L’ultima personalità di rilevanza nazionale
a rievocare la figura di Alfredo Panzini è Enzo Biagi, che lo inserisce
nel suo Dizionario del Novecento, un repertorio che raccoglie
“gli uomini, le donne, i fatti, le parole che hanno segnato la nostra
vita e quella del mondo”. Per scrivere questo suo personalissimo
“Novecento”, il grande cronista-scrittore attinge dallo sterminato
archivio dei suoi ricordi e delle sue esperienze; di Panzini traccia,
con l’aiuto delle confessioni della moglie Clelia, un simpatico
quadro domestico.
Panzini si guadagna pure una citazione alla voce Sesso, che così
comincia: “Diceva Alfredo Panzini che il pudore delle donne lo hanno
inventato gli uomini”.
“Panzini, Alfredo - «Alfredo – mi raccontò
sua moglie – era un tipo un po’ strano, ma qui in Romagna
lo sono tutti. Per decorare il soffitto della camera da pranzo impose
ai pittori, al posto dei consueti pavoncelli e delle solite roselline,
una parola: stracci.
«”Che cosa vuol dire?” gli domandai meravigliata. “Vuol
dire che queste stanze sono state costruite con tanta fatica e con pochi
soldi, a forza di lezioni di grammatica ai ragazzini e di elzeviri pagati
male”»
Mi accompagnò nello studio del «professore», come lo
chiamavano i mezzadri. C’erano sulla scrivania i registri dei conti
colonici, con le nascite e il peso dei vitelli, la resa del grano e delle
verdure, le ricevute delle tasse pagate e qualche edizione dei classici
latini.
C’era anche la «napoletana», la macchinetta con la quale,
ogni mattina, alle 5, si faceva il caffè prima di mettersi a lavorare.
Spalancava le imposte e sentiva il respiro del mare e il profumo della
terra ancora umida di rugiada.
Gli piaceva vivere da questi parti: c’erano i suoi pochi amici,
sensali, pescatori, ortolani, andava volentieri in piazza a trattare la
compera di un paio di buoi o a vendere una nidiata di maiali. Veniva a
trovarlo in bicicletta Marino Moretti, il solo letterato con il quale
aveva confidenza.
A Milano e a Roma si sentiva in esilio, fuori dal suo mondo.
Indossò, forse con un certo orgoglio, la divisa di accademico d’Italia,
con le frange d’argento e la feluca, perché stava a indicare
delle poche vittorie della sua vita: lo avevano umiliato come insegnante,
bocciandolo ai concorsi, e qualche volta stroncato come scrittore.
Ha detto: «Ho mutato il dolore in quello che, qualcuno,
benevolo, chiama umorismo»”