributo. Neologismi del Duce. Panzini, il
"Dizionario moderno" e Mussolini, per il libro Studi di storia
della lingua italiana offerti a Ghino Ghinassi, a cura di Paolo Bongrani,
Andrea Dardi, Massimo Fanfani, Riccardo Tesi, Firenze, Le Lettere, 2001,
pp. 413-433: da un fascicolo dell'Archivio della Reale Accademia d'Italia
risulta che Mussolini dal 1932 al 1934 gli trasmise, attraverso la cancelleria
accademica, elenchi di neologismi, che nel Dizionario moderno figurano
indicati da M. Sulla vicenda di camionabile e camionale si veda il libro
citato pp. 420-421.
* La relazione tenuta dal prof. Raffaelli alla giornata di studio promossa
dall'Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee
del Cnr, diretto dal filosofo Tullio Gregory, che si è svolta il
20 maggio 2005 presso l'Accademia Nazionale dei Lincei a Roma, in occasione
del centenario della prima edizione del Dizionario moderno, dal titolo
''Che fine fanno i neologismi?'. La relazione del prof. Raffaelli, che
qui si pubblica solo parzialmente, e gli atti della giornata, sono stati
pubblicati in:
Giovanni Adamo, Valeria Della Valle (a cura di), Che fine fanno i neologismi?
A cento anni dalla pubblicazione del "Dizionario moderno" di
Alfredo Panzini, Firenze, Olschki, 2006.
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