GLI SCRITTORI
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Eugenio Montale


Eugenio Montale nel 1927, quindi due anni dopo la prima edizione del suo capolavoro Ossi di seppia, scrive per L’Ambrosiano una recensione a I tre re e gelsomino buffone del re. Dall’appunto che Montale muove ai critici “imbalsamatori” si comprende che Panzini fosse a quel tempo un faro per i giovani autori, i quali erano consapevoli del posto che si era ormai conquistato nella storia delle nostre lettere; a conferma di ciò, Montale lo definisce un poeta che “dal Parnaso non ha a temere di essere precipitato”.
Montale cerca di dimostrare che Panzini non è affatto il semplice cantore nostalgico del passato,”della spinetta contro il sassofono”, ma un artista pienamente moderno, che ha ben inteso la scarsa proficuità delle “intenzioni in arte”, attribuendo alla musica e al ritmo una funzione di primo piano rispetto alle idee e al significato.

“Per quanto il Panzini di questi ultimi anni si possa mettere tra i nostri scrittori più fecondi, e non vi sia libro suo che non desti al suo apparire una serie interminabile di recensioni, commenti e mormorazioni da parte dei referendari più autorizzati dei nostri giornali – e non è detto che i commenti scritti abbiano sempre il tono delle buccinazioni che non si scrivono, anzi è detto quasi sempre il contrario – non si teme di esagerare molto dicendo che intorno all’arte di lui poco è stato scritto finora che abbia valore di diagnosi e che colpisca quel centro vivo che in un artista genuino qual è il Panzini non appare mai al tutto inoffuscato; poco che non ritragga della fretta e del fastidio che gli artisti «arrivati» destano sempre, ed è la loro condanna, nella folla dei loro famuli imitatori o corifei: «So chi tu sei» è il crucifige col quale il lettore che si usa chiamare provveduto intende disfarsi del proprio autore, e ripiegarsi della noia che la concessione della laurea di poesia gli è costata. Non è a dire quanto il Panzini, che ha certo numero, non vistoso, di «motivi conduttori», si presti a una imbalsamazione così fatta, con vantaggio suo, che dal Parnaso non ha a temere di essere precipitato, e del lettore, che si conferma nell’ammirazione delle proprie qualità critiche e interpretative. Si sa che sotto il nome del Panzini vanno intorno alcune diadi poco fortunate, alle quali sarebbe affidato il compito di rappresentare il cozzo dell’antico mondo culturale umanistico e umano col nuovo ordine novecentesco, meccanico sportivo e calcografico. Il dilemma, adunque, the doctor’s dilemma davvero, sarebbe rappresentato dall’antitesi del valzer Boston e della giava, della spinetta e del flauto da un lato, e dal chapeau chinois e il sassofono dall’altro, della calza di lana in opposizione alla calza di seta, della filologia avverso la reclame luminosa e la Vita di Rodolfo Valentino. E davvero, se le cose stessero a questo punto e se nel Panzini si dovesse vedere veramente una sorta di Pangloss alla rovescia di cotesta forza, le conclusioni sullo scrittore sarebbero piuttosto malinconiche. Ma poiché la realtà è un poco diversa, e nel Panzini che nel suo Dizionario moderno, uno dei suoi lavori più significativi, ha raccolto una selva di neologismi e di parole di conio quanto mai avventuroso, tutto si può vedere fuorché il semplice tipo del laudator temporis acti, agli imbalsamatori degli artisti converrà prender atto che la mummia continua a camminare e che le recenti notizie del «morto» ci parlano delle sue ottime condizioni di salute.
A chi voglia intendere qualcosa intorno al Panzini e all’ultima sua arte, che con la sua maniera più antica ha pur stretti rapporti, ancor oggi conviene rifarsi a quelle parole di Renato Serra nelle «Lettere», che presentava Panzini come l’uomo che s’era presa «la cura di scrivere alcune delle novelle che il Carducci s’era “dimenticato” di stendere». Queste parole del Serra (i giudizi del quale meritano ancora attenzione, per quanto le approssimazioni e le ingiustizie non manchino in quel suo volumetto), colpiscono molto bene il fondo dell’arte panziniana fino almeno alle Fiabe della virtù. Il Carducci è stato l’ultimo scrittore nostro nel quale la coscienza austera, ma un po’ ingenua, del vates si sia mantenuta integra sino alla fine della propria carriera poetica: in lui l’unità della vita e dell’opera fu perseguita fino agli ultimi anni in modo che ormai non sarebbe neppure più possibile immaginare. Si vedano le difficoltà veramente insuperabili alle quali sono andati incontro quei critici «energetici», «dinamici» o semplicemente «spiritualisti» che hanno voluto interpretare vita e opera del D’Annunzio sotto l’angolo visuale di un «totalismo» di questo tipo; e si consideri l’estrema facilità con la quale vita e opera, nel Carducci, si sono lasciate comprendere, e magari confondere insieme nei giudizi della critica ufficiale. Così che è possibile ancor oggi vedere uniti nella stessa parabola e partecipi delle stesse esigenze, il Foscolo e il Leopardi col Carducci, poeti che non andrebbero ricordati insieme a nessun patto, senza volersi straniare da qualsiasi intelligenza dello «stupido ottocento».
Nel Panzini, scrittore di ceppo carducciano, si può sorprendere meglio che in altri autori di formazione più moderna, la corrosione che lo spirito critico e lo scetticismo che ne consegue operano sulle forme di un primitivo equilibrio umanistico. In questo senso, e pur tenendo presenti le infinite differenze dei due temperamenti, lo svolgimento del Panzini si è delineato in un modo ben diverso da quello che è caratteristico di un altro scolaro del Carducci: il Pascoli, nel quale si osserva, dopo le prime sue prove a una vena in minore, una presa di coscienza sempre maggiore del proprio «messaggio» poetico. E non importa studiar qui se come, a quest’accrescimento dei propositi e delle intenzioni, abbia corrisposto davvero un autentico sviluppo di poesia liberata. Ma nel Panzini, come il Pascoli arrivato tardi alla notorietà e al successo, dopo una giovinezza di fedeltà ai suoi ideali di patetico umanismo in margine alla vita, è facile vedere che di messaggi e di profezie non si può parlar più, tosto che l’artista prenda coscienza maggiore delle proprie virtù e delle possibilità d’arte che il tempo nuovo che recava in se. Di qui, uno scetticismo sempre maggiore verso il mondo, pur sempre dolorosamente vivo in lui, che nutrì la sua infanzia, e un attaccamento sempre più forte ai frutti dell’arte considerati e magari idoleggiati in se, con un gusto che se è sempre stato pericoloso, lo è oggi più che mai. Perché è vero, purtroppo, che nell’arte null’altro va ricercato che non sia l’arte; ma è anche vero che all’artista può talora giovare l’ignoranza di questa verità.
Le trasformazioni avvenute in questi anni nell’arte di Alfredo Panzini, che si è arricchita di timbri, di fratture e di movimenti, ma ha perduto nella linea e nell’intima compattezza, sono perciò mutazioni di animo. Lo scrittore s’è preso al suo stesso gioco, e in verità nel suo disgusto per il novus ordo c’è troppo d’interessata e compiacente curiosità perché si possa mandargli buona la sua pretesa polemica. Perciò Panzini non solo rappresenta, ma, per nostra fortuna, consente; e non consente solo nell’atto della rappresentazione, com’è troppo ovvio; il suo interesse dura anche dopo, gli impegna l’animo, lo segna di pieghe nuove. E si può giurare che la sua parte di testimone del trapasso da un modo all’altro della vita borghese lo interessa ormai più della fede sicura ma un po’ ristretta di avvocato dell’ancien regime.
È necessario, tuttavia, ammessa la legittimità dello sviluppo dell’arte panziniana, quello che va press’a poco da Cerco moglie! ai Tre re e Gelsomino, riconoscere che il Panzini ha ritrovato raramente, nelle ultime avventure, la compatta felicità delle Fiabe della virtù e della Lanterna. Un sufficiente equilibrio tra il vecchio assestamento e la gracile nervosità delle nuove ricerche è ancora in alcune delle Damigelle e nella Pulcella; altrove, e più spesso, il desiderio della testimonianza, l’interesse polemico, e una certa blague, di ultimo arrivato della modernità, gli hanno presa la mano. La linea allora s’è spezzata, senza ragioni profonde, il vocabolario s’è fatto convenzionale a forza di agudesas, e una sorta di retorica professorale, per quanto alla rovescia, s’è fatta strada. Inutile ricordare questi libri di fianco, in nessuno dei quali, del resto, mancano pagine fortunate. Quanto alla storia di Gelsomino, poiché a quest’ultima conviene, per finire, chiedere la riprova delle nostre poche osservazioni, si direbbe che quello che v’è di più simpatico nel nuovo volume è il fatto, palese in ogni brano, che l’autore non ha avuto in mente un disegno preciso del libro. Lo dice anche la scheda editoriale: «L’autore dichiara di non saper neppur lui quello che ha voluto dire».
Buon segno, in fondo, per chi ha poco fiducia nell’effettualità delle «intenzioni» in arte: segno che lo scrittore s’è fatto guidare, più che altro, da un impulso prepotente di ritmi e di fantasie. Qualcuno ha ricordato a proposito di Gelsomino la Rivolte des anges del France; e affine è veramente il bisogno spirituale da cui queste opere han tratta origine. È il tentativo di una specie di Summa dell’esperienza non solo diretta e lirica dell’autore, ma altresì di quella intellettuale e riflessa. Un desiderio di complessità è alla radice di creazioni di questo tipo; il desiderio, fra l’altro, che al disfarsi del quieto e raccolto mondo primitivo non manchi certo barocco splendore intellettuale, certa diffusa acredine di tombe lontane che si rispondano. Coelum perit, certo: con autentici angeli decaduti nel romanzo franciano: con uno sguardo doloroso al mondo delle antiche canzoni di gesta nel libro di Gelsomino. Questa parte del racconto è venuta spesso felice al Panzini, che dev’essersi posto sotto la protezione del suo Boiardo; e non era facile aver la mano leggera in materia. L’altra che rappresenta il nuovo mondo degli sky-scrapers, posto a contrasto col primo, val meglio per qualche pagina che per l’insieme. Ed è possibile che, alla fin dei conti, tutto il libro appaia più come un’addizione di «pezzi», alcuni di primo ordine, che non una verità: le poste ci son tutte, ma il conto, si direbbe, torna male. È un po’, questo sospetto sul conto, quello stesso che assale il lettore della deliziosa Rivolte. Nel Gelsomino il disagio, bisogna pur dirlo, è accresciuto assai; e tuttavia chi ponga mente alla negra solennità di certi episodi e alla nuova musica, strascicante e quasi intasata, che governa qui la danza dei pastori; converrà che se quest’ultimo Panzini ci può far rimpiangere il primo in tutto ch’è quadratura e schiettezza di risultati, non è possibile non rendere omaggio all’accrescimento d’inquietudine interiore del quale siffatti motivi testimoniano.
Il nuovo equilibrio è raggiunto solo a momenti; è vero; ma non è scadimento dell’artista, bensì complessità maggiore di propositi; e poco importa che si tratti di propositi ancora oscuri allo scrittore stesso. Questo lodatore del passato risente del proprio tempo come e più di tanti giovani. Leggete, per esempio, la descrizione che comincia: «Una luce riposata e blanda scendeva dai lampadari sui candidissimi lini delle tavole, dove si ergevano piramidi di mele pallide come pelle di donna ardente, pere punteggiate come verdi serpi, pesche rotonde come natiche di putti quattrocenteschi, rosse come la voluttà. [...] E con arte grandissima, e alternati ai doni di Pomona, erano i trofei della grande arte culinaria: pignoccate, torroni, confetti, pan speziale, cioccolate che piangevano dai neri occhi lagrime di crema e di rosolio».
Frammenti di questo genere il libro ne conta moltissimi. Dov’è più, qui, il novelliere di stampo carducciano? E dove è più il vecchio umanista ornatamente didascalico, nell’autore che dichiara ignorare ormai, di se, mete e propositi? È soltanto nello scrupolo dell’artefice e nell’amore per le belle immagini dell’arte: scrupolo e amore che gli anni non hanno spento, ma piuttosto acuito. La differenza è che ormai lo scrittore cerca se stesso nella sua musica più che nelle sue idee. Suoni ritmi fantasie che escono dall’oscuro, lambiti ancora dall’ombra, e non chiedono se non ritornarvi. E …. il resto? Pace. The rest is silence.”
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