E si scopre che il grande Edilio Rusconi si laureò alla
Cattolica con una tesi su Panzini
Lo scrittore che
poi si mise a vendere libri
Il Giornale, domenica
1 ottobre 2006
La gente, diceva
sempre, bisogna toccarla al cuore. Sopra questa apparente banalità
Edilio Rusconi costruì un impero editoriale: giornali, libri,
tv. «Quando penso a mio padre, mi rendo conto che ha avuto successo
perché sapeva sempre esattamente cosa voleva la gente e cosa
lui poteva darle. Poi veniva tutto il resto: la sensibilità,
la generosità, l’energia». E i suoi lettori direbbero
anche la qualità, la chiarezza, la precisione.
Il figlio Alberto, 62 anni, una passione per il golf, gli yacht d’epoca
e i posti caldi - «Seguo il sole e il mare, quando arriva il brutto
mi sposto da un’altra parte» - vive tra Svizzera, Francia
e Repubblica Dominicana. «Mi occupo di finanza e di immobili.
Un lavoro molto più difficile dell’editore, mi creda».
Probabilmente anche più redditizio, visto che dopo essersi immolato
per trent’anni nell’azienda di famiglia ha venduto tutto
ai francesi di Hachette.
«Ho iniziato a lavorare con mio padre quando avevo 19 anni e ho
smesso a 50: sempre fianco a fianco. Come è stato? Faticoso,
perché lui era pignolo, metodico e perfezionista. Leggeva tutto,
controllava, ricontrollava... Quelle didascalie chilometriche, precise
al particolare: una sua mania. Come le foto. O i titoli: li faceva rifare
magari dieci volte. Il titolo per lui non doveva essere improvvisato,
ma studiato a tavolino. Certo, poi magari ci poteva anche scappare il
colpo di genio....». Come la carriera di Edilio, precoce e vorace:
un cocktail perfetto tra pianificazione e improvvisazione.
Edilio Rusconi passò l’infanzia a Bruxelles, dove i suoi
erano emigrati, ma era nato a Milano, nel ’16: qui fa gli studi
classici, si laurea alla Cattolica (tesi su Alfredo Panzini, per dire
la raffinatezza), qui inizia a frequentare gli intellettuali («sceglieva
sempre le persone affini a lui»): Bo, Quasimodo, Montale, Sereni.
La guerra gli spezza le prime collaborazioni al Corriere e alla Stampa
- «finì nella Selva Nera, deportato dai tedeschi»
- ma nel ’45 è di nuovo in sella: capisce che il periodo
che sta iniziando è quello della ricostruzione, e lui si specializza
nel ramo «sogni», da regalare ai lettori. «La sua
capacità di infondere
speranza e ottimismo era incredibile. Un uomo dai grandi innamoramenti
e dalle grandi delusioni, ma che credeva nelle persone: sapeva sempre
cosa era meglio dire. Magari non ci credeva, ma lo diceva». Quando
si trovò di fronte ad Angelo Rizzoli, nella redazione di piazza
Erba in quel rasserenato ’45, lo sapeva bene cosa dire. Più
o meno fu: lei ha bisogno di uno che sappia vendere sogni, io di qualcuno
che me lo lasci fare. «Il giornalismo, come la letteratura, è
lo sfruttamento dei sentimenti» era il suo motto. Il vecchio Rizzoli,
il cumenda, gli commissionò la fondazione del settimanale Oggi
e gli promise, per spronarlo, un premio di mezza lira per ogni copia
venduta in più del concorrente Europeo, tanto non ce la farà
mai pensava. Edilio Rusconi, el biundin, accettò la sfida, tanto
ce la farò di sicuro pensava. «Mio padre aveva 29 anni
e non aveva mai fatto il direttore. Fu una sfida che finì per
trasformarsi in un grande affare, sia per lui che per Rizzoli».
Il settimanale nelle previsioni doveva vendere 50mila copie. In cinque
anni arrivò a un milione. Il più grande successo del giornalismo
italiano. Come avrebbe detto poi il cumenda: «El biundin m’ha
fregato». Il biundin aveva fiuto, cultura, coraggio. E l’intuizione
che gli italiani, appena nata Repubblica, fossero già nostalgici
di re, corone, principesse... Li accontentò raccontando loro
nozze da mille e una notte, svelando memoriali segreti, pubblicando
foto esclusive. Più tardi si vanterà di «aver fatto
sognare gli italiani e di aver fatto piangere le sartine». Inventò
un nuovo genere, il giornalismo popolare, e lo sfruttò fino in
fondo. Poi il grande salto: da giornalista a editore. È il ’57,
si mette in proprio e fonda un nuovo settimanale: Gente. Stile, grafica,
contenuti: la ricetta è la stessa di Oggi. E anche il successo.
El biundin aveva fregato il cumenda un’altra volta.
«Però mio padre a Oggi lasciò il cuore. Era come
un figlio che vedeva crescere giorno dopo giorno, il suo orgoglio. Aprì
una strada e allevò parecchi giovani spiegando loro il mestiere,
i trucchi, le regole. E poi gli dispiaceva perché con Gente si
allontanava dal ruolo di giornalista, al quale era attaccatissimo, per
diventare un editore». Meglio, un tycoon della comunicazione:
dopo Gente arriva Gioia, e poi Eva e poi settimanali economici, periodi
di viaggi, turismo, motori; nel ’68 nasce la Rusconi libri che
grazie al giovane intellettuale anticonformista Alfredo Cattabiani scompiglia
la cultura del pensiero unico con autori «maledetti» come
Tolkien, Eliade, Coomaraswamy, Guénon («a un certo punto
papà ritenne che non si potesse avere una casa editrice senza
un fiore all’occhiello, anche se economicamente perdente...»)
e nell’82 crea Italia 1, il network che poi venderà a Berlusconi.
«Il realtà mio padre, agli inizi, alla televisione non
credeva minimamente. Fui io ad accettare quella sfida, anzi quel gioco,
negli anni Settanta. A Firenze c’era Montagni, uno degli “inventori”
delle tv libere, che ci propose di acquistare le sue emittenti: come
don Chisciotte ci lanciammo nell’avventura. Ma erano i tempi che
si rompeva una parabola sui monti si andava a ripararla con il mulo...
era difficile credere a qualcosa del genere...».
No, Edilio Rusconi con le antenne e i segnali non ci prendeva. Era un
uomo legato all’inchiostro e alla carta. «Dormiva poco di
notte: leggeva, lavorava, e al mattino faceva trovare sulle scrivanie
dei giornalisti, me compreso, dei biglietti con le varie cose da fare:
“verificare questo”, “cambiare quest’altro”,
“ho letto il suo articolo: non è abbastanza commovente,
riscriverlo”... cose così». I biglietti scritti a
mano sui fogli da bozze... Edilio Rusconi era un tradizionalista (anche
in politica: «tutti lo definivano un uomo di destra ma mio padre
era cattolico e anticomunista. Solo che negli anni ’70 chi non
era di sinistra era automaticamente fascista: un marchio che sopportava
con dignità»), un galantuomo («Non criticava mai
nessuno, non giudicava»), superstizioso («Oddio, se poteva
evitare una riunione di venerdì 17 la evitava...»), abitudinario
(«Non usciva quasi mai a pranzo o a cena. Era casalingo con orari
da giornalista di una volta»). E soprattutto uno che aveva nel
sangue «la voglia di fare», da buon milanese. «Era
milanese puro, per lui questa città era tutto. A parte le rose
che coltivava sul terrazzo, l’unico divertimento era il lavoro.
Niente vacanze, viaggi solo per lavoro. Ha sempre vissuto qui, dopo
la guerra in piazza Gorini, poi alla Casa dei giornalisti, quindi in
piazza Repubblica e infine a Porta Venezia. L’ha girata tutta,
Milano». Passando da via Vitruvio, dove nacque la casa editrice,
e dopo da viale Sarca, il suo quartier generale, dove - narra la leggenda
- l’antivigilia di Natale, ogni anno, c’era la salita all’undicesimo
piano di tutti i redattori, caporedattori e direttori di testata per
il bacio della pantofola al Presidente. Che da biundin, alla fine, era
diventato cumenda.
Luigi Mascheroni