Affresco Dante

Dante nel VI centenario

INTRODUZIONE
Nel sesto centenario della morte di Dante, precisamente il 14 settembre 1921, Alfredo Panzini ha voluto ricordare il Sommo Poeta tramite una sua riflessione letteraria. In primo luogo Panzini associa il nome di Roma al nome di Dante. Come Roma antica diede agli uomini le leggi del vivere civile (leggi più o meno buone tra quelle finora scritte) e fu la città degli apostoli Pietro e Paolo, entrambi fondatori della religione di Cristo, così Dante, uomo e poeta, è stato l’unico mortale ad aver compiuto un viaggio nel regno dell’oltretomba. È stato un viaggio fantastico, unico, irripetibile, ricco di significato sul piano politico, religioso ed umano, tradotto in tante lingue nonché incomparabile per bellezza ed originalità. A parere di Panzini, per quanto riguarda le traduzioni in cui si legge l’opera principale di Dante, nelle stesse la Commedia dantesca, chiamata più tardi Divina Commedia, perde la musicalità delle parole, musicalità che solo l’italiano riesce a conservare. Certamente la giovinezza trascorsa a Firenze deve aver
influenzato in modo profondo la sua opera, ma nel contempo è evidente che il temperamento del poeta diviene più incline a ira e collera in seguito alle sofferenze provate nel periodo dell’esilio. In generale durante il suo viaggio ultraterreno Dante mostra una personalità
complessa, perché è capace di pregare e commuoversi dinanzi ad esempi di virtù, ma incapace di non infuriarsi dinanzi a traditori o ladri. Della vita del poeta sappiamo molto poco; le più importanti notizie biografiche inerenti a Dante si trovano nella sua Commedia. Senza dubbio sappiamo che egli fu uomo di carattere austero e di grande onore. Preferì vivere in esilio, nonostante il suo grande amore per Firenze da cui era stato cacciato, piuttosto che venire a patti con la sentenza pronunciata dai suoi nemici e dichiararsi colpevole. Morì a Ravenna a soli cinquantasei anni, il 14 settembre 1321. Quando i fiorentini lo reclamarono da morto e fu aperta la sua tomba, Dante non c’era più. Pare che i frati avessero trafugato il cadavere per nasconderlo altrove. Oggi a Ravenna in quello stesso luogo si trova una piccola cappella dedicata al poeta. Sappiamo che Dante è nato a Firenze, ma della sua casata e dei suoi antenati sappiamo poco. Anche dei genitori di Dante non abbiamo molte notizie: il poeta menziona brevemente la madre tramite Virgilio, che così si esprime: “Benedetta colei che in te si incise”. Un secolo prima che Dante nascesse, un suo antenato era morto combattendo valorosamente alle crociate e l’imperatore lo aveva nominato cavaliere. Dante era orgoglioso di questo antenato, anche se pensava che l’aristocrazia affondasse le sue radici non nel lusso o nello sperpero di ricchezza e vanità, ma in un’austera e dura semplicità. Similmente Panzini, durante la stesura di questa sua breve fatica letteraria, confessa il proprio orgoglio di essere italiano, perché l’Italia è patria non soltanto di Dante, ma anche di altri uomini ugualmente unici per le loro grandi capacità, che si sono mostrate in svariati campi.
Ai tempi di Dante la cultura era appannaggio soltanto della Chiesa e la lingua parlata era chiamata volgare. Ma egli seppe far uscire da questa lingua la più armoniosa lingua che sia mai stata scritta, consacrando così la lingua italiana. Egli fa parlare in questa lingua i personaggi che incontra durante il suo viaggio. La Divina Commedia, forse composta durante il soggiorno ravennate di Dante, è interpretata da Panzini sia come un’opera di contenuto religioso, sia come una fatica letteraria di suprema bellezza ed importanza, perché riflette la teologia medievale. In base a quest’ultima, Dio è al centro della vita dell’uomo e l’individuo,
aiutato dalla grazia divina, deve comportarsi rettamente per giungere a contemplare la luce divina dopo la morte. Quindi il significato del poema dantesco è teologico. Alfredo Panzini ricorda anche che Dante è studiato nelle scuole italiane e si chiede che cosa penserebbe l’Alighieri a vedere folle di allievi che si sforzano di ripetere e spiegare i suoi versi. Non si sa
quale potesse essere il peccato di Dante; si pensa che Dante fosse schiavo di tutti i peccati, perché la “selva oscura” è allegoria del peccato compiuto dall’uomo. Dante ha bisogno di due guide che lo aiutino nel suo viaggio: Virgilio, considerato dalla cultura medievale come un sapiente ed un mago, quindi immagine della ragione umana, e Beatrice, che rappresenta la teologia, cioè la ragione illuminata dalla fede. Infine Alfredo Panzini conclude la sua opera con una rassegna di aneddoti che mettono in luce l’ironia e la saggezza del poeta e con un elenco esplicativo delle altre sue opere, senza dimenticare alcuni rilevanti dettagli sull’Alighieri: “Irremovibile nella fede, patì miseria, esilio, persecuzioni, né mai tradì la riverenza alla Patria, la dignità dell’anima, la credenza nei suoi principi”.

Gabriele Dini

LA SUA SIGNIFICAZIONE
IL NOME DI DANTE

Il nome di Dante è un po’ come quello di Roma: è conosciuto in tutte
le parti del mondo.
Roma e Dante sono i due grandi nomi che hanno dato all’Italia, a
questa penisoletta così piccola, la maggior rinomanza. Roma antica
diede agli uomini le leggi del vivere civile più buone (o meno cattive)
che sinora siano state scritte; Roma fu, poi, la città dove gli apostoli
Pietro e Paolo fondarono la religione di Cristo: e Dante fu Colui che
compì il più gran viaggio che mai sia stato fatto da un uomo mortale,
perché andò all’Infermo al Purgatorio e al Paradiso, e ne diede la
relazione in versi di tale bellezza che non furono mai superati nella
nostra poesia; e questo viaggio è la Commedia, o Divina Commedia,
come fu chiamata più tardi.
E la ragione perché quei versi non furono mai superati in bellezza, è
perché, dopo Dante, non è venuto nessun altro che al pari di lui
sentisse, cioè soffrisse, con tanto sentimento. Sono versi semplici e
insieme magnifici: un canto naturale!
Ma questo viaggio per l’inferno, il purgatorio, il paradiso – voi dite
– è fantastico!
Nessuno ne dubita! Ma soltanto gli sciocchi ne possono sorridere,
mentre le persone capaci di pensare, ci trovano grandi significazioni.
Ma di questo si parlerà più avanti.
Roma e Dante, come si vede, sono stati bene internazionali, e molto
tempo prima che questa parola diventasse tanto di moda!
Vi sono stati cittadini di nazioni orgogliose, come l’Inghilterra e la
Germania, i quali hanno studiato l’italiano per poter capire Dante; vi
sono uomini superbi di altre nazioni, i quali per noi italiani hanno una
stima piuttosto limitata, ma quando nòminiamo Dante, devono
abbassare la testa!
Se poi si pensa che l’Italia è stata la madre non soltanto di Dante, ma
di altri uomini unici nel mondo, per lo splendore dell’ingegno e
insieme per una incompàrabile bontà, bisogna ammettere che la nostra
patria, pure essendo stata assai infelice nella sua storia politica, è stata
assai privilegiata nei suoi grandi figli.

Si deve poi tener conto di questo fatto molto importante, che Dante,
tradotto nelle lingue forestiere, perde molto della sua bellezza.
Perché? E’ una cosa di troppo lunga spiegazione. Diciamo così: è il
mistero della parola. Essa ha una virtù non soltanto per la cosa che
significa, ma anche per una sua musica, che mette come in rivoluzione
il cervello, in quanto vi fa nascere fantasmi più o meno magnifici
(qualche volta anche tremendi!) secondo la capacità del cervello di chi
legge.
La musica delle parole è un po’ come la musica delle note; ma non
tutti la possono gustare.
Come volete mai dire in tedesco, in inglese, in francese: “Amore e
cor gentile sono una cosa”? Bisogna dirla in italiano.
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Ci fu una volta un nobilissimo italiano, Giuseppe Mazzini, il quale
sentì la necessità di far capire al popolo dei nostri operai che cosa è
l’Italia.
Badiamo bene che si tratta di un ottanta anni fa, quando l’Italia era
sotto il dominio degli Austriaci, e Giuseppe Mazzini voleva che il
popolo italiano acquistasse una dignità civile, un senso dell’onore
nazionale! Ebbene che cosa fece? Parlò a loro di Dante! E ci fu un
superbo inglese, il quale, nei tempi in cui l’Italia era trattata come una
specie di cimitero, disse ben forte che un paese che aveva Dante, non
poteva morire, ma sarebbe risorto.
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Come si vede da queste poche parole, Dante fu un certo uomo che
movendosi giù per la storia, venne a riunire intorno a sé molta storia, e
acquistò un aspetto leggendario, quasi di gigantesca statura, e di
profeta d’Italia.
E le persone dotte fanno un gran ragionare se Dante si deve studiare
per quello che egli fu realmente, nella sua vita di uomo, – anche con le
sue debolezze, supponiamo anche con i suoi debiti, come un uomo
qualsiasi – oppure con tutta questa storia e queste sublimi
significazioni che si sono formate attorno a lui. Così, per fare un
paragone: c’è chi guarda il mare azzurro e prova una commozione
profonda; c’è chi lo guarda in modo diverso, e vi fa osservare che non
è nemmeno azzurro! “Cioè, è azzurro per effetto di una illusione degli
occhi, ma si tratta di acqua, con molteplici sali disciolti, fra cui in
copia il cloruro di sodio, e sostanze organiche; e la formula chimica
del mare è: H2O, NaCl.”. Ma il mare, signor fisico, è anche uno
smisurato talamo nuziale, dove si genera tanta vita! E questa cosa la
capirono gli antichi, quando immaginarono che Venere, la dea
dell’amore e della vita, nascesse dalle spume del mare!
E nel caso di Dante si può dire così: “Sì, signori dotti, Dante è un
uomo come un altro, è un poeta che ha scritto bellissimi versi; ma
Dante rappresenta anche lo sforzo eroico ed incessante verso una
purificazione sublime. E se noi del secolo ventesimo non la possiamo
sentire ne comprendere la storia tragica di quella purificazione, che
colpa ne ha Dante? “

 CARATTERE DI DANTE E LA SUA TOMBA IN RAVENNA

Ma c’è una cosa molto curiosa e strana! Della stessa vita di Dante, come uomo, noi sappiamo pochissimo, e per quanto in questi ultimi tempi gli studiosi si siano messi a cercare fra le carte più polverose per scoprire di più, ne sappiamo sempre molto poco.
Possiamo ben dire che le notizie più interessanti della sua vita sono sempre quelle che a lui è piaciuto di lasciarci nella sua Divina Commedia.
Questa oscurità intorno alla vita di Dante non è cosa solo di lui, ma di altri uomini eccezionali, come Cristo, Omero, Shakespeare, quasi allo scopo (bellissimo del resto), di deludere un po’ la curiosità degli uomini, e far capire che dei grandi intelletti quello che più ha valore sono le immortali opere, e non la fuggevole vita.

Tuttavia quel poco che si sa di lui è bastevole per darci l’idea di un uomo straordinari anche nella vita comune, in questo senso che egli fu eroe non soltanto negli scritti e nelle parole, ma pur nelle azioni, a costo anche di molte sofferenze; e fu uomo di austero carattere e di alto onore.
Certo egli non dovette essere troppo gentile benché avesse una gran gentilezza di sentimenti; anzi altero, sgarbato, duro, come sono le linee del suo volto.
Presuntuoso e schifo e isdegnoso, e mal grazioso”, lo chiama un suo contemporaneo, – che era suo avversario politico, – e che “mal sapeva conversare con le persone non istruite”. Insomma non fu come sono tanti, che negli affari del mondo vengono ad accomodamenti e si adattano.
Egli non si adattò mai, e preferì vivere in esilio, povero e ramingo, piuttosto che compiere un’azione che alla sua coscienza sembrasse vile.
E la più bella prova è questa, che egli, che tanto amava la sua Firenze e ne era stato cacciato in forza di una sentenza (1302 ) altrettanto iniqua quanto terribile, (perché gli erano stati confiscati i beni ed era stato condannato ad essere bruciato vivo se fosse venuto in podestà del Comune), rifiutò, dopo quindici anni di esiglio, di essere amnistiato, perché lo si obbligava a fare atti di umiliazione e dichiararsi colpevole, mentre colpevoli erano i suoi concittadini, i suoi giudici. E così seguitò ancora a vivere in esiglio!
Non è questa la via – egli scrisse – di tornare in patria!
E così egli morì in esiglio nella non vecchia età di cinquantasei anni, il dì di Santa Croce, cioè il 14 settembre dell’anno 1321, nella città di Ravenna, che allora era, dopo Roma, la più bella d’Italia.
Non si pretende con questo che tutti gli uomini debbano essere come Dante, perché in tal caso non sarebbe più il nostro mondo; ma insomma è un grande esemplare, un po’ come Cristo, (considerato come uomo) che prese lui la croce e la portò per tutti gli uomini cattivi.
Il Principe poi della città di Ravenna, riconoscendo Dante per uomo che faceva onore agli uomini, gli diede onorata sepoltura, e in abito di poeta lo fece deporre in una gran tomba di marmo davanti alla porta del convento dei frati di quel San Francesco per cui Dante aveva avuto tanta venerazione. Questa gran tomba rimase lì per molto tempo, anzi i fiorentini che non avevano voluto Dante da vivo, lo reclamarono da morto, ma quando fu aperta la tomba, non c’era più. Pare che i frati, di nascosto, trafugassero il cadavere e lo nascondessero altrove.
In questi ultimi tempi (1865), dentro un vecchio muro si sono trovati i resti mortali di un uomo, che si assicura essere Dante, e sarà benissimo: ma è curiosa cosa come un’aria di mistero così circondi la sua morte, come circondò la sua vita.
Oggi poi in Ravenna, in quel luogo ove era la tomba, si trova una specie di cappelletta come
quella pei santi.
La gente del luogo vi passa indifferente, ma qualcuno, specie i forestieri, si ferma e vede dentro una lampadina con un lumino acceso notte e dì, come pei santi.
E’ una specie di religione di alcuni italiani, giacchè il nome di Dante vuol dire come Italia. Ma bisogna intenderci, e ne diremo qualcosa più avanti.
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Quasi interessante come quel tempietto, sono in Ravenna certe strade vecchie e sudicie, e anche malfamate, che portano vecchi nomi che ricordano Dante, i figliuoli di Dante e i Signori di Ravenna al tempo di Dante. E in mezzo a quelle miserie di case e di gente, vi sono templi bizantini di una bellezza unica al mondo, con visioni di azzurro e oro nei mosaici: Cristo, pecore pascenti, Santi, Sante e simboli meravigliosi: tutte cose che Dante vide!
E attorno a Ravenna vi sono gli avanzi massacrati di quello che un tempo era un pineto grandissimo, lungo l’azzurro mare, così bello quel pineto che Dante lo chiamò: “la divina foresta spessa e viva”.

Dante si aggirò per quella selva, chi sa quali cose pensando!
Perché durante il suo esiglio per tutte le parti d’Italia, fu certo in Ravenna dove trovò maggior pace, tanto che quivi fece venire i figliuoli e le figliuole, una delle quali si fece monaca, e morì poi in Ravenna.
Ora appunto, perché col 14 di settembre, 1921, sono compiuti sei secoli da che Dante morì, si celebra il sesto centenario. Una cerimonia, se volete, ma che ha pure un suo grande significato, specie in questi tempi, perché vuol dire che l’Italia non vuole, non vuole morire! E onorando questo gran morto, l’Italia onora la Sua vita.

LA MADRE DI DANTE E CIO’ CHE GLI INSEGNO’

Per quanto noi sappiamo così poco intorno a Dante, è certo che egli nacque a Firenze, ma della sua casata, dei suoi antenati, veramente, si desidererebbe di sapere di più, perché ci nasce il sospetto, che, se si potessero seguire le radici sotterranee della razza di Dante, si andrebbe a finire molto lontano!
Un suo antenato, un secolo e più prima che Dante nascesse, era morto combattendo nelle crociate come un santo guerriero, e l’imperatore l’aveva armato cavaliere.
A questa gloria militare e religiosa della sua famiglia, Dante ci tiene moltissimo. E quando si pensi che la città di Dante, Firenze, era una città che oggi si direbbe democratica, questo vanto ha quasi un carattere di sfida!
Però Dante fa un’osservazione che vale per tutti i tempi, cioè dice: questa aristocrazia vale in quanto essa conserva la sua forza e la sua dignità; se no, è vana pompa! La nobiltà è un gran manto che il tempo taglia con le sue forbici misteriose.
E allora? Allora succedono anche le rivoluzioni.
E contrariamente a quello che un giovanetto può supporre, questa aristocrazia ha le sue basi non nelle magnificenze esteriori, (lusso, sperpero di ricchezza, vanità), ma proprio nel contrario: cioè in una austera e dura semplicità.
Almeno Dante ricorda che così, semplice e austera, fu l’aristocrazia dei tempi del suo antenato; e accusa di lusso, di scostumatezza, di bramosia di arrivare e di arricchire la democrazia del suo tempo.
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Anche dei suoi genitori sappiamo pochissimo, fuorché della madre che si chiamò: “Madonna Bella”!
Una leggenda racconta che, nel tempo che questa gentile donna era incinta di Dante, dormendo, una notte, vide in sogno se stessa vicina ad una chiara fontana, presso un altissimo alloro; e lì generò quel suo figliuolo, il quale rapidamente crescendo, si cibava delle bacche di quell’alloro e beveva di quell’onda pura, sì che divenne un grande pastore!
Gli studiosi hanno cercato per saperne di più, e non hanno trovato niente, niente altro che “Madonna Bella”.
Ma non è molto quello che sappiamo? Perché noi sappiamo che Dante dice (cioè fa dire dal suo maestro, Virgilio, che è quello che lo guida per il gran viaggio nel paese dei morti): benedetta colei che in te si incinse!
Non lo poteva dire lui in quanto sarebbe stata manifestazione troppo evidente di orgoglio, ma, insomma, è lo stesso: benedetta tua madre, perché ti ha generato così nobile di sentimenti.
Per essere precisi, osserviamo che Dante si fa chiamare da Virgilio, anima sdegnosa. Ora, fra lo sdegno che è una grande e rara virtù, e l’orgoglio che è un difetto, la strada è impercettibile e sdrucciolevole.
E Dante lo sa tanto bene che non tralascia occasione di farsi rimproverare di questa superbia della sua mente, anzi fa atti continui di contrizione, di umiliazione, e si inginocchia e prega (allora si usava molto pregare Dio) e si fa incoronare con un umile giunco – simbolo dell’umiltà – e si confessa; ma con tutto questo la sua natura prende, spesso, il sopravvento.
E perché non dirlo? Dante sembrerebbe anche vendicativo: tutte le volte che in quel suo viaggio, nel paese dei morti, incontra qualcuno che fu traditore, o ladro, o micidiale, egli non ha pietà, e proprio diventa feroce anche lui. E a quel povero dannato di Filippo Argenti, che gli dice: vedi che io son un che piango, risponde: rimani col tuo lutto e col tuo pianto! E imagina che Virgilio ributti colui come cosa sozza, dicendo: via costà con gli altri cani; e a quel disgraziato di Vanni Fucci, soffocato dalle biscie, Dante dice che da allora in poi le serpi gli furono amiche; e a quell’infelice di Alberigo, che voleva almeno piangere e sfogarsi col pianto, ma non poteva perché le lagrime si gelavano e formavano come una crosta, Dante promette bensì di levargli quella crosta di ghiaccio, ma poi non mantiene la promessa.
Aprimi gli occhi, supplicò l’infelice,
Ed io non glieli apersi!
E aggiunge: e cortesia fu a lui esser villano. Ciò che vuol dire che coi traditori, la sola cavalleria è la villania e il tradimento.
Insomma si può dire che se i suoi concittadini lo condannarono ad esser bruciato vivo, egli bene si vendicò e li cacciò nelle sue fiamme cantanti, nei suoi abissi di gelo, con una condanna veramente immortale; e non i suoi concittadini soltanto!
Oh, dovette essere un terribile uomo, Dante! L’esiglio, i dolori sofferti lo devono avere inasprito, ma certo il fondo della sua natura era ben terribile!
Ma meglio forse sarebbe dire che vi erano come due anime in lui, come di lui sono i due ritratti famosi: quello di Dante giovine con la rosa in mano, e un’aura di sogno e di amore; ed è il ritratto di Giotto; e quello di Dante esule, dalle linee del volto dure e tremende, ed è il ritratto che Raffaello divinò.

                                                      IL MIO BEL SAN GIOVANNI

Sappiamo per certo che egli fu battezzato nel battistero di San Giovanni. E quando uno va a Firenze e vede in piazza del duomo quel tempio (di sei lati come una celluzza di ape) a torno a cui girano i tram rossi, prova una gran commozione; e se passa le mirabili porte di bronzo ed entra dentro, gli pare, per arte di magia, di essere trasportato nei secoli addietro.

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Tutti questi cupi edifici fiorentini di dura pietra, con le torri e con i merli, che oggi lo straniero ammira in Firenze, sorgevano allora al tempo della giovinezza di Dante, per opera di un popolo giovine, ardente di vita politica, pieno di gagliardia, tutto dato alle industrie e ai commerci, commerci per i più lontani paesi d’Italia e di Europa. Dante si disgustò implacabilmente con quel suo popolo, ma conviene anche dire che quella giovinezza di popolo si trasfuse in lui, e che tutta la sua opera spira il profumo e la forza della primavera.

                                                             BEATA BEATRICE

Se poi uno si allontana un po’ dalla città, e va lungo l’Arno e si dilunga, e vede quei colli così armoniosi, con quei nomi così belli, così direi, romantici, come di un nostro romanticismo, e quel fiume cilestrino, allora gli si presenta un’altra visione!
Una fanciulla appare. Essa è di così incomparabile grazia che a Dante sembrò opera di Dio, e la imagine di lei gli entrò nel cuore così profondamente che non si scancellò mai più, e la chiamò Beatrice.
Quale nome, Beatrice! Che è beata, e dà beatitudine!
Essa – come egli racconta – volse gli occhi verso di lui, giovanetto – che era l’ora del tramonto del dì – e lo salutò molto virtuosamente, tanto che gli parve di vedere tutti i termini della beatitudine, e come inebriato si partì dalle genti, e ricorse in luogo solingo a pensare di quella cortesissima creatura.
Poi la fanciulla morì, e allora a Dante parve più bella, e si propose di dire di lei quello che mai non fu detto di alcuna altra donna.
Ma da principio gli parve cosa impossibile che Beatrice potesse morire.
Morrà dunque Beatrice? stupefatto egli domanda, perché tutti noi dobbiamo, a suo tempo, morire! Morrà dunque Beatrice?
Ma poi che fu morta, la vede portata in cielo dagli angioli, e quando fu in cielo, la vide sedere gloriosamente accanto alla Vergine Maria.
Così egli fece immortale la giovanetta tanto amata.
Da allora come una pallidezza mortale si dipinse sul volto di lui e spesso chiamò la morte così: Dolcissima morte, vieni a me. Tu devi essere gentile, perché sei stata in Beatrice.
Ben strana invocazione!
Ma forse ciò avvenne perché nella mente di lui il regno della morte si trasfigurò come il regno di una vita immortale e beata.
E allora compose per questa giovanetta morta il più fantastico libro d’amore che mai sia stato scritto a memoria d’uomo, cioè immaginò che Dio aveva mandato in terra Beatrice per indicargli la via del cielo – come si invia un angiolo –; e poi fece anche di più: nella “Divina Commedia” fece Beatrice con gli occhi splendenti di una luce così grande, che solo la sapienza divina poteva farli così.

                                                   LA SAPIENZA DI BEATRICE

Ma sarebbe un errore imaginare Beatrice come una delle donne istruite dei nostri tempi!
Si intende per sapienza non quella che si impara sui libri, ma un’altra sapienza alla maniera di una volta, che si può acquistare anche senza andare a scuola e magari anche senza aver fatto nemmeno la prima elementare, cioè fede, speranza e carità.
Gli apostoli di Gesù Cristo, per esempio, non avevano percorso nessun studio, ma possedevano quegli alti diplomi!
Questa Beatrice, così santa, non è però meno bella, anzi direi che Dante, per far capire i gradi della santità di lei, si vale della bellezza.
Questa Beatrice è colei che guida Dante in cielo, e arriva sino a presentare a Dio il suo amico, l’amico della giovinezza, chè è una cosa ben ardita: farsi introdurre nella casa di Dio da una bella donna!
Ma sono cose che bisogna capirle, ed è perciò che Dante dice, nel principio del Paradiso, così, superbamente: “O voi che avete piccola intelligenza, smettete di leggere il mio libro, tornàtevene a casa! non andate avanti, chè non capireste niente!”.
Oh, era ben aristocratico questo Dante!
Sì, ma per quelli che non capiscono niente, egli non intendeva mica il popolo rozzo soltanto, (come quell’asinaio che gli storpiava i versi), ma anche quei dotti che se anche avevano molti volumi nella testa, non avevano nel cuore, o nello spirito, o nell’anima, quelle tre sante virtù: fede, speranza e carità. Insomma, è tutta una maniera di pensare che non è più dei nostri tempi. E’ una maniera di pensare conforme un libretto famoso in tutto il mondo, che porta il titolo di Imitazione di Cristo, che fu scritto nel tempo di Dante, ma di cui non si conosce il nome dell’autore se non, forse, che fu un italiano. In esso è detto così: Se tu avessi a mente le parole di tutta la Bibbia, e le sentenze di tutti i filosofi, che ti gioverebbe tutto questo senza la carità e la grazia di Dio?
Ma se Beatrice, invece di morire nel fiore della sua giovinezza, fosse campata molti anni, sino a diventar vecchia, sarebbe lo stesso diventata l’angelo, venuto di cielo in terra a miracol mostrare?
Non ne sappiamo niente.
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Arrivati a questo punto anche un ragazzo, un po’ intelligente, può fare alcune osservazioni: cioè può dire: “ma questo di una fanciulla, mandata da Dio, dal cielo in terra, a miracol mostrare, è un sogno esso pure, una fantasia di poeti…”.
Sì, anzi siamo d’accordo che bisogna stare in guardia contro i sogni dei poeti.
Ma prima di tutto osserviamo che Dante era fatto così: aveva una facoltà di sogno quale nessun poeta italiano ebbe mai in Italia. E in secondo luogo osserviamo un’altra cosa molto difficile, ma la diremo lo stesso.
I filosofi del nostro tempo hanno il sospetto che tutte le cose che sono fuori di noi, siano un effetto di noi stessi: una creazione, una proiezione, – come essi dicono – del nostro spirito.
Ebbene, gli antichi, benché religiosi e diversi da noi, dicevano qualcosa di simile, cioè dicevano che, come dal grado maggiore o minore di perfezione dei nostri sensi, dipende la conoscenza più o meno chiara delle cose, così dalla purezza maggiore o minore della coscienza, dipende il nostro modo di giudicare.
Dante vedendo Beatrice dal volto impalpabile, come la corolla di un fiore, non poteva certo formàrsene l’idea stessa che se ne sarebbe formata un ciompo, cioè un operaio che cardava la lana (che era una delle principali industrie di Firenze).

claudioDante nel VI centenario