| GLI
SCRITTORI |
|
Clemente Rebora L’articolo di Clemente Rebora (1885-1957) non è propriamente un intervento critico, ma un atto di solidarietà compiuto da un insegnante verso un suo collega. Lo spunto per questa lamentazione è offerto a Rebora dall’uscita di un manuale di retorica, ad uso strettamente scolastico, curato da Panzini. Pensiamo sia giusto riportare questo testo perché descrive perfettamente la condizione avvilente del letterato idealista alle prese con le esigenze e con il pragmatismo della società moderna. Abbiamo visto che per Renato Serra il mestiere del professore aveva costituito il background fondamentale per determinare la malinconia e lo struggente sentimento di inappagamento di Panzini. A parte la simpatia per le comuni sventure, in Panzini, Rebora riscopre il valore civile di un corretto uso della lingua italiana, una fede che Panzini aveva ereditato dal maestro Carducci. “Chi abbia insegnato materie letterarie (italiano, storia, geografia, diritti e doveri) nelle nostre scuole tecniche, sa cosa significhi lavorar con faticoso buon volere questa landa ingrata, dove la nemica impotenza del clima non versa pioggia feconda sul terriccio pietroso e n’esaurisce anzi la poca linfa sotterranea in un intrico di gramigna -già così facile a vegetare- rendendo difficilissimo ai contadini (pardon, ai professori) di mitigare, qualora lo volessero, la siccità e la casta lussuria delle male erbe. Ho detto delle tecniche, in generale; ma voglio alludere soprattutto a quelle grandi città, massime industriali, dove l’arsura e il dissolvimento delle famiglie-scolaresche si torcono con più acre infecondità nel contrasto fra l’impennarsi di una vita nuova e l’ebete adagiarsi pingue del lasciar com’era. Il sangue della nostra continuità e forza di nazione., il circolare caldo del divenire attuale, l’elaborazione assidua dell’intelligenza, spingerebbero chi ha nerbo e senso e polpa a materiare di succo nutriente anche l’umilissima sua quotidianità: ma, cuccia lì! Qui sei il pedagogo tra bambini, e illusione superba impraticità è la tua: se vuoi, fa il mestiere o drappeggiati come richiede il galateo didattico; altrimenti fuori dai piedi: o meglio, restaci tollerato, perché non sapremmo mai che gonzi che pigliare, se te ne vai. Così dicono, più o meno palesemente, governo, giudici di concorso, non pochi colleghi arrrivandi, genitori, scolari, gente perbene e soprattutto gli inesperti espertissimi competenti di professione, e potrebbero avere (e hanno) anche ragione, specialmente se non avessero torto. Io non giungo per ora all’ostracismo di tutto o quasi il vigente sistema di rimpinzastecchi, o addirittura allo scetticismo pregiudiziale verso ogni funzione pedagogica un po’ elevata; nel qual caso sarei già andato – non potendo altro- a far lo spazzino o il superinventore dei valori o che so io. Sono ancora (ma non ipoteco l’avvenire) uno scimunito schiavo vigliacco che pensa esser una nobile e in qualche modo utile cosa il prodigare – oltre l’impulso economico- le proprie energie superiori (o le facenti funzione di esse) anche nel mediocre vecchio mondo di quelle forme disprezzate e superate ormai dai liberi veggenti; e, senza aver nessun cristiano ardore, l’esperienza –che ho poca e insufficiente per gli adunatori di fatti- tanto più che mi ha riconciliato con la possibilità educativa quanto meno seppi esser bravo nei miei tentativi: allo stesso modo che, proprio dove la vita dell’oggi mi batteva o m’inviperiva, ho sentito la ragione della sua necessità. Ma io vorrei che mutasse l’orientamento, il movimento e l’espressione della cosa, come è di tutto ciò che ha realtà soda e perenne; e vorrei che coloro, i quali sono abituati a stringer le visioni i giudizi dalla soffice noia del loro spirito automobilistico, in una fulminea vertigine che par sintesi alta, vero del certo, ed è spessissimo svariar disperso del niente, camminassero a piedi a veder cosa c’è di nuovo con quieta attenzione acuta senza complimenti; anche a costo d’impolverare o impillaccherar il terso specchio delle loro scarpe forgiate per i pavimenti lucidi o d’immiserire il loro passo fatto per le settemila leghe. Preambolo-soliloquio, divagazione sinfonica che vuole (o vorrebbe) finir qui nel senso della sua modestissima cadenza: in una piccola nota sulla retorica di un uomo stimatissimo per tutt’altre faccende, di un uomo che accenna con più di coraggio e coscienza e conoscenza di altri alla necessità di liberar tutti dalla nausea di ammanir a palati guasti o desiderosi di vivande sane il rimettiticcio degli ingredienti elencati pesati rimpastati dai manuali di stilistica o precettistica, di questi Artusi a rovescio, che pur avrebbero la lodevole intenzione di rinvigorir la salute dei maschi e delle femmine che dovranno poi sentire e vivere italianamente. Parlo di Alfredo Panzini: il quale sembra aver sofferto queste e ben altre esigenze, filtrate e purificate attraverso la sua particolare struttura d’uomo, di pensatore, d’artista e di professore. Egli –non so per quale contingenza- ha dato alle stampe, da poco più d’un anno, un “Manualetto di Rettorica” (e il diminutivo ha forse la sua intenzione) ad uso delle scuole tecniche e complementari conforme ai vigenti programmi (e il corsivo ha, oltre che la necessità, fors’anche una propria voglia di essere): operetta che nasce da quella sottospecie della sua attività, la quale ha trovato, per esempio, espressione nel bellissimo Dizionario moderno. Il dissidio – che mi par entri come elemento caratteristico del Panzini artista - fra aspirazioni e concretezza, il passato e il presente avvenire, la stima e il discredito della tradizionalità, l’intuizione del necessario e la circonferenza (anzi, le circonferenze), la serietà dell’inutile e la ragione dell’utile, che lo conducono a giustificarsi continuamente per salvar l’uno e l’altro, perché ambedue hanno parte di vero; che lo spingono a sorridere –con interiore consapevolezza non lieta, e insieme, in qualche modo, non triste- di quella vita della carne e dello spirito che sente essenziale e a un tempo irresolubile nella diversità del divenire: tutto questo è sottinteso e quasi trapelanella modesta scolastica stesura dell’umilissima retorica “ad uso delle scuole”. Qui, però, tutto è semplificato e piegato senza rotture all’abitudine della nozione dell’ambiente del costume letterato e dottrinale. Ma è anche un richiamo alla sorgente; e sotto la disinvolta facilità metodica della disciplina offerta e dichiarata agli allievi, tutto un giudizio lavora a far sentire in sordina il ben altro del pensiero e dell’arte e dell’humanitas. Lavorio posto in risalto qualche volta dalle noticine riservate; più spesso dal contegno di talune pargolette inosservabili a chi legge ma intese da chi pensa; spessissimo dalla scelta disposizione movenza dell’elocuzione e del dettato. Lavorio che palpita dalla prefazione alla chiusa: dall’attribuire, mentre leva, importanza alla proficuità del suo e del “numero non facilmente numerabile dei testi esistenti”, al metterci in guardia contro l’opinione che noi possiamo formulare intorno agli scrittori molto vicino a noi o viventi. Ma questo sentimento di complessità, e qualche volta di contraddizione, giunge come monito all’insegnate mentre sorpassa i ragazzi; e anzi li riposa in un tepore di famiglia di simpatia e (quasi) di vita. Dichiara subito che la retorica –pur concepita nella sua accezione più onesta serve soltanto come esercizio intellettuale e istrumento facile di varia cultura, e non ad essere scrittori; perché «scrivere bene vuol dire pensare bene e pensare molto, avere molti studi, molta esperienza della vita insieme con molto ingegno, sentimento e fantasia». È quindi cosa di pochi: «come, ad esempio, non tutti possono esser belli. Però anche chi non è bello per natura, può essere pulito e garbato». E noi lo dobbiamo «giacché scrivere in modo conforme all’indole e alla dignità della nostra lingua è dovere di buon cittadino». E «in questo compito modesto la retorica può offrire qualche buobo ed utile ammaestramento; essa serve inoltre a disciplinare l’ingegno e a fissare i criteri per giudicare le opere dell’arte» (il corsivo è mio, e forse estrinseca l’implicita intenzione). Il suo buon senso umano incrina e s’ingemma poi qua e là in fuggevoli osservazioni: nota che «purtroppo (sic) molti hanno un cuore così piccolo che si sente appena, e v’è chi ha un sasso invece di un cuore»; e svaluta così non tanto la retorica insegna-tutto di un tempo e di ora, ma qualcosa di più e di più vasto. […] Parlando poi della lingua italiana, l’accarezza e l’esalta; ma non la chiude in un rigidismo apologetico (lui, psicologicamente conservatore); sente che i dialetti «sono la stessa nostra lingua nazionale. Noi dobbiamo parlare e scrivere bene l’italiano; ma non disprezzare i dialetti», «specie di serbatoio illustre ed antico del patrimonio delle parole» che trasmette alla lingua «forza e vivacità»: sente la necessità e (con nostalgia) la bontà dei neologismi, e dichiara l’idiotismo “bellezza, forza, vita di una lingua”, colpendone soltanto l’abuso o il cattivo uso. Anche la propria esperienza d’artista s’individua in qualche rapido guizzo nella continuità liscia del manuale; per esempio, dove osserva in una nota: «Quando nello scrivere si fa uso di frequenti e sottilissime ironie, si ha quella maniera speciale e difficile di scrivere che è detta Umorismo … a prima vista fa sorridere e poi pensare e meditare. È arte rara di scrivere, poco comune e poco pregiata in Italia; dove per umorismo il popolo intende cose grossolane, che fanno ridere» (ehm, quel popolo). E altrove, accennando alla novella: «il suo scopo è quello di dilettare e anche (sic) di ammaestrare»; e in nota: «Nella novella moderna, invece. S’introducono i personaggi ad operare, come in un dramma, e perciò il dialogo vi abbonda (anche troppo!)». Altrove fa sentire la differenza spirituale tra poesia e prosa, con sottile spontaneità penetrante; rispetta la “moralità” necessaria ad un testo testo per le scuole, attenuandola con riservatezza squisita : «Il romanzo, in genere, non è però troppo adatto ai giovanetti. Certe verità o certe fantasie, assorbite dal cervello non maturato dall’esperienze, possono creare grave danno». Vorrebbe toglierci dall’isolamento mummificato dei generi letterari italiani, e lo accenna in brevi note o in rapide esemplificazioni, citando autori anche stranieri; fa rientrare nell’ambito della funzione legislatrice della storia letteraria anche nuovissime espressioni generalmente radiate senza attenuanti; perciò, dall’occulto rimpianto della grandezza artistica specialmente greca del ‘300, non sdegna scendere all’enumerazione di quelle forme che non arte in modo assoluto, ma in qualche modo si: dal telegramma all’articolo del giornale. Sembrerà sproporzionato questo dilungarmi intorno a un’opricciuola che vuol essere soltanto un libro di testo; ma due ragioni –oltre tutto il resto- mi hanno spinto: perché considero questo Manualetto di Rettorica un’opera d’arte, beninteso a modo suo; perché sarei lieto che fosse dato aiuto ai professori di buona volontà, nei loro sforzi di rinfrescamento scolastico, dagli ingegni ricchi di una simile specifica disposizione. È vero che l’introdurre e adottare libri buoni nella scuola è, oggi come oggi, quasi ancor impossibile, ma per diritto o per sghimbescio sarà più facile nell’avvenire: e, se non altro, avvierà noi insegnanti di truppa a esser meno uggiosi e rompiscatole verso i nostri scolari, e (soprattutto) con noi stessi.” |
![]() |