| GLI
SCRITTORI |
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Corrado Alvaro Corrado Alvaro (1895-1956) in un interessante articolo del ‘27 dal titolo “Lo spirito letterario dell’Italia contemporanea” sulla delicata e annosa questione della scarsa modernità della lingua italiana, chiama in causa, come esempio della falsità di questa tesi, pure Panzini. Contro la tesi del poeta classicista Ardengo Soffici, il quale sosteneva che la nostra lingua dove rimanere “intraducibile e antica”, Alvaro imputa la sua apparente staticità al torpore degli scrittori, che non hanno avuto la vitalità e il coraggio di rinnovarla. Dopo il periodo romantico, che in Italia durò poco e produsse di realmente grande solo il Manzoni, Alvaro pensa che i primi segnali di risveglio dalla “contemplazione retroattiva” della letteratura italiana, siano apparsi dopo la guerra, grazie a Pirandello, Bontempelli, e, appunto, Panzini. Alvaro gli attribuisce il merito di aver saputo modulare la lezione carducciana con accenti e toni inconfondibilmente suoi. “È stato diffuso il pregiudizio, e non soltanto all’estero ma in Italia, che la lingua italiana manchi di modernità e di ogni facoltà a diventare una lingua moderna, mossa, sciolta, e nello stesso tempo precisa. Su questo postulato che vale a spiegare molte peripezie della nostra letteratura, si sono svolte continue azioni e reazioni. Oggi, alcuni conservatori e classicisti come Ardengo Soffici, sostengono che la lingua italiana deve rimanere quella che fu: intraducibile, antica e magari noiosa in letteratura. Si, la lingua italiana possiamo immaginarla al punto in cui Diderot e Voltaire trovarono la lingua francese; ma tutti sanno come queste lingue nobili, appena siano manipolate con lievi contaminazioni e capricci stilistici, o adoperate a significar nuovi mondi, diventano magnifici e più vigorosi mezzi di espressione. Tutte le volte che la lingua italiana dovette esprimere fatti e pensieri, essere uno strumento sociale, conobbe la vita piena e si arricchì. Tutti conoscono la vaghezza delle lingue antiche portate a impieghi imprevisti, e la dinamica del sermone aulico condotto a parlata e pratica. Se guardiamo bene, i trattatisti come Machiavelli e Galileo o Campanella, contengono germi assai più vitali di quelli contenuti nei prosatori puri. È per questo che la letteratura italiana abbonda di epistolari che valgono assai più dei testi di lingua. Si ricordi che il romanticismo diede alla letteratura italiana un contenuto e un fuoco insoliti. Si conosce la scarsa impressione che sul classico Leopardi fece l’opera del Manzoni che possiamo considerare come il primo scrittore italiano moderno. Ma il romanticismo durò troppo poco in Italia, e non distrusse abbastanza. Quasi sempre, per la stessa struttura della vita italiana, fu impossibile agli scrittori italiani rivolgersi a scrivere di fatti e per qualche scopo, magari sociale, che è uno dei postulati del romanticismo. Essi si dovettero cacciar sempre nel dominio dei fantasmi o delle ricostruzioni storiche. Fu quest’ultima la sola letteratura sociale possibile, ed essa, fra suggestioni del passato, ricordi storici, voluttà linguistiche fu la cosiddetta letteratura nazionale. Lo stesso Carducci, dopo anni di phamphletismo, assodò il suo prestigio con odi storiche d’un relativo interesse artistico, egli che era un così grande poeta idilliaco e oratore riottoso e pieno di passione. Lo stesso mite Pascoli ebbe a far lo stesso. Una cosa scosse la letteratura italiana da questo suo stato di contemplazione retrospettiva: e fu la nuova vita dopo la guerra. Bisogna allora vedere come il tramestio di valori, culminato con la guerra europea, abbia agito in Italia. Si nota una nuova espressione, una volontà faticosa ma totale di rinnovamento cui il futurismo aveva dato il primo accento. Alfredo Panzini fu uno di quelli che trovò, dopo lunghi anni, accenti suoi e un mondo suo. Questo scrittore, allievo e amico del Carducci, adattò a un suo nuovo mondo espressivo, i fatti umani e nazionali. Egli rispecchiò la vita spirituale del 1915 e dell’immediato dopo guerra con una facilità di cui non gli siamo abbastanza grati. Venendo da una letteratura di idee generiche e di grossi fatti, fu uno scrittore tipico del tempo suo che rinunziava rinfocolare passioni già accese per ritrovarsi in quelle nuove. Il suo Viaggio di un povero letterato e certi suoi libri sul dopo guerra, come Il padrone sono me, facevano di lui uno scrittore tanto più sorprendente in quanto proveniva da un olimpo classicheggiante che gli fece scrivere quel prezioso romanzo che è Santippe. Ed egli si affrettò a superare questa sorpresa tornando a certa retorica cara alla sua giovinezza che ora gli diveniva balbettante. Ma, essendo uomo di gusto, non riuscì a metterla su come si deve, e d’altra parte gli mancava la violenza di certe passioni per imporla.” |
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