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Giovanni Boine

Giovanni Boine (1887-1917), altro scrittore nell’orbita de “La Voce”, nonostante la sua prematura scomparsa, che gli impedirà di assistere alla definitiva affermazione del nostro scrittore, scrive le recensioni di tre opere panziniane (Santippe, Il romanzo della guerra nell’anno 1914, Donne, Madonne e bimbi) che poi confluiranno in uno dei suoi libri più importanti: Plausi e botte. Boine dichiara di ammirare, e di sentire a lui affine, l’umanità di Panzini; infatti del Diario predilige, alle analisi e ai pensieri apocalittici sulla guerra, la “complessità sentimentale” delle meditazioni panziniane che, tra pagine di “bruta cronaca” e di ansietà nevrotica, regala frammenti di “dolente bellezza”, paradossalmente proprio nelle sezioni più semplici e meno ambiziosi dell’opera, per esempio nei frangenti in cui Panzini si lascia andare alla melanconia e alla disperazione più rassegnata, vittima dell’abominevole indifferenza, riscontrata in molti suoi connazionali, persino “in mezzo al disfacimento della morte”.
L’opera prediletta da Boine è, però, Santippe. Questo poiché il Socrate anziano è una creazione originale non un semplice calco della gloriosa tradizione classica, non è “il memorabile uomo alla buona” di Senofonte e neppure “il loico instancabile” immortalato da Platone, bensì un uomo che, sebbene sia nella sua interiorità “pieno di dei”, si trova alle prese con le difficoltà e le miserie della vita: l’incomunicabilità con i cittadini di Atene causata dalla loro asperità e miseria morale e la faticosa routine del menagè familiare. In pratica, sostiene Boine, Panzini trasforma Socrate quasi nel suo alter-ego all’epoca dell’Ellade classica.


“Non ho qui che due timbri, che due netti, tondi, bolli a secco, uno per il plauso e l’altro per il marchio. Qui si bolla o si applaude, si approva o si riprova quasi senza gradazioni, quasi senza sfumature perché ad essere sincero, dicono, io dentro son fatto, squadrato, così: un poco con l’ascia.
Però ad Alfredo Panzini l’affronto del plauso non lo farò. Dirò che è l’uomo al mondo con cui mi pare a tratti di trovarmi meglio. E, si; codesto è un mondo un po’ complicato; è un mondo bizzarro dove a trovare la strada, quella che è nostra, si stenta. I più si fabbricano una marotte [dal franc.: fissazione, mania ndr]. Molti si metton gli occhiali, quelli rosa che cercò Baudelaire al vetraio, la volta che coi suoi vetri in spalla lo fece salire al sesto piano (ma quelli rosa non li aveva). E molti se li metton d’altro colore sebbene pochi, se non pel sole, li scelgon neri che sarebbero i più giusti. Alfredo Panzini viceversa il mondo, senza occhiali, lo vede all’antica, come un secolare savio che ha accumulato pazienza ed amaro, all’uso dell’api che accampano miele. Già; ha messo insieme quel miele agro-dolce di pazienza e di amaro che nei barattoli dei soliti speziali è chiamato ironia.
[…] Per Alfredo Panzini, se mai ho da dirlo, parlerò di sapienza non d’ironia. […] Cosicché a dire di uno che è sapiente, s’intende che dev’essere bonariamente ironico, perché esser sapiente vuol dire conoscere il bene ed il male, saper bene il gusto di questa insalata di molto male e di poco, ansioso, bene (aspirazione ideale) che è il mondo; già, è sentire che in fondo l’insalata sarà insalata sempre. Gli è questo sempre, questo irrimediabile, che mette la piega del sottile sorriso intorno alle labbra del saggio. La quale piega passa dalle labbra al discorso e vi resta; riflesso dell’anima dolorosa, signorile rassegnazione all’irrimediabile. Vedi bene ch’essa è anche nel discorso di Socrate.
Ed è così che Alfredo Panzini ha preso a benvolere questo sileno antico. Dire che in codesta Santippe Socrate è quello della tradizione sarebbe dir poco e non preciso. Non è il Socrate, memorabile alla buona, di Senofonte; e non è il loico instancabile di Platone. È, diremo, un Socrate i fatti della cui vita si riducono sulla misura dell’umorismo rassegnato di Panzini. Vedete il Convito com’è riprodotto qui; così tutto il resto. E dietro questo sileno tutt’intento, per obbedire all’oracolo, a far buoni e belli i cittadini che incontra, dietro questo sileno alla buona che ride volentieri e che se l’apri dentro è pieno di dei, la saggia Santippe che lo stratta giù alle miserie dell’umana realtà, al tran-tran del menage. Già Socrate è Socrate e Santippe non ne capisce un’acca e gli grida irosa che è un rimbambito. Panzini sta tra l’uno e l’altra; vede che l’uno ha ragione, troppa ragione, e l’altra non ha torto; ma soffre ridendo di codesta triste insalata della vita.
Non c’è mica un salto tra questo nuovo “romanzo tra l’antico e il moderno” e l’altre cose del Panzini. Nella Lanterna di Diogene, l’autore leggeva già Il Fedone o dell’immortalità dell’anima.; e dell’anima e della morte aveva su per giù il senso che n’esce di qui. Qui muore in fin di volume, un grand’uomo; là muore, in fin di volume, un uomo comune, un professore di latino. Ma il senso, l’eco che ti lasciano dentro questi due funerali, quello milanese fra la neve fangosa, e quello greco un po’ più eroico dapprima, ma con questa Santippe che va in giro con i figlioli in braccio a chiedere aiuti (e non ne trova) in nome di quel pover’uomo di suo marito ch’è morto, è un solo senso di rassegnato sconforto, di “così dev’essere; andiamo dunque. Che malinconia bizzarra la vita!”.
Si, ragazzi miei lo stile è una magnifica cosa qui, ma lascio voi a dissertarvi su. Io vi mostro per conto mio, l’essenza, il fulcro dell’anima di questo Panzini che è l’uomo v’ho detto con cui mi trovo meglio nella letteratura recente italiana e foresta. Eccolo qui il fulcro: in Santippe è dove fa dire a Socrate che va a visitar Assiolo moribondo: “Beh, sappi che d’ora innanzi la mia anima desidera la morte” – E nella Lanterna di Diogene che è l’altro libro quasi perfetto dopo quest’ultimo che è perfettissimo, completamente mondo di scoria e padrone di sé ( si, si anche le novelle son belle; ma io preferisco le divagazioni in prima persona e l’immediato discorso) nella Lanterna di Diogene il fulcro è dove, un bel giorno correndo in bicicletta l’Appennino, salta in mente all’autore di buttarsi in una fontana per rinfrescarsi, fare un bagno. Fa il bagno, e l’acqua è fresca meravigliosamente, “ottima è l’acqua”. Ma eccoti mentre la gode, gli par di vedere fuori una figura bianca, una maga «una maliarda bianca e tenerina” che gli dice ”caro, metti giù anche la testa, caro ubbidisci: giù la testa” – “Lo diceva con tanta buona grazia che mi venne la voglia di farle piacere e scivolare giù anche la testa.” – “Ma si muore così” le risposi al fine.” “E dove vuoi sperare di fare una morte più divertente? Va là caro, non ti lasciar scappare questa bella occasione” pregava la maga tenerina. “Capisco, ma è che ho degli affari in corso: e così subito, lì per lì, non mi posso permettere il lusso di morire, sarà per un’altra volta» - Però vestendosi pensa fra sé: «ch’io non mi debba pentire un giorno di aver perso l’occasione di trapassare così dolcemente?» e questa è anche quella ch’io chiamavo la sapienza di Alfredo Panzini.

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